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mag

31

By Il Potatore

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Siepi: la cornice del giardino!

Sagomata, squadrata o libera qualsiasi sia la sua forma una cornice di siepe completa la bellezza del giardino. Realizzarla non è poi così difficile ma occorre prevedere e progettare per tempo la sua realizzazione. Le piante da utilizzare possono essere messe a dimora sia durante il periodo autunnale che durante quello primaverile più auspicabile; per entrambe le soluzioni occorre per tempo provvedere a sistemare il terreno destinato a ricevere le nuove piante e se trattasi di specie di poca diffusione prenotare per tempo le piantine. Nella scelta sono da preferire specie sempreverdi che non perdono le foglie durante l’inverno ma che possiedono in particolare una buona attitudine ai tagli. Questi oltre a determinare uno sviluppo bilanciato, sia per quanto riguarda l’altezza che per la forma, devono favorire lo sviluppo nella parte inferiore della pianta al fine di evitare antiestetiche chiazze vuote. Il fossato destinato a ricevere le piante va scavato per tempo alla profondità di 40-50 cm e altrettanto in larghezza. Durante lo scavo vanno rimossi sassi e vecchie radici e successivamente sul fondo va distribuito 10-15 cm di letame, compost o qualsiasi altro concime organico mediamente decomposto. Una volta selezionate, le piantine che devono essere rigogliose, dritte e prive di malattie, vanno posizionate nella trincea alla distanza di 50 cm quindi fissate nella posizione finale con una manciata di terreno, solo quando si è certi che la fila sia ordinata va ultimato il riempimento della trincea. Il terreno alla base va pressato molto bene in modo da garantire il perfetto contatto con il pane di terra e con le radici. Successivamente occorre bagnare abbondantemente e procedere alla prima cimatura che comporterà l’asportazione dei primi 5-6 cm della parte terminale della pianta. Diverse sono le specie utilizzate per la formazione di siepi sempreverdi e tra queste ottime garanzie danno il ligustro, il lauroceraso, il pittosporo, la tuja, bosso. Queste specie si accomunano per la velocità di crescita, il buon rigoglio vegetativo e la notevole predisposizione ai tagli frequenti; in particolare il ligustro e molto utilizzato nell’arte topiaria. Stesse caratteristiche del ligustro ma con una crescita più lenta presenta il bosso caratteristico per il fogliame molto fitto e piccolo. Altra possibilità di realizzazione può venire dall’utilizzo del Taxus bacata che crea siepi più basse rispetto alle prime ma compatte ed è anch’esso facile da modellare. Per coloro che preferiscono colori decisamente diversi la scelta cadrà sulla Photinia red dal caratteristico colore rosso nelle parti terminali o la Pyracanta orange glow che proprio in questo periodo è possibile ammirare in tutto il suo splendore perché coperta interamente da bacche arancioni. Se potare la siepe non è una operazione particolarmente gradita e si predilige siepi basse si può optare per la lavanda che richiede una sola potatura annua o per una siepe di rosmarino che di cure ne richiede ben poche ed è da non sottovalutare la bellezza irregolare. Portamento contenuto (raggiunge al massimo i due metri), buona resistenza ai tagli molto decorativa se coltiva sopra un bel prato verde oppure in aiuole miste sono le caratteristiche del Berberis thunbergergii atro-purpurpurea dai rami spinosi ottima per formare siepi anche difensive. Tra le molte varietà di Berberis ne esistono sia a foglie sempreverdi che caduche e quindi ben adatte sia per esposizione all’ombra che in pieno sole.

apr

5

By Il Potatore

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Siepi: impariamo a valorizzarle

Stupendo esempio di "Villa all'Italiana"

Ormai è noto, da accurati studi nel settore, che alcune specie vegetali più di altre riescono a trattenere sostanze tossiche e metalli pesanti emessi dai motori a scoppio sulle foglie e sui rami evitando la diffusione nelle zone limitrofe di tali inquinanti. Il Ligustrum vulgare e il Taxus baccata sono tra le specie da siepe più resistenti a questo tipo di inquinanti che generalmente con la loro azione tossica influenzano anche la crescita delle specie da siepi; meno resistenti ma in ogni caso con un buona resistenza all’azione del piombo risultano l’agrifoglio e il corbezzolo. Per quanto riguarda la protezione dai rumori cittadini si ottengono buoni risultati con qualsiasi specie di piante anche se per azzerare completamente i rumori occorrerebbe una siepe dallo spessore di circa sei metri. Negli ultimi anni viene inoltre rivalutata la presenza della siepe in quanto permette la proliferazione di uccelli e antagonisti delle più comuni malattie che attaccano le piante coltivate. In particolare il Taxus, l’agrifoglio e il sorbo degli uccellatori diventano con le loro bacche luogo preferito per merli, verdoni e codirosso che tra le fronde riescono anche a nidificare. Alcuni insetti utili come api, vespe e coccinelle vengono attirate dalle infiorescenze prodotte dal corniolo o dal corbezzolo e attivano la loro azione benefica tesa al controllo di bruchi di cui sono predatrici le vespe e afidi per le quali crisope e coccinelle sono degli antagonisti naturali eccellenti. Ancora più determinante risulta l’azione delle siepi quando confinano con terreni agricoli nei quali l’azione dei mezzi agricoli sconvolge la presenza di serpenti e ricci predatori di topi, larve e lumache. In quest’ultimo caso risulta però necessario che la siepe conservi quanto più è possibile la forma naturale evitando tagli e cimature di contenimento troppo radicali. Il re delle siepi per le regioni padane rimane pur tuttavia il lauro in virtù della notevole rusticità di adattamento sia al clima che ai tagli. Inoltre il suo fogliame ricco e intenso assembla gran parte delle caratteristiche che generalmente si richiedono ad una siepe riuscendo a raggiungere altezze del tutto ragguardevoli (3-4 metri e fino a 18 metri nelle forme libere).

lug

15

By Il Potatore

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Il taglio delle siepi

Al Nord è il periodo ottimale per il taglio delle siepi di lauro. Se effettuato in questo periodo è possibile un unico intervento l’anno come nel caso della foto.  La siepe che vedete nell’immagine viene ormai da quattro anni regolata una volta l’anno durante la prima decade di luglio. Come è possibile notare, il ricaccio è contenuto, eliminando la parte di ricrescita e senza interventi drastici viene equilibrato lo sviluppo  delle radici con quello della chioma. I risultati sono ottimi e la foto successiva darà merito alla al tipo di intervento effettuato e al di là delle  spiegazioni.

In galleria trovate qualche altro esempio.

lug

21

By Il Potatore

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Giardini pensili..

Giardino pensile o tetto giardino, un angolo di verde da godere anche per coloro che abitano ai “piani alti”. Non esistono delle regole precise e delle specie adatte ma le scelte vanno attentamente valutate tenendo in considerazione il contesto edilizio e il microclima. Per quanto riguarda il primo aspetto bisogna valutare il tipo di fabbricato e le regole esistenti, nel caso sia inserito in un condominio o in un complesso di villette. Va inoltre considerato, nel caso di tetto giardino, lo stato delle coperture utilizzate, delle opere di impermeabilizzazione esistenti e, all’occorrenza, di eventuali rifacimenti. Il secondo aspetto è forse quello che merita la maggiore attenzione, non solo per creare un ambiente estetico ideale e nello stesso tempo funzionale, ma soprattutto, per la scelta delle specie e delle varietà che devono essere compatibili con le particolari condizioni di esposizione al sole e quindi del microclima che si viene a creare. Una esposizione a Sud, ad esempio comporta la necessità di selezionare piante che gradiscono una esposizione intensa al sole e nello stesso tempo resistano ad eventuale carenza di acqua, vista che l’evaporazione risulta molto intensa. Passiflora, clematis e actinidia solo le piante rampicanti più adatte a questo tipo di microclima mentre se l’esposizione del giardino da creare è rivolta a Nord o ad Est è preferibile utilizzare la clematis montana dalle foglie verde intenso con delicati fiori bianchi, la Chaenomeles speciosa più noto come cotogno da fiore con fiori rosso, di forma arbustiva, oppure l’edera, sicuramente uno dei più rustici rampicanti. Per le tappezzanti è possibile utilizzare cotoneaster dammeri, a portamento prostrato, con foglie verde-scuro, lucide e fiori bianchi che danno successivamente vita a delle bacche rosse, erica carnea per tutti gli ambienti mentre, il sedum spectabile per zona assolate; Vinca, Prunus laurocerasus “Zambeliana” risultano invece ben adatte a esposizioni umide e ombrose. Se non si vuole rinunciare alla siepe anche in terrazzo bosso nano con posizione a mezzombra, santolina e lavandula spica per le esposizioni a Sud. Siepi irregolari, di limitato, sviluppo si possono creare utilizzando anche piante aromatiche come lavanda, rosmarino e origano selvatico che associano la bellezza dei colori con l’utilità della cucina. Con lo stesso duplice scopo si possono utilizzare ortaggi decorativi come l’asparago (asparagus officinalis) che raggiunge e supera il metro d’ altezza ma anche barbabietole, zucche a frutti decorativi, cavoli, carciofi, granturco e rabarbaro (Rheum rhaponticum) dalle grandi foglie verde-scuro sostenute da grossi piccioli rossi con cui è possibile preparare marmellate. Mele ballerine o da fiore a portamento nano vivono bene in vaso e nel primo caso, i rami dopo la stupenda fioritura si riempiono di preziosi frutti, mentre si può giocare con i colori utilizzando acer palmatum dal fogliame rosso bronzeo, cupressus macrocarpa dal fogliame giallo se posto in posizione soleggiata, verde se invece posto all’ombra e infine azalee decidue e in particolare Rhododendron “Corneille” che manifesta il suo splendore di colori in autunno.

mar

7

By Il Potatore

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La nascita del “Giardino all’Italiana”

Sono pochi i giardini che non sono circondati da siepi, reti metalliche e cancellate di vario tipo. D’altro canto proprio il nome di “giardino” proviene dal gotico e significa recinto, appunto, ad indicare uno spazio di terreno, generalmente prossimo alla abitazione, nel quale, secondo un ordine che richiama a questo o a quello stile oppure con disposizione del tutto personale, si alternano vialetti, alberi, arbusti, piante da frutto o decorative a beneficio dei proprietari. La storia toglie ogni dubbio che circondare la casa di giardino sia una abitudine recente basti pensare agli Egizi e “i Giardini del Paradiso”, annessi per lo più alla residenza del faraone oppure ai giardini pensili babilonesi considerate una delle “sette meraviglie del mondo”. Meno noto, è invece, che proprio gli Italiani hanno una tradizione sulla creazione di giardini e parchi antichissima, risalente nientemeno all’epoca romana e che dopo fasi alterne ha avuto nuovo impulso e lustro intorno nel 1503 con la sistemazione dei giardini vaticani ad opera del Bramante e con il progetto di Villa Madama del Raffaello. Ritornando, con ordine, agli antichi romani, questi inizialmente crearono l’hortus, con evidente utilità pratica e che allo stesso tempo stava ad indicare il giardino della casa di campagna e successivamente idearono gli horti, dei veri e propri parchi attorno alle case dei patrizi della città la cui cura veniva affidata al topiarius. Il topiarius modellava le piante con forme geometriche, umane e animali creando delle volte anche vere e proprie scene di caccia : l’arte topiaria nacque così duemila anni fa e tutt’oggi rimane un’arte in cui l’abilità manuale si fonde con profonde conoscenze tecniche e fantasia. La creazione di un vero e proprio stile italiano, però, è sicuramente opera dei due grandi artisti, prima accennati, che per primi hanno valorizzato i vari dislivelli naturali del terreno adottando una sistemazione a terrazze collegati da piccole scalette, il tutto in armonia col paesaggio circostante che non dovrà essere stravolto ma convivere insieme in una associazione di colori. Il prototipo fu in ogni caso il giardino papale dentro le mure vaticane e dal quel momento in poi i giardini diventarono sempre più architettonici e l’acqua ritornò a divenire una caratteristica di notevole importanza usata per creare effetti spettacolari e raffinati sia che scorresse in leggero declivio sia che creasse complesse cascate ed elaborate fontane. Lo stile italiano sarà compiuto nella sua interezza con la realizzazione di due grandi opere che tutt’oggi testimoniano lo stile e la tradizione tipica italiana ove la parte architettonica è capace di migliorare l’aspetto paesaggistico e far risaltare la vegetazione : Villa D’Este a Tivoli e la Reggia di Caserta.
Fu l’architetto Pirro Ligorio a valorizzare le terrazze presenti attorno a Villa d’Este e che degradano verso il bacino dell’Aniene ; cinquecento fontane di diversa forma e grandezza con giochi d’acqua di grande effetto come quelli della fontana dell’Ovato e tutt’intorno spianate, viali rigorosamente geometrici, scalette, statue e alberi secolari. Il Vanvitelli con la creazione della Reggia borbonica dimostrò la sua bravura come progettista di grandi opere e la notevole abilità tecnica e il grande senso scenografico fecero sì che la sua opera fosse un esempio non solo dal punto di vista architettonico ma anche paesaggistico : la grande cascata sul viale principale le fontane e il gusto dimostrato nella costituzione dei vari giardini sono tuttora un esempio. L’esempio rinascimentale italiano ben presto si diffuse in tutta l’Europa e il giardino diventò non il luogo recintato o racchiuso da mura ma una vera e propria continuità con la campagna circostante e talvolta si confondeva con uliveti e aree coltivate.
La prima ad essere contagiata da questa nuova ondata innovativa fu la Francia anche se vi era una sostanziale differenza tra le zone collinari italiane e la pianura parigina ma lo stile era lo stesso, geometrico con schema regolare delle aiuole contenute da una serie di sentieri e viali che davano il senso generale di vastità. Successivamente i francesi modificarono profondamente lo stile italiano esagerando al massimo le forme geometriche e regolari con opere imponenti,e viali chilometrici ed enormi vasche e canali che culminarono con la creazione dei giardini di Versailles ad opera del francese Andrè Le Notre. Ben presto si ci accorse che l’opera faraonica, i grandi viali incorniciati di siepi che si dirigevano a ventaglio verso i boschi circostanti davano un senso di troppo vastità che esulava dalla funzione principale del giardino che fondamentalmente è quella di essere un posto tutto sommato intimo e personale ove rifugiarsi e trovare un senso di pace e allo stesso tempo di gioia. Si creò allora il giardino nel giardino, il giardino più piccolo all’interno di uno più grande più adatto alle esigenze famigliari. Gli inglesi durane il XVIII secolo rivoluzionarono e modificarono completamente la visione dei giardini simmetrici, pieni di viali e sentieri passando completamente a forme sinuose e giardini privi di muri e recinti. Una sorte di trionfo della natura ove laghetti sinuosi, prati, e alberi si succedevano in un senso di assoluta vastità e senza interruzioni ; si affermò così il concetto di parco. In alcuni casi il senso di continuità casomai veniva mascherato da grandi alberi oppure da fossati che impedivano l’accesso agli estranei o agli animali. Dal punto di vista pratico indubbiamente questa concezione di organizzare le aree verdi ha indiscussi pregi se si pensa al fatto che non si è costretti a rimpiazzare alberi abbattuti dal vento o morti per altri eventi che il più delle volte rovinano la visuale d’insieme. Per lo stile del duemila in ogni caso la tecnica è già all’opera e sicuramente il futuro del verde poggia sulle nuove tecnologie che ricercano nuove forme di allevamento e principalmente sulla selezione di specie sempre più resistenti a inquinamento e malattie.

 

 

 

ott

6

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Il pitosforo

Il Pittosporo appartiene alla famiglia delle pittosporaceae ed è una pianta originaria dell’Asia orientale, dell’Africa e dell’Australia, da cui provengono la maggior parte delle specie, che sono circa 150. Si tratta di arbusti e di alberi di piccole dimensioni, sempreverdi, semirustici e dotati di un fogliame molto ornamentale. Sono particolarmente adatti per essere coltivati in serra, nelle vasche, ma anche come cespugli nei giardini delle zone con clima mite; nelle zone litoranee sono utilizzati per formare siepi. Tra le principali specie ricordiamo:
Pittosporum tobira. Proviene dal Giappone e dalla Cina, ma vive facilmente in tutte le zone a clima mite. In genere, raggiunge un’altezza che varia tra i 2-5 metri. Le foglie sono obovate, lucide e di colore verde scuro. I fiori sono giallo-crema, sono delicatamente profumati e sbocciano da aprile a settembre
Pittosporum crassifolium. E’ una specie arbustiva originaria della Nuova Zelanda. L’altezza massima è di 5 metri. Le foglie sono obovate, di colore verde scuro sulla pagina superiore, bianche o rossicce sulla pagina inferiore. I fiori nascono da aprile a maggio, sono marroni e sono seguiti da frutti bianchi e ovoidali.
Pittosporum tenuifolium. Anche questa specie proviene dalla Nuova Zelanda. Si differenzia dalle altre per la forma delle foglie, che sono allungate ed hanno margini ondulati di colore verde chiaro. I fiori sono bruni ed emanano un odore simile a quello della vaniLa piantumazione va effettuata alla fine di aprile o in maggio. Il terreno deve essere fertile e ben drenato.
La posizione deve essere al sole, anche pieno, ma al riparo dai venti.Se il pittosporum è utilizzato per formare siepi, è bene rispettare la distanza di circa 50/70 cm tra una pianta e l’altra.
La potatura si esegue in aprile ed ha lo scopo di ridare una forma, sfoltire e rinforzare la pianta; i rami da tagliare saranno dunque quelli più “disordinati”. Le siepi si pareggiano ogni anno, da aprile a giugno.
La riproduzione può avvenire per seme o per talea. La semina deve essere effettuata in marzo, dopo che i semi sono stati separati dalla sostanza vischiosa che li ricopre all’interno del frutto. I semi devono essere posti in vasi piccoli, ogni anno si procederà al rinvaso. I vasi, prima di essere collocati a dimora definitiva, vanno riposti in cassoni freddi per un periodo di 2-3 anni. Le talee si prelevano dai rami laterali semimaturi, da maggio a giugno; la loro lunghezza deve essere di circa 10 cm. Dopo il loro radicamento si può procedere al rinvaso, sempre graduale, fino a quando, nel maggio dell’anno successivo, potranno essere messi a dimora all’aperto.
Particolarmente pericolose per il pittosporum sono le gelate tardive, che nei casi più gravi possono provocare anche la morte della pianta.Il pittosforum è soggetto ad attacchi da parte di cocciniglie, che tuttavia possono essere facilmente debellate grazie all’utilizzo di anticoccidici come l’olio minerale.

dic

2

By Il Potatore

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Progettare….. alberi!!

Si può approfittare del periodo invernale per progettare ex novo il giardino di casa. Prima della progettazione, se l’intenzione è quella di non affidarsi alle mani di un esperto del settore, occorre inizialmente effettuare delle escursioni nella zona tese alla conoscenza della flora locale. Inizialmente sarà bene osservare attentamente i giardini delle zone circostanti quindi passare a quelle dei parchi e giardini pubblici e infine delle zone boschive o incolte del circondario. Se nelle immediatezze della zona in cui si vuole realizzare il progetto vi è una prevalenza di talune specie non necessariamente la stessa cosa va fatta nell’area destinata al progetto perché una idea ben precisa e oculata delle essenze da utilizzare si potrà avere con certezza solo dopo aver visitato anche le siepi e i boschi circostanti. A tal fine occorre annotare su un taccuino le specie presenti nelle zone visitate avendo cura di evidenziare quelle che hanno una vegetazione lussureggiante e una fioritura rigogliosa e abbondante, sinonimo di buon adattamento sia climatico che pedologico. Altri dati da rilevare a tal proposito riguardano l’orientamento della pianta rispetto ai punti cardinali, il tipo di terreno ed eventuale competizione con altre specie. In casa, in un secondo momento attraverso l’utilizzo di manuali specifici risulterà importante identificare con molta precisione le essenze rilevate, stabilirne la provenienza e privilegiare le specie autoctone o importate da tempi remoti. A grandi linee può essere utile, inoltre, sapere che alcune specie riescono ad adattarsi a situazioni climatiche in cui esiste una certa variabilità climatica e tra queste l’Alnus incana, Betula pendula, Larix decidua, Populus nigra, Salix caprea e Robinia pseudoacacia. A questo elenco di piante arboree possono essere aggiunte alcune arbustive come la Rosa canina, il Ligustrum vulgare e il Cornus sanguinea.
Specie invece come l’Alnus glutinosa, Betula pubescens, Salix glabra e il Viburnum lantana richiedono condizioni climatiche molto più stabili e resistono meno quando le condizioni ambientali e pedologiche differiscono molto dall’optimum di crescita. Esistono, poi, specie che riescono ad avere una certa resistenza al vento come l’Acer pseudoplatanus, il Populus tremula, il Fraxinus excelsior e il Sorbus aucuparia. Altra caratteristica da evidenziare è la preferenza a posizioni assolate o meno e rispetto a questo aspetto, fondamentale per la crescita, le specie arboree possono essere distinte in : specie eliofile e sciafile. Le prime sono amanti delle esposizioni alla piena luce e tra questi il larice comune, la betulla, le querce e le varie specie di salice. Gradiscono condizioni intermedie gli aceri, il castagno, i tigli, gli ontani e il frassino maggiore. Sono specie sciafile e quindi prediligono posizione ombreggiate tassi, faggi, carpini e abeti bianchi. Queste indicazioni di massima servono a far capire che non esiste una lista di piante da utilizzare in ogni caso e per tutte le necessità ma solo una attenda osservazione della flora spontanea del circondario può realmente suggerire i criteri di base per la scelta delle varie specie. Rimando ad altri articoli pubblicati nel sito per ulteriori approfondimento

ott

27

By Il Potatore

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I lavori ….di Novembre

La caduta delle foglie caratterizza questo periodo dell’anno e mantenere il giardino libero da esse comporta un continuo intervento.
Compost – Le foglie secche cadute al suolo prima di essere sistemate nel compost vanno mischiate a materiali organici umidi per evitare che queste formino strati spessi ed impermeabili. La decomposizione di quelle più coriacee può richiedere l’aggiunta di sostanze azotate oltre al periodico rivoltamento della parte compostata.
Siepi – Ancora per alcune settimane è possibile impiantare nuove siepi o mettere a dimora nuovi alberi. Preparare accuratamente le trincee e le buche che accoglieranno le piante sistemando sul fondo un buono strato organico preferibilmente stallatico e una volta posizionate le piante pressare con i piedi il terreno circostante al fusto per far aderire perfettamente le radici o il pane di terra alle pareti. Una abbondante irrigazione sarà l’ultima operazione necessaria.
Piante in vaso – Il disseccamento delle terminale delle foglie sta ad indicare una eccessiva secchezza dell’aria all’interno degli appartamenti. Al fine di evitare queste antiestetiche necrosi marginali fogliari occorre posizionare nel sottovaso una manciata di argilla espansa e tenerla per metà coperta di acqua.
Ciclamini e crisantemi – I vasi vanno posizionati in luoghi freschi, con ottimale umidità dell’aria, lontano da fonti di calore. Ogni due settimane, una concimazione completa e delle annaffiature frequenti ed abbondanti, favoriranno la fioritura.
Balconi - Ciclamini, crisantemi, eriche, conifere nane, fucsie sono  le specie che caratterizzano i balconi nel tardo autunno  e che possono essere tenute al balcone per ornamento ancora  per qualche giorno prima che inizi l’inverno.
Prato – Prima della messa a riposo può risultare utile distribui­re  un miscuglio di torba e sabbia setacciata finemente.  Questo accorgimento ha il duplice scopo di rendere permeabile il terreno sottostante e proteggere dal freddo intenso.
Raccolta – Pronti per la raccolta melograni, nespole giapponesi e Kaki. Quest’ultimi, prima di essere consumati vanno sistemati in cantina per un breve periodo di ammezzimento. Questo periodo può essere ridotto se accanto ai cachi vengono sistemati delle mele.
Attrezzi – Prima di riporre definitivamente la falciatrice per il periodo invernale occorre ripulirla delle parti terrose e di ogni traccia di erba. Successivamente spruzzare sulle parti metalliche olio o gasolio per evitare la formazione di ruggine.
Piante grasse – Durante il periodo invernale vanno in riposo vegetativo e pertanto vanno sistemate in ambiente luminoso e non molto caldo, privo di correnti d’aria. Le irrigazioni devono sempre più essere diradate mentre occorre sospendere del tutto le concimazioni.
Ulivi – Entro la metà del mese è possibile provvedere alla potatura di queste piante che ormai caratterizzano molti giardini della bergamasca. Purtroppo troppo spesso si vedono piante potate in modo molto approssimativo, potatura che non tiene conto della forma naturale delle piante e delle sue caratteristiche produttive. Va ricordato che gli ulivi fruttificano sui rami prodotti nell’anno precedente e pertanto gli interventi cesori debbono interessare i rami che hanno già fruttificato effettuando allo stesso tempo un abbondante sfoltimento della chioma.
Agrumi – I vasi di agrumi devono essere portati al coperto prima dell’arrivo del freddo ed in ogni caso prima che le temperature notturne scendono al di sotto dei 5°C . Questo in particolare per le piante di limoni notoriamente più sesibili al freddo e agli sbalzi termici.

ago

25

By Il Potatore

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Il rientro dalle vacanze!!

Dopo la pausa estiva riprendono, con gli inizi del mese di settembre, le varie attività lavorative, al tempo stesso le piante di casa e di giardino ben presto torneranno ad una situazione di “normalità” e le cure colturali torneranno ad essere più costanti. Occorre intervenire un po’ su tutte le specie erbacee, arbustive e arboree al fine che sfruttino al meglio questo ultimo periodo favorevole e si preparino all’arrivo della stagione fredda. Piante sane e ben curate o tappeti erbosi in buon rigoglio vegetativo sono sicuramente requisiti minimi per superare brillantemente la stagione invernale e proprio in questo mese vanno approntate le ultime cure significative per riequilibrare eventuali eccessi o difetti determinati dal periodo di ferie. Per primo va verificato se durante il periodo d’assenza non sono state soddisfatte pienamente le esigenze idriche delle piante sia in vaso sia in giardino. Per le prime, se viene costatata la mancanza del giusto turgore, sarà opportuno immergere l’intero vaso in una vaschetta con acqua per un’ora circa e successivamente far sgocciolare l’acqua in eccesso e ricollocarlo nel posto iniziale. Per tutte le altre in piena terra, l’irrigazione sarà conveniente effettuarla in due tempi di cui la prima di soccorso, appena arrivati, e la successiva nella tarda sera o nelle prime ore del mattino successivo fino alla totale sazietà. Altri interventi necessari sono la pulizia delle erbe infestanti, la soppressione dei fiori avvizziti, una leggera rimozione del terriccio superiore del vaso. Se le piogge autunnali tardano ad arrivare e le temperature si mantengono elevate occorre continuare a somministrare alle varie specie alte quantità di acqua mentre se il clima viene rinfrescato dai temporali di fine estate ciò sarà un toccasana per i rosai rifiorenti che riprenderanno a fiorire e allo stesso tempo per i prati e per le graminacee microterme come poe, loietti e festuche che riacquisteranno una certa vigoria vegetativa. Dal punto di vista pratico ciò comporta la necessità di sfalciare più frequentemente il prato, anche una volta la settimana, e quindi più spesso del periodo estivo. Va ricordato che con il taglio va asportato circa un terzo dell’altezza dell’erba al fine di evitare antiestetici fenomeni di comparsa di erba secca determinata dallo stress a cui vengono sottoposte le piantine con tagli troppo “drastici”. Per tutte le specie presenti il colore delle foglie è indicatore dello stato di salute. Si può osservare facilmente, in particolare su alcune specie come rose, ortensie ed agrumi, un ingiallimento del margine fogliare che gradualmente tende ad occupare l’intera lamina fogliare, in questi casi è facile intuire che si tratta di assenza di ferro o di altri microelementi come zinco, magnesio e manganese. Sul mercato esistono prodotti specifici di basso costo somministrabili per irrorazione fogliare proprio in questo periodo, oppure preparati da somministrare al terreno diluiti in acqua e in questo caso è possibile intervenire tutto l’anno.

dic

12

By Il Potatore

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Addio paesaggio

Ogni giorno scompaiono 1000 ettari di terreni agricoli con gravi ripercussioni sulle produzioni agricole, enogastronomiche e paesaggistiche. Se a ciò si aggiunge il proliferare di specie esotiche si può immaginare quali effetti sul paesaggio. Un turista che viene in Italia a visitare le meraviglie paesaggiste della Pianura Padana sarà accolto da capannoni, industrie, villette a schiera ricche di auricarie, olivi secolari capitozzati, magnolie e ancora banani rinsecchiti dal gelo invernale. L’ultima moda e quella di collocare sughere sempreverdi che niente hanno a che vedere con la sihlouette delle specie caducifoglie autoctone. Addio paesaggio padano!!!  Le siepi sono da sempre l’elemento comune del paesaggio agrario della Pianura Padana. Esse svolgevano varie funzioni prima che venissero ridotte di numero a partire dal 1950 (tutt’ora ne restano circa il10/20%): produzione di legna da ardere, sostegno delle rive dei fossi, riduzione fenomeni erosivi, sostegno per le viti, produzione di foraggio (in bachicoltura specialmente). Negli anni avvenire alle funzioni tradizionali se ne aggiungono altre e il loro ripristino, fondamentale per l’ecosistema è incentivato dall’Unione Europea. Oggi alle tradizionali funzioni di produzione di legna da ardere sono le funzioni ecologiche a destare l’interesse della Comunità. Infatti le siepi sono capaci di mitigare il clima, ombreggiare i corsi d’acqua migliorare il bilancio co2, fitodepurazione delle acque, difesa dai rumori e dalle polveri sottile e infine paesaggistica. Si spera che tutto ciò riporti le siepi al loro antico splendore…

nov

11

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I lavori di Novembre

Piante in vaso –  In casa, per evitare la presenza di aria troppo secca intorno alle piante, occorre posizionare nel sottovaso  una manciata di argilla espansa e tenerla per metà coperta di acqua e sopra sistemare il vaso.

Parassiti – Prima di portare le piante all’interno delle  abitazioni  va constatato lo stato sanitario delle  stesse.  Eventuali parassiti presenti sulla vegetazione possono trovare  all’interno condizioni ottimali di sviluppo creando danni rilevanti.

Ciclamini  e  crisantemi – I vasi vanno  posizionati  in  luoghi freschi,  con  ottimale umidità dell’aria,  lontano da  fonti  di calore.  Ogni  due settimane, una concimazione completa  e  delle annaffiature frequenti ed abbondanti, favoriranno la fioritura.

Compost – Le foglie secche cadute al suolo prima di essere sistemate  nel compost vanno mischiate a materiali organici umidi  per evitare che queste formino strati  spessi ed impermeabili.  L’aggiunta di sostanze azotate favorisce la loro decomposizione.

Rosai –  Ove risulta possibile vanno concimati  con  letame  ben maturo o altri prodotti organici. Prima dell’inverno va  eseguita una potatura di alleggerimento della chioma senza eccedere ecces­sivamente e lasciando il resto alla fine dell’inverno.

Siepi -  L’impianto di nuove siepi in questo periodo o  in  ogni caso nell’inizio primavera  comporta la preparazione delle  trincee nelle quali va sistemata della terra ben concimata e letamata che sosterrà la vita futura delle piantine

Gerani – Vanno posti all’interno e in locali ben luminosi, lonta­ni da fonti di calore. Prima della sistemazione invernale occorre sfortirli e ridurre notevolmente la vegetazione  formatasi duran­te l’anno.

Compost – Le foglie secche cadute al suolo prima di essere sistemate  nel compost vanno mischiate a materiali organici umidi  per evitare che queste formino strati  spessi ed impermeabili.  L’aggiunta di sostanze azotate favorisce la loro decomposizione.

mar

22

By Il Potatore

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Gli insetti sono un campanello d’allarme


Gli insetti sono un campanello d’allarme per il nostro ambiente, infatti la diminuzione della presenza di una specie di insetto va di “pari passo” con il diminuire della qualità dell’ambiente. Le farfalle sono fra i primi organismi a risentirne.  Molte specie di farfalle, un tempo numerose, ora sono divenute quasi introvabili, vedi ad esempio la Lycaena dispar (alcuni esemplari sono presenti in Oasi a Salzano).  La presenza di insetti è rilevante anche per gli altri animali, essi sono il cibo primario per tutti gli uccelli insettivori;  anche molti mammiferi si nutrono esclusivamente di insetti come pure per i rettili, per esempio lucertole o rane. Per l’uomo sono un fastidio ma vanno fatti i conti con la catena alimentare  e con il loro ruolo importantissimo per l’impollinazione. Sono loro che svolazzando di fiore in fiore impollinano la maggior parte dei vegetali, le farfalle ad esempio con la loro spiritromba arrivano ad impollinare fiori che altri insetti meno specializzati non vi riuscirebbero  come quei fiori a forma di calice. Va inoltre sottolineato la bellezza del loro svolazzare di fiore in fiore  con i loro colori sgargianti e forme affascinati:senza farfalle la” Vispa Teresa” probabilmente non sarebbe esistita. Molti insetti sono, poi, predatori di  specie vegetali dannose,  in genere gli insetti aggrediscono piante già ammalate, altri si nutrono di animali morti contribuendo alla pulizia dell’ambiente. La vita delle farfalle è molto breve e varia da una due settimane a qualche mese e se a questo aggiungiamo gli ambienti di vita di questo insetto le probabilità di vita si riducono. Aumento rapido della popolazione e la conseguente riduzione di centinaia ettari di habitat, agricoltura intensiva e uso eccessivo di pesticidi, rimboschimenti con conifere  poco luminosi al posto dei boschi decidui decisamente più adatti al proliferare delle farfalle e in ogni caso l’utilizzo di specie esotiche in sostituzione di quelle autoctone. Altre cause, come nel caso della Pianura Padana la scomparsa di siepi e bordure incolte ormai ridotte del 70-80% rispetto agli anni passati che determina l’ambiente ideale allo sviluppo dei bruchi e l’eccessivo inquinamento dell’aria.

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By Il Potatore

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Generalità: l’Abete è una conifera sempreverde, originaria dell’America settentrionale; si tratta di un albero a crescita abbastanza lenta, mediamente longevo, che può raggiungere i 15-25 metri di altezza, ed i 3-8 metri di larghezza. Gli esemplari giovani hanno la classica chioma di forma conica, con l’età questo abete assume una forma più allungata, a candela. Il fusto è eretto, e presenta ramificazioni orizzontali, solo i rami vicino al suolo tendono leggermente verso il basso; il fogliame è costituito da aghi, lunghi 4-7 cm, di colore verde-bluastro, spesso rivolti verso l’alto. In primavera produce infiorescenze femminili e maschili, di colore diverso, seguite da pigne legnose, che cadono dall’albero in autunno, rilasciando i semi. Albero molto adatto come esemplare singolo, necessita di molto spazio per svilupparsi al meglio; esistono alcune cultivar con aghi intensamente colorati.
Dove si può collocare: preferisce i luoghi soleggiati, o semi-ombreggiati; non teme il freddo. Nelle zone con estati molto calde è consigliabile porre a dimora la pianta di Abete all’ombra, per evitare il calore eccessivo. Questo albero sopporta abbastanza bene il calore, in ogni caso meglio di molti altri abeti.
Annaffiature: l’abete in genere si accontenta delle piogge; può sopportare periodi di siccità anche prolungati.
Terreno: si coltiva in terreno fertile e profondo, molto ben drenato. Si sconsiglia di porre a dimora l’Abete in luoghi che dispongano di terreno poco profondo, nei pressi di scantinati o fondamenta di abitazioni, poiché l’apparato radicale di un albero di dimensioni cospicue può essere molto invasivo.
Parassiti e malattie: può venire colpito dall’afide del cedro e dalla processionaria.
Curiosità: Le foglie, ricche di provitamina A, anticamente venivano utilizzate per curare malattie agli occhi.
L’Olio di Abete è un olio siccativo che trova impiego nella fabbricazione di vernici, diluenti e come combustibile. Il suo legno è molto utilizzato in Giappone per la costruzione di case antisismiche. Usato come profumo (per esempio applicato sugli abiti) aiuterebbe a sentirsi più forti e protetti in situazioni o con persone ostili.

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L’albero di  Natale per eccellenza è l’abete rosso (Picea excelsa o abies) detto anche peccio e da qui il nome di peccete ad indicare le foreste di questa pianta che caratterizzano il paesaggio alpino rendendolo tra i più suggestivi in Europa e forse nel Mondo. L’abete rosso è una pianta molto longeva (vive circa 400 anni) e raggiunge dimensioni ragguardevoli (circa 50 metri) con un fusto eretto e slanciato, una chioma verde scura, la corteccia sottile e rossastra. L’accrescimento è lento nei primi 10-15 anni, successivamente la crescita è sostenuta fino alla tarda età. Le piante di abete rosso hanno un apparato radicale molto superficiale e molte volte il peso della chioma combinato a quello del vento ne può provocare lo sradicamento. Per questo il suo utilizzo nei giardini va ponderato in stretta relazione alla profondità del terreno sottostante al fine di evitare spiacevoli crolli. Nessun problema invece per quanto riguarda la qualità del terreno e il clima visto che le piante si adattano a qualsiasi tipo e sopportano molto bene sia le estati calde che gli inverni molto rigidi. Per essere sicuri di possedere a Natale un rigoglioso abete diventa importante acquistarlo 1-2 mesi prima delle festività da un vivaista serio con pianta preferibilmente certificata. Una volta rinvasato e innaffiato può essere lasciato all’esterno per poi essere gradualmente portato all’interno dell’abitazione possibilmente in un locale non riscaldato. Una volta finito l’utilizzo, sempre gradualmente va riportato all’esterno oppure è possibile donarlo ai Comuni attrezzati al recupero degli alberi natalizi che lo utilizzeranno per il rimboschimento di aree dismesse. Il legno di abete rosso commercialmente definito abete di Moscovia è tra i più ricercati in virtù dell’infinità di impieghi: edilizia, infissi, mobili e fiammiferi. Da alcuni rari esemplari presenti in Trentino si può ottenere la cassa di risonanza per alcuni strumenti musicali.

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La mimosa è originaria del continente australiano. In Italia resistono bene nei climi temperati del centro sud, ma si possono coltivare anche sulle coste dei grandi laghi del nord ove possono beneficiare di temperature più miti. La coltivazione in altre zone deve essere effettuata in vaso o in serra. La pianta di mimosa può raggiungere anche grandezze considerevoli. Le foglie sono composte da tante foglioline poste perpendicolar-mente alla nervatura principale. Alcune varietà non presentano le classiche foglie, ma hanno delle foglie trasformate che sono come dei rametti appiattiti che prendono il nome di filladi.
L’infiorescenza è composta da un insieme di capolini globosi da cui si dipartono numerosi stami. La grande quantità di fiori conferisce a questa pianta un fascino tutto particolare.
Il terreno ideale per la fioritura è quello tendenzialmente acido, con una buona struttura che assicura una buona umidità ma allo stesso tempo un buon drenaggio. Si consiglia di apportare sostanza organica (humus) periodicamente (una volta l’anno), è ciò sia la fine di garantire alla pianta l’apporto delle giuste sostanze nutritive che per migliorare la struttura del terreno. Le mimose che presentano filladi sono più resistenti Il periodo migliore per la messa a dimora della mimosa è quello che va da ottobre a marzo. Nelle zone più fredde può essere coltivata in serra con l’accortezza di non far scendere la temperatura al di sotto degli 0 gradi. Il vaso deve essere cambiato circa ogni due anni. Si ricorda che il diametro del vaso non deve crescere eccessivamente, sia per un fattore estetico che per conservare una giusta proporzione tra l’apparato aereo e quello radicale

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Tradotto dal latino, il nome, letteralmente significa aguzzo, acuminato ed è la caratteristica saliente che contraddistingue le foglie degli aceri ed in particolare dell’acero riccio (acer platanoides). Questi, alto fino a trenta metri è tipico delle regioni fredde ed in Italia è presente dalle Alpi agli Appennini centrali, fiorisce da Aprile a Maggio e produce un legname compatto e color avorio. In generale gli aceri vengono suddivisi in indigeni, esotici; entrambi oltre per gli usi industriali destano molto interesse come piante ornamentali. Al gruppo degli aceri indigeni fanno parte oltre all’acero riccio anche l’acero campestre, il monspessulanum, l’opalus e il pseudoplatanus. L’acero campestre detto anche oppio o testucchio, raggiunge i 10-15 metri di altezza, ha una chioma rotondeggiante e vive allo stato naturale nella fascia del Castanetum. Il Castanetum è una delle cinque zone fitoclimatiche ove vive un certo tipo di  vegetazione condizionata dal clima; oltre all’acero vivono in questa fascia farnia, rovere, orniello e carpino. E’ da sapere, inoltre, che  in passato era utilizzato nelle regioni del centro Italia per formare dei filari come sostegno vivente della vite. L’acero monspessulanum, detto più comunemente acero  minore, castracane o cestuccio, è di sviluppo più contenuto rispetto ai precedenti (6-7 metri) ha rami e foglie opposte con foglie a tre lobi interi e raramente dentati originario dell’area del Mediterraneo. Il loppo ( acero opalus) alto fino a 20-25 metri  e più frequente nei boschi mediterranei ha foglie lunghe 4-10 cm con cinque lobi e picciolo con sfumature di rosso. Il pseudoplatanus o acero montano o loppone è sicuramente la specie più diffusa ed è possibile incontrarlo dalle Alpi alla Sicilia dai 200 ai  2000 metri sul livello del mare. Alto 30- 40 metri possiede una chioma imponente, non forma da solo boschi estesi ma vive bene in  zone fredde in mezzo a faggi, castagni e frassini, molto diffuso nei parchi e nei  viali, ottimo per la produzione di  legname per mobilio, lavori di ebanisteria e come legna da ardere. Lo stesso Stradivari, celebre liutaio cremonese, è stato il primo ad utilizzare il legno di acero per formare il ponte che sostiene le corde del violino come anche per il fondo, le fasce laterali e i manici. Al gruppo degli aceri esotici appartiene l’acero negundo o americano che viene utilizzato in Italia solo ai fini ornamentali e in particolar modo la varietà variegatum dalle foglie screziate d bianco. Il Canada utilizzò la foglia dell’acero rubrum (rosso) come emblema nazionale anche se il maggiore interesse in questo paese è per l’acero saccharinum, sfruttato per estrarre dalla linfa zucchero di cui è  molto ricca. Dal punto di vista prettamente ornamentale sono però gli aceri del Giappone a fare da padrone nei giardini. Alcune varietà dell’acer palmatum, infatti, sono state selezionate e non superano i 2-3 metri di altezza con leggera chioma  a foglie dorate (varietà aureum) o, più comunemente, rosse e altre che si caratterizzano per i rami contorti come  l’acer  palmatum dissectum.

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Il bagolaro (Celtis australis L.) è un grande albero spontaneo. Sembra che il suo nome derivi dalla parola bagola, termine dialettale del nord Italia che significa “manico”, per la sua conosciuta bontà nell’utilizzo del suo legno per manici di fruste.
Il suo legno si presenta chiaro, duro, flessibile, tenace ed elastico e di grande durata, è ricercato per mobili, manici, attrezzi agricoli e lavori al tornio. E’ inoltre un ottimo combustibile.
Questa pianta è conosciuta anche con il nome spaccasassi, dovuto al suo forte apparato radicale. Può raggiungere i 25 m di altezza. Il tronco è abbastanza breve, robusto e caratterizzato (in età adulta) da possenti nervature, con rami primari di notevoli dimensioni, mentre quelli secondari tendono a essere penduli. La chioma è piuttosto densa, espansa, più o meno rotondeggiante. Le foglie sono caduche, hanno un picciolo corto (5-15 mm) e una lamina quasi ellittica o lanceolata (2-6 cm x 5-15 cm). Sono caratterizzate da un apice allungato e da base un po’ asimmetrica. La pagina superiore è più scura e ruvida. I fiori sono ermafroditi e unisessuali (maschili), compaiono con le foglie e sono riuniti in piccoli grappoli (ogni fiore misura circa 2-3 mm). La fioritura avviene fra aprile e maggio. I frutti sono drupe subsferiche di circa 8-12 mm. Dapprima di colore giallo o grigio-verde chiaro, con la maturazione divengono scure. Hanno un sapore dolciastro, ma la polpa è scarsa. Un esemplare monumentale di Bagolaro vive nel centro di San Gimignano: è alto 25 m e ha una circonferenza di 4,7 m. Il Corpo Forestale dello Stato segnala a Firenze un altro Bagolaro di notevoli dimensioni: la pianta è alta 32 m e ha una circonferenza di ben 5,5 m.

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Con l’autunno la maggior parte delle piante perde le foglie lasciando i rami spogli e privi di colori eccezione fatta per alcune specie che in alternativa alle foglie lasciano ben in mostra dei frutti coloratissimi; frutti gialli che man mano diventano di un invitante color arancione : il cachi. Il Diospoyros kaki o kaki o più semplicemente cachi è una specie proveniente dal Giappone e dalla Cina. In virtù della particolare adattabilità ai vari ambienti è possibile coltivarlo in tutte le regioni d’Italia dove è presente con diverse varietà. Appartenente alla famiglia delle ebanacee di cui si conoscono circa 250 specie del genere Diospirys, forniscono oltre a frutti commestibili anche l’ebano, legno di colore nero, duro, di grana finissima e notevolmente richiesto per la creazione di mobili. Nel Meridione le piante di cachi raggiungono una altezza superiore a 10 metri assumendo una forma conica-piramidale mentre nelle regioni nel Nord Italia le piante assumono un aspetto più contenuto riuscendo lo stesso a superare gli inverni rigidi. La particolarità dei cachi è data dai frutti che possono essere partenocarpici o fecondati. Questo differenza riguarda principalmente le qualità organolettiche dei frutti oltre alla presenza o meno al proprio interno dei semi. Nel primo caso i frutti si presentano al palato sodi, ricchi di tannino e di conseguenza fortemente astringenti e pertanto per consumarli è necessario un certo periodo di ammezzimento che può richiedere 1-2 mesi. Questo processo di maturazione in ogni caso può essere velocizzato ponendo i frutti a contatto con delle mele in luogo caldo e in poco tempo le bacche assumeranno il tipico colore giallo aranciato intenso e consistenza molle. Ciò è possibile in quanto le mele come le arance immettono nell’aria etilene, elemento naturale che accelera la maturazione. Nel secondo caso, i frutti fecondati si riconoscono per la presenza di semi e nonostante una certa consistenza della polpa possono essere consumati anche all’invaiatura senza necessità di ulteriore maturazione. Altra particolarità che contraddistingue le piante di cachi è data dalla colorazione delle foglie. Queste possiedono picciolo corto, lamina di colore verde intenso sulla pagina superiore e quasi argenteo in quella inferiore e alla caduta assumono una colorazione giallo rossastra con sfumature che vanno fino al rosso rendendo la pianta piacevole alla vista e caratteristica, tanto da essere stata adottata in parecchi giardini ove i suoi colori e i suoi frutti trovano spazio tra le altre piante ornamentali. Il trapianto può risultare abbastanza semplice se si prelevano da una pianta adulta i polloni radicali che una volta completamente radicati verranno innestati a marza l’anno successivo.

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Rousseau non era considerato un amante della buona cucina ma su di esso erano le ciliegie ad esercitare un fascino particolare addirittura erotico. Anche il “nostro” Salvatore Di Giacomo non era insensibile a tale frutto “una tira altra” scriveva “come i baci” e alcune sue opere come “Era di  maggio” ed “E ‘ccerase” decantano le doti delle rosse ciliegie. Il ciliegio, albero molto noto anche per la compattezza del legno ricercato per la produzione di mobili e di lavori di ebanisteria, appartiene alla famiglia delle Rosacee genere, Cerasus della quale fanno parte numerose specie. Tra queste quelle di importanza notevole per le coltivazioni sono il Cerasus avium o ciliegio dolce e il Cerasus vulgaris o ciliegio acido. Il primo è un albero di notevoli dimensioni poco adatto per essere impiantato in un giardino di modeste dimensioni mentre diventa più interessante l’utilizzo di  piante del tipo acido o amaro che da vita alle amarene o di ciliegio dolce innestato su amarene. In quest’ultimo caso le piante ottenute sono di modeste dimensioni e possono trovare con facilità collocazione in giardino ove sarà possibile raccoglierne i frutti senza doversi arrampicare troppo in alto e inoltre difficilmente lo sviluppo della pianta sarà tale da creare problemi di eccessiva ombra all’abitazione o ai piani alti della casa. Il bello di possedere in giardino degli alberi di ciliegie consiste non solo nella bontà dei frutti  prodotti  ma anche dal fascino che queste piante hanno durante il periodo della  fioritura. Sicuramente il ciliegio è uno dei simboli della primavera insieme alle piante appartenenti alla famiglia delle Rosacee e in particolare a quelle che i botanici  raggruppano nei Prunus con i quali si identificano alberi che si accomunano per avere dei frutti  con  un solo nocciolo (drupe). Albicocco (Prunus armeniaca), pesco (Prunus persica) e il susino o pruno (Prunus  domestica) si assomigliano e si accomunano per la bellezza dei fiori di vari colori e tonalità dal bianco al rosaceo al rosso che con la loro cascata di fiori annunciano l’inizio della primavera. La bellezza di queste piante può essere ancora ammirata per il caratteristico portamento eretto e di notevoli dimensioni dalla corteccia dal colore  rosso-bruno e rossastro. Il fascino di questi alberi non è circoscritto alla sola primavera ma prosegue con l’arrivo dell’estate quando gli alberi si caricano di frutti dal giallo al rosso talora  tanto scuro da sembrare nero nelle ciliegie, rosso violaceo, giallo verdastro, blu scuro nei frutti dei susini durante l’estate e infine con l’arrivo  dell’autun­no e  la  caduta delle foglie si  manifestano gli ultimi giochi di colore. Per chi infine, non possiede il  giardino e non vuole lo stesso rinunciare alla bellezza dei Prunus può ricorrere a quelli in miniatura: i  bonsai.

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La farnia (Quercus robur L.) è un albero a foglie decidue appartenente alla famiglia delle Fagacee. Essa è la specie tipo attraverso cui il genere Quercus è definito. È la quercia più diffusa in Europa, e il suo areale è alquanto vasto. Questa pianta è caratterizzata da notevoli dimensioni, crescita lenta (cosa che ne determina il raro impiego come pianta ornamentale) e da rinomata longevità. Se lasciata crescere in autonomia può vivere sino a qualche secolo, mentre con interventi di potatura o di taglio alla base del fusto la vita può estendersi in maniera rilevante. Si calcola che alcuni esemplari viventi superino i 1000 anni di vita. Alcuni esempi: a Stelmužė, in Lituania, c’è un esemplare che si dice superi i 1500 anni (sarebbe la quercia vivente più vecchia d’Europa); a Jægerspris in Danimarca l’età di un altro esemplare, chiamato Kongeegen (Quercia Re), è stimata attorno ai 1200 anni.

Distribuzione ed ecologia. Sovente la farnia è chiamata semplicemente “quercia” oppure “rovere”, termine che in realtà corrisponde all’affine Quercus petraea, quercia propria dei boschi montani. La farnia è invece un albero tipico delle pianure, che dal livello del mare giunge sino ad 800 m di quota ed inoltre ha foglie e ghiande con alcuni caratteri opposti a quelli della rovere. La farnia predilige le aree a clima temperato, le condizioni di piena luce ed i suoli ricchi di nutrienti, poco acidi o neutri, ben dotati d’acqua ed è in grado di sopportare periodiche sommersioni. Ha un vasto areale che dalla Spagna si estende sino agli Urali ed al Caucaso e dalla Scandinavia giunge in Italia Meridionale. In passato quest’albero era la specie dominante della grande foresta di latifoglie della pianura padana: il cosiddetto querco-carpineto, in cui l’altra essenza arborea caratteristica era il carpino bianco (Carpinus betulus).Usi passati ed attualiAnche nel nostro passato mondo contadino la farnia godeva di un certo riguardo.Le “roveri” fornivano pregiato legname da opera che localmente era impiegato per produrre travi per i tetti, tavole per soffittature, serramenti, porte e portoni, alberi dei mulini, componenti di carri agricoli, ballatoi, mobili ed i cosiddetti calastàr, ossia delle particolari travi che venivano poste sui pavimenti delle cantine per sostenere le botti. Quest’ultime a volte erano fatte con “rovere di slavonia”: legno di farnia di provenienza non locale o addirittura estera. Le parti dell’albero non utilizzabili come materiale da opera fornivano un’ottima legna da ardere. Il frutto (la ghianda) veniva talvolta raccolto per ingrassare i maiali e di rado anche i conigli e le oche.Tutt’oggi la farnia fornisce un pregiato legname da opera e da ardere. I suoi boschi sono piuttosto luminosi ed ospitano diverse forme di vita: dalle colonie di licheni che si insediano sui tronchi e sui rami più alti degli alberi a svariate specie di insetti, uccelli e mammiferi tra cui in questi ultimi anni è ricomparso il capriolo.

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Fraxinus è un genere di piante della famiglia delle Oleaceae che comprende circa 65 specie di alberi o arbusti a foglie decidue, originarie delle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Hanno generalmente una crescita rapida, riuscendo a sopravvivere in condizioni ambientali difficili come zone inquinate, con salsedine o forti venti, resistendo bene anche alle basse o elevate temperature; le specie più diffuse in Italia sono il Fraxinus excelsior conosciuto col nome comune di Frassino maggiore; il Fraxinus ornus noto come Orno o Orniello, utilizzato per la produzione della manna e chiamato comunemente anche Frassino da manna o Albero della manna; Fraxinus angustifolia noto col nome di Frassino meridionale.
1)Coltivazione: Il Frassino gradisce generalmente esposizione in pieno sole o mezz’ombra, si adatta a qualunque tipo di terreno purché profondo e fresco, sopporta bene i terreni umidi e con scarso drenaggio. È importante prevedere per le specie coltivate, come piante ornamentali, un buon apporto idrico nella stagione secca e la lotta contro i frequenti parassiti. La moltiplicazione avviene con la semina e il trapianto di piantine di 2-4 anni.
2)Problemi:
• Le foglie possono subire attacchi da parte di insetti adulti e larve di coleotteri e lepidotteri.
• La corteccia può subire notevoli danni per le “gallerie” scavate dai coleotteri del genere Lepersinus.
• Le foglie e i rametti vengono facilmente attaccati dall’Oidio o Mal bianco.
• Il legno può subire attacchi molto gravi dai funghi della Carie del legno che distruggendo la lignina danneggiano irreparabilmente il legname, con enormi danni economici.
3)Proprietà medicinali:
• I frutti le foglie le radici e la corteccia di frassino hanno proprietà leggermente lassativa, diuretica, antinfiammatoria, antireumatica, antiartritica.
• Dalla linfa che sgorga dalle ferite del tronco di alcune specie, come il F. maggiore ed in special modo il F. orno/orniello, si estrae una sostanza chiamata Manna con proprietà lassative e con utilizzo officinale come dolcificante adatto a bambini e diabetici.
4)Il legno di frassino: Il legno di frassino è largamente utilizzato perché è robusto e nello stesso tempo leggero e flessibile. In passato era impiegato per la realizzazione dei raggi delle ruote in legno dei carri agricoli a trazione animale, attualmente con il legno di frassino si fabbricano racchette da sci, eliche per aeroplani, vari utensili per giardinaggio, manici per martelli, strumenti musicali e molte altre cose che richiedono un legno forte e resistente. Il legno di frassino è inoltre un ottimo combustibile e i tronchi di questa pianta possono ardere bene anche quando sono ancora freschi, perché contengono una sostanza infiammabile. In Italia, si trova il frassino maggiore che abbonda nei boschi e produce ottimo legname. È noto anche il frassino orniello, dalla cui corteccia si ricava la manna.

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Dafne era una ninfa dei boschi che per sfuggire all’ardente passione di Apollo si fece tramutare in lauro e il Bernini  riprodusse in marmo la scena con una scultura  custodita nella  Galleria Borghese di Roma. Il lauro (laurus nobilis) detto anche alloro nel corso dei millenni si è ritagliato addosso molti simbolismi legati anche alla possibilità di un suo  utilizzo  come pianta medicinale. Nella antichità era ritenuta una pianta profetica, infatti con il crepitio delle sue fiamme sprigionava buon augurio e nel fumo era possibile  intravedere il futuro, inoltre era consacrata al sole, segno di vittoria per gli atleti della antica Grecia e per i generali romani ritornati in Campidoglio. Petrarca fu laureato in Campidoglio con una corona di lauro cui lui stesso aveva dedicato sonetti allegorici e per molto tempo la pianta del lauro è stata simbolo della poesia. Agli inizi di agosto a Regalbuto in provincia di Enna è ancora possibile vedere “‘a sfilata d’addauru” ove cavalli e cavalieri insieme a scalzi devoti sfilano tra le vie del paese in onore del Santo patrono Vito portando rami di alloro in segno di devozione. Arbusto o piccolo albero raramente il lauro raggiunge i dieci metri  di altezza, ed ha delle foglie sempreverdi con un  piccolo picciolo,  lanceolate  o ovato-oblunghe a margine ondulato. La presenza di cellule mucipare e oleifere presenti nella corteccia e principalmente nelle foglie tra cui tannino e cineolo fanno si, che i il lauro insieme a molte altri generi della famiglia delle lauracee a cui appartiene sia particolarmente aromatico e genera il crepitio del fuoco acceso. Non poteva essere trascurata la bellezza ornamentale delle piante di alloro che trasmettono  ai giardini con il loro fogliame lucido e coriaceo il portamento decisamente eretto. General-mente le piante vengono utilizzate da sole in modo di esaltarne la forma oppure a gruppi in  modo da formare una zona cespugliosa molto intensa che maschera angoli troppo chiusi o copre muri con imperfezioni vistose. Molto interessante può anche risultare la formazione di siepi tra lauro e lagerstroemia utilizzando due-tre piante del primo alternate a una-tre della seconda. Se  invece in un giardino si sente la necessità di  formare macchie voluminose di colore è possibile  intervenire con la formazione di una zona cespugliosa mista con laurus  nobilis, rosa rugosa, cornus alba tappezzato da cotoneaster e  Hypericum calycinum. Per la propagazione basta staccare  dalle piante  i polloni basali durante il periodo di stasi vegetativa, che generalmente sono provvisti di radici: una volta ridotti di due terzi possono essere trapiantati avendo cura di comprimere bene il terreno circostante e successivamente bagnare abbondantemente. Diverse sono le soluzioni riscontrabili in giardino ma in generale si constata la necessità di possedere la pianta forse in virtù dei simbolismi sopra accennati oppure per poter utilizzare le foglie come stomachico in infuso per sedare le coliche dei  più piccini possibilmente insieme ad alcune bucce di limone, o infine per aromatizzare la carne.

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Centomilioni di anni, circa ovviamente, ma a prescindere dal conteggio esatto è una età del tutto invidiabile per uno dei generi di piante più aggraziate dai fiori vellutati e nello stesso tempo resistente al freddo intenso: le magnolie. Alcune particolari caratteristiche botaniche riscontrate sulla specie come la struttura degli stami, del polline e dei semi hanno dimostrato che la famiglia delle Magnoliacee di cui le magnolie e i liriodendri fanno parte, sono una delle prime Angiosperme comparse sulla terra durante il cretaceo superiore, finito ormai da circa sessantacinquemilioni di anni e di cui Parigi ospita ampi depositi del calcare bianco (craie) che ha dato nome al periodo geologico e che ha visto nascere tra l’altro l’attuale Oceano Atlantico. Al genere magnolia appartengono 80 specie di alberi e arbusti a foglie persistenti o caduche con fiori molto decorativi bianchi o rosati, generalmente profumati. Originarie del Nordamerica, Cina e Giappone, secondo fonti storiche, la prima magnolia arrivata in Europa fu nel 1740 su richiesta di Luigi XIV ed era una magnolia grandiflora. Questa specie è una delle più diffuse e raggiunge i 15-25 metri di altezza con delle foglie molto coriacee, ovate, lucide, lunghe 8-20 cm con picciolo pubescente e con una diversa colorazione fra le due pagine fogliari: quella superiore infatti e verde, mentre quella inferiore è di colore ruggine. Il fiore bianco-avorio, molto grande, ovale, vellutato e profumato compare nel periodo giugno-luglio; i frutti, ovoidali e inseriti su un asse longitudinale contengono semi profumati. In giardino la M. grandiflora si è creata un posto di tutto rispetto, visto la sua diffusa presenza, data anche dalla grande possibilità di effettuare pregevoli accostamenti con altre specie con contrasti che possono essere anche di grande effetto come per esempio con il sorbus aria dalle foglie pelose e biancastre. Se gli spazi disponibili in giardino sono limitati e si vuole lo stesso apprezzare i fiori delle magnolie è possibile indirizzarsi verso specie più basse come la magnolia soulangiana alta 1- 5 metri a foglie caduche e a fioritura di inizio estate. Esistono anche specie come la li liliflora alte 3-4 metri con fiori di di colore rosso-porpora che sbocciano in primavera prima ancora della comparsa delle foglie e sono coltivati ti in numerosi parchi e giardini. Il liriodendro (Liriodendron tupilifera) meglio conosciuto come albero dei tulipani si distingue dal genere magnolia per le caratteristiche foglie con le estremità troncate, oppure rientrante o decisamente incise con la base del lembo cuoriforme, arrotondata o troncata. Il liriodendro, pianta alta fino a 30-35 metri, insieme ad alcune specie di magnolia è anche apprezzato per il legname di colore chiaro, facile da lavorare. Durante l’inizio di luglio è possibile effettuare la propagazione delle magnolie per talea; i rami lunghi 8-10 cm ridotte delle foglie che eventualmente possono essere tagliate a metà vanno interrati in sabbia e tenuti a temperatura di 20 gradi circa e successivamente fatte svernare all’aperto.

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1)Kiwi, Avocado, Annona, Mapo sono nomi di frutta entrati ormai nella terminologia di tutti i giorni mentre, di altri, si è perso l’uso tanto che ai nostri giorni è molto difficile che un adulto e ancor di più un bambino conosca o  abbia mai visto un frutto di Azzeruolo, Sorbo o varietà di mele come l’Annurca. Di altri frutti invece dopo un certo periodo di relativo disinteresse si è tornati ad interessarsi forse anche per il fatto che la pianta è stata riscoperta come pianta ornamentale e da giardino. E’ il caso del melograno o granato che in virtù del pregevole fogliame e dei vivaci colori dei suoi fiori ha riavuto in quest’ultimo periodo una certa rivalutazione. Conosciuto in epoche lontanissime, il melograno, veniva chiamato dai Latini malum punicum, melo fenicio perché si pensava provenisse dall’area siro-fenicia. In pratica è originario dall’Iran e si è diffuso un po’ ovunque nel bacino del Mediterraneo dove si è pressoché naturalizzato. Il portamento naturale è arbustivo cespuglioso, con chioma irregolare ed espansa ma le potature possono modificarlo in portamento arboreo dalle dimensioni contenute, generalmente 3-4 metri; pregevole è il fusto che tende ad essere sinuoso e contorto con corteccia grigio-brunastra. Albero a foglia caduca presenta picciolo corto, foglie piccole, di colore verde chiaro e lucide. I fiori, caratteristici, sono con calice coriaceo, rossastro, allungato e a tubo portanti petali dal colore rosso acceso che spiccano sul fogliame verde e fitto. Il frutto (balaustio) che matura nel periodo ottobre-novembre è stato da sempre considerato simbolo di fecondità e  apprezzato  fin dall’antichità. All’interno è diviso in logge dove i semi angolosi e traslucidi assumono una colorazione granato e da qui il nome che lo caratterizza  in  alcune regioni. Le piantine ottenute da seme o da talea seminate in vaso e scalarmente  durante  l’anno,  se poste in serra fredda durante  l’autunno, tendono  ad  effettuare  una seconda fioritura che mostra la propria bellezza nel periodo invernale. Le dimensioni ridotte e  la  resistenza  alle  potature rende le piantine molto versatili nell’utilizzo; infatti, le piante nane di melograno risultano gradite per la formazione di siepi e bordure dove nello sviluppo finale non superano il metro di altezza mentre i fiori sterili cadranno senza formare fruttificazione. Abbastanza semplice risulta la propagazione della pianta  che può essere effettuata sia per riproduzione agamica (talea, propaggine e margotta) che per semina. Nel primo caso le talee di legnose o semilegnose  possono essere sistemate per la radicazione prima della ripresa vegetativa o nel periodo di maggio-giugno utilizzando rami con uno spessore di pochi cm e lunghi 10-15 cm. Saranno interrati per i 3/4 in un substrato di sabbia-torba 1:1 e tenuti in luogo ombreggiato e umido. Nel caso di utilizzo dei semi questi devono essere stratificati in un luogo freddo sotto alcuni cm di sabbia in modo di effettuare la vernalizzazione e appena nate, le piantine devono essere poste in vasi contenenti terriccio e alla pien’aria. Il melograno pur essendo una pianta da pieno sole ha una buona resistenza  al freddo la qual cosa permette un buon adattamento in tutte le regioni italiane.

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Anche il campo floricolo segue i dettami della moda. La ricerca e la sperimentazione in campo vegetale determina la scoperta e l’utilizzo di nuove specie e varietà che si caratterizzano per la qualità dei fiori e la loro colorazione e per la capacità che hanno alcune specie di rifiorire  in epoche in cui la disponibilità di fiori è limitata. Questo è il caso del melograno (Punica granatum) una volta rilegato come pianta da frutto il cui interesse dei consumatori sembrava diminuire ma le nuove sperimentazioni su varietà nane ne hanno fatto riscoprire l’utilizzo sia come pianta da vaso fiorito che come pianta da bordura.  L’interesse dei ricercatori si è soffermato sulla colorazione tipica assunta dalla pianta in epoca di fioritura che va  dal verde del fogliame al rosso delle  infiorescenze  e inoltre  alla  possibilità che offre la specie di  fornire fioritura  nel periodo natalizio in cui questi colori per tradizione sono particolarmente graditi. Le cultivar nane infatti presentano in forma ridotta tutta la  bellezza  delle  piante di  melograno determinate dal fogliame ricco di foglie oblunghe, piccole, lisce e lucenti e dalle infiorescenze a gruppi di due-tre con calice coriaceo, rossiccio e petali di colore rosso acceso. Il  frutto (balaustio) maturo nel periodo ottobre-novembre è stato da sempre considerato simbolo di fecondità e apprezzato fin dalla antichità. All’interno il frutto è diviso in logge dove i semi angolosi e traslucidi assumono una colorazione granato e da qui il nome che lo caratterizza in alcune regioni. Le piantine ottenute da seme o da talea seminate scalarmente durante l’anno,  se poste in serra fredda, durante l’autunno, tendono ad effettuare una seconda fioritura che mostra la propria bellezza nel periodo invernale che fino ad alcuni anni orsono era regno incontrastato della Stella di Natale. Le dimensioni ridotte e la resistenza alle potature rende le  piantine molto  versatili nell’utilizzo; infatti le piante nane di melograno risultano gradite per la formazione di siepi e bordure dove  nello sviluppo  finale non superano il metro di  altezza. Abbastanza semplice risulta la propagazione della pianta che può essere effettuata sia per riproduzione agamica (talea, propaggine e margotta) che con l’utilizzo dei semi. Nel  primo caso le talee di legnose o semilegnose possono essere sistemate per la radicazione  prima  della  ripresa vegetativa o nel periodo di Maggio-Giugno  utilizzando rami  con uno spessore di pochi cm e lunghi 10-15. Saranno interrati per i 3/4 in un substrato di sabbia-torba 1:1 e tenuti in luogo ombreggiato e umido. Nel caso di utilizzo dei semi questi devono essere stratificati in un luogo freddo sotto alcuni cm di sabbia in modo di effettuare la vernalizzazione e appena nate le piantine poste in vasi di terriccio  e poste alla pien’aria.

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La colomba liberata da Noè portò all’arca un ramoscello di olivo e  questi comprese che il diluvio fosse finito e da  allora  cri­stiani, ebrei ed musulmani identificarono nella pianta il simbolo della rinascita, della pace e della prosperità. Questo  non  è sicuramente l’unico motivo per cui la  coltivazione dell’olivo  sia  gradualmente risalita nella penisola  tanto  che nella provincia  di Bergamo viene vista ormai  come  una  pianta perfettamente  adattata  e nelle colline  limitrofe  viene  ormai coltivato  con  buoni  risultati per la produzione  di  olio.  Ma l’emigrazione  di  questa  pianta non è  rimasta ristretta  alla coltivazione per i soli fini alimentari ma è riuscita a  coloniz­zare i giardini dei più esigenti creando un fiorente mercato come ben  noto ai vivaisti. Coloro che hanno potuto  ammirare  queste piante  nel  loro  habitat naturale hanno  potuto  apprezzare  la maestosità  degli  alberi  che nonostante i  loro  tronchi  cavi, l’aspetto contorto infondono con le loro fronde mai troppo fitte un senso di pace e di tranquillità e lasciano sempre filtrare  un tenue sole. Il riferimento cui sopra Š caratteristico delle piante (olea europea sativa) coltivate, mentre se lasciate a se stesse tendono ad assumere una forma conica determinata dal comporta­mento  basitono della vegetazione. Inoltre alla base del  tronco tendono  a cacciare numerosi polloni, nella zona del colletto  e dalle grosse radici i quali, se staccati, possono essere  utiliz­zati per la riproduzione. Grande fascino assumono le coltivazioni presenti  nelle  tortuose zone costiere del  Cilento  dove  nelle scoscese scarpate l’uomo con molta fatica è riuscito a ritaglia­re spiazzi di terreno ove imponenti ulivi si affacciano  nell’ac­qua di uno dei tratti di mare più belli d’Italia che finisce  con Capo Palinuro. Nei giardini  è possibile avere piante con un discreto  sviluppo, visto la buona adattabilità della pianta ai vari tipi di terreno, se  non per quelli fortemente sabbiosi o argillosi  con  notevole ristagno di acqua. Molta attenzione va invece posta nelle  opera­zioni  di  potatura e nella difesa fitosanitaria.  Chiome  troppo fitte provocano facilmente lo sviluppo di cocciniglie tra cui  il mezzo grano di pepe e sulla melata prodotta da questi si  instau­rano  facilmente ammassi di funghi neri epifiti, che danno vita alla  fumaggine. Una buona impalcatura della pianta  che  preveda come  nel caso della forma a vaso policonico la presenza  di  3-4 branche principali può risultare molto adatta alle zone del  Nord con estati in cui l’umidità relativa, molto elevata, favorisce lo sviluppo di crittogame. Pertanto alle cure di rito, concimazio­ni, irrigazioni che accompagnano un pò tutte le piante, all’uli­vo va aggiunta una potatura di sfoltimento annuale,  anche  allo scopo di mitigare l’alternanza di produzione a cui certe  varietà sono  facilmente portate, e un trattamento  preventivo  autunnale con  poltiglia bordolese all’1-1,5%. Tale trattamento  disinfetta le parti verdi e il tronco da muschi e parassiti vari che tendo­no  a svernare sotto la corteccia e inoltre è stato riscontrato che da un positivo effetto al rigoglio vegetativo.

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Nel vicino oriente l’albero per antonomasia è la palma. Dopo le graminacee, le palme  sono le piante più utili all’umanità  in grado di soddisfare quasi tutte le necessità umane  da quelle alimentari a quelle ornamentali. Da esse si ricava frutta, gemme commestibili, farine alimentari, zucchero e ancora, se sottoposte a trattamenti, è possibile ricavare vino, liquori, burro e infine legname, fibre tessili stuoie, carta e medicinali. Innegabile è la sua utilità e, a scorrere la storia dei popoli dell’antichità, diverse sono le simbologie che richiamano a questa pianta equiparata, per il fatto di essere dioica (solo con fiori maschili o femminili), all’uomo. Le più note sono sicuramente le palme da dattero, frutto stranamente consumato principalmente durante il periodo natalizio, ma molto curiose sono le palme da cocco per la loro capacità di resistere alla violenza degli uragani grazie alle loro radici elastiche e molto sviluppate. E’ stato calcolato che una pianta di medio sviluppo ne possiede dalle 7 alle 8.000 poste tutt’intorno alla pianta raggiungendo anche i 10 metri di profondità. Sempre nell’ordine delle curiosità, in Amazzonia la palma Jnaja ha foglie lunghe anche 15 metri con una larghezza di 4. Indubbiamente un albero maestoso che deve sicuramente la propria bellezza alla verticalità del tronco dal quale si dipartono a raggiera le foglie. Nel Cantico dei Cantici lo sposo paragonava la bellezza della sua compagna dicendo: “la tua statura assomiglia ad una palma e i tuoi seni ai datteri” che poco potrà dire di romantico alle nuove generazioni mentre era sicuramente un complimento  usato in passato nell’aria mediterranea. Le specie più coltivate in appartamento appartengono ai generi: Chamaedorea, Howea, Cocos, Phoenix e Chamaerops.
Le specie del genere Chamaedorea  sono piante piccole che generalmente non superano i 6 metri e sono caratterizzate da foglie pennate e apparato radicale a stoloni per cui spesso crescono a gruppi. La più apprezzata specie è la Chamaedorea elegans dai sottili fusti rigidi, coperti da fitti anelli lunghi al massimo due metri dai quali alla base si dipartono radici avventizie. Le foglie sono leggere e formano degli archi morbidi e appena ricadenti. Proveniente dal Messico, cresce bene in casa se tenuta preferibilmente all’ombra e a temperatura intorno ai 20 gradi e riesce a vivere anche dieci anni risultando una delle più resistenti palme da interno. Ai fini dell’acquisto, oltre allo stato generale  della pianta in vaso occorre accertarsi che vi sia all’interno dello stesso  quattro-cinque piantine  e che siano ben disposte. La Chamaedorea elegans è anche l’unica palma di appartamento che fiorisce, va rinvasata ogni due anni, innaffiata regolarmente in modo da tenere il substrato costantemente umido e senza che vi sia, in ogni caso, ristagno di acqua. A tal proposito l’utilizzo di una manciata di argilla espansa alla base del substrato evita di incorrere in tale inconveniente.
Al genere Howea, appartengono due specie, comunemente chiamate Kentie e che devono il proprio nome alla provenienza dall’Isola di Lord Howe ad est dell’Australia. Più adatta alla vita al chiuso è l’H. forsteriana in quanto rispetto all’H. belmoreana riesce a sopportare bassa luminosità e  ha un fusto più robusto. Entrambe però si distinguono per la  bellezza delle foglie lunghe circa 20-30 cm e larghe 2-3 e la relativa facilità di coltivazione. Per ottenere piante alte intorno ai due metri occorrono circa cinque anni e va tenuto conto anche delle dimensioni del vaso che deve essere all’incirca di trenta-quaranta cm. Le Kentie vengono vendute generalmente a gruppi di tre ceppi per vaso numero ottimale per ottenere una forma rotondeggiante. Al contrario della Chamaedorea, la Kentia non ama le annaffiature abbondanti per cui occorre fare asciugare bene il terriccio prima di somministrare altra acqua di irrigazione. Come le Chamaedoree, però, anche le Kentie si aggiovano di nebulizzazione fogliari con acque non calcaree specialmente durante il periodo invernale in cui i riscaldamenti rendo l’aria interna molto secca. Durante le nebulizzazioni, per evitare di bagnare il pavimento, può risultare utile riunire le piante su un tappeto di fibra vegetale intrecciata, che raccoglie le goccioline d’acqua e si asciuga velocemente.
Al genere Cocos appartiene una sola specie che è la Cocos nucifera nota soprattutto per i suoi frutti, le noci di cocco. Il nome proviene proprio dai suoi frutti dal greco cocos=bacca e dal latino nucifera=che produce noci. L’utilizzo di questa specie è principalmente alimentare ma esemplari giovani vengono sovente utilizzati come piante d’appartamento. Allo stato naturale la palma da cocco germina da quella grande noce, dopo aver galleggiato sul mare, riesce anche a colonizzare atolli sperduti nel mare e una volta approdata sulla spiaggia. Sistemata in vaso dà vita ad un lungo ciuffo di foglie con forma slanciate e portamento contenuto. Molte volte però si constata una breve vita della specie in vaso e ciò è dovuto non alla mancanza di annaffiature, bensì alle poco costanti nebulizzazioni di acqua sulle foglie che la pianta di solito richiede.
Tra le specie appartenenti al genere Phoenix due sono quelle che destano particolare interesse  e sono la palma da dattero (Phoenix dactilifera  e la palma delle Canarie (Phoenix canariensis). Alcuni dei motivi di distinzione dai generi sopra descritti sono: hanno una crescita più rapida e un maggiore numero di foglioline  mentre gli stipiti delle vecchie foglie formano il fusto, nella parte centrale dell’apice  è sempre presente un ciuffo di giovani foglie che via via si aprono formando nuova chioma. Attenzione a questa parte in quanto è l’unica zona generatrice della pianta stessa e in caso di lesioni o tagli viene compromessa l’esistenza della pianta.
In ultimo il genere Chamaerops  merita attenzione in particolare per la specie humilis più semplicemente conosciuta come palma nana. Questa specie, infatti è l’unica a vivere spontanea in Italia e più precisamente in Sicilia e Sardegna in virtù della predilezione a luoghi caldi e soleggiati. Esemplari con fusti eretti alti intorno al metro si possono osservare con facilità in Sardegna a Capo Caccia e nella riserva dello Zingaro presso Palermo.

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Quando è stata portata in Europa nessuno, forse, poteva pensare che pochi semi avrebbero conquistato l’Europa. Dopo la scoperta dell’America arrivarono in Europa da questo nuovo continente diverse specie vegetali che a vario scopo vennero coltivate nei giardini delle corti delle grandi monarchie Europee. Il francese Robin importò per conto del re di Francia diverso materiale da riproduzione proveniente dal Nuovo mondo tra cui quella che venne chiamata Acacia americana robinii in onore del suo scopritore. Linneo mise fine a questo antico errore di classificazione botanica battezzandola definitivamente Robinia pseudoacacia o falsa acacia. E’ una essenza ormai naturalizzata e dalla alta capacità competitiva rispetto a tante altre specie e grazie al rapido accrescimento e alla veloce disseminazione riesce in pochi anni a costituire fitte boscaglie. L’uomo ha contribuito notevolmente alla diffusione, in quanto la velocità di crescita e l’adattamento a terreni marginali dava la possibilità di ottenere in pochi anni notevole quantità di legname da ardere e non solo. La notevole resistenza alla capitozzatura e la capacità di sviluppare ricacci nella parte basale ne ha fatto una pianta di primaria importanza economica. Il Pianura padana il notevole bisogno di legna da ardere ha fatto sì che la specie prendesse il posto di parecchie specie autoctone. Durante il periodo fascista è stata molto utilizzata per rinforzare scarpate siadi strade sia ferrovie in virtù del notevole apparato radicale. Anche in città la robinia, grazie alla resistenza agli agenti inquinanti, si è creata una nicchia di tutto rispetto come pianta ornamentale. Di questa specie c’è però da dire che in molte occasioni è diventata una presenza molesta in quanto ha stravolto le caratteristiche di alcuni ambienti tipici di flora e fauna autoctona alterando la fisionomia tipica del paesaggio. Lungo i corsi dei fiumi, ad esempio, questa pianta ha sostituito, a tratti completamente, le specie autoctone come ontani, frassini, salici e pioppi e, in alcune zone della Pianura Padana, si è sostituita a farnie e carpini bianchi che una volta costituivano vaste foreste. La pianta raggiunge i 20-25 metri con portamento sia arboreo che arbustivo con foglie caduche, dal lungo picciolo, composte, imparipennato. I fiori a grappolo presentano le caratteristiche tipiche delle Leguminose, emanano un piacevole profumo attrattiva di molte api che producono con il polline il tipico miele di robinia e possono anche essere utilizzati per preparare delle squisite frittelle se vengono rotolati in una pastetta di uova e farina. Al fine dell’utilizzo ornamentale sono state selezionate delle varietà dalle particolari caratteristiche, come la semperflorens rifiorente in primavera-estate, la bessoniana con forma arrotondata e rami quasi rivi di spine adatta per alberature e infine, se si vuole avere dei fiori rosa, occorre orientarsi sulla Robinia hispida.

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Quando il giardinaggio non era ancora un hobby, la tendenza comune era quella di coltivare per lo più specie di notevole utilità economica. I filari dei campi erano piantumati con pioppi, necessari a fornire pali e legname da opera, oppure platini e robinie per la produzione di legna da ardere. Attorno alle abitazione di campagna esistevano piante da frutto, qualche aromatica e l’orto, indispensabile a fornire ortaggi per gli usi domestici e immancabile, almeno in passato, era una pianta di sambuco. I bambini lo usavano per ricavare cerbottane e fischietti, gli adulti invece per tingere con la corteccia stoffe di nero, di verde con le foglie, per il blu si utilizzavano i fiori ed infine le bacche per il  caratteristico viola. Inoltre dai rami lunghi, flessibili e cavi,  tagliati durante l’inverno e dopo una breve stagionatura, si ottenevano dei leggeri manici di forconi e pale. I tirolesi lo chiamavano “farmacia degli dei” in quando dai germogli si ricava un decotto  per curare le nevralgie, con impacchi di foglie si curavano malattie della pelle, dai  fiori si otteneva un tè depurativo e dalle bacche uno sciroppo utile per infiammazioni bronchiali: una vera miniera di utilità. Presso le popolazioni germaniche “l’albero di Holda”, come veniva chiamato, era talmente rispettato tanto che, passando, al suo cospetto i contadini si toglievano il cappello. I Celti  in virtù dei frutti che si conservano fino alla fine dell’anno hanno identificato con quest’albero il tredicesimo mese  lunare  che si conclude proprio nei giorni del solstizio d’inverno. Tante altre leggende possono essere citate a testimonianza di un interesse della popolazione rilevante per una pianta da cui l’uomo ne trae notevoli benefici. Originario del Caucaso è diffuso in tutta Italia visto la buona adattabilità ai diversi ambienti. E’ possibile trovarlo lungo le sponde dei fiumi e radure, in prossimità di case e cascine abbandonate, con preferenza per le zone in cui vi è una buona fertilità del suolo e in particolare di azoto. La buona diffusione è determinata dalla notevole capacità pollonifera che la pianta possiede e per questo generalmente è difficile trovarlo sotto forma arborea ma più facilmente in forma arbustiva con ampia chioma tondeggiante. Alto al massimo 7-8 metri, presenta una corteccia grigio brunastra e al suo interno i rami presentano un midollo spugnoso molto sviluppato. Le foglie caduche possiedono 5-7 foglioline con apice acuminato e margine dentato. I fiori ermafroditi, cioè che possiedono sia la parte maschile (stami) che quella femminile (pistilli) sono molto piccoli, possiedono un calice ridottissimo e sono riuniti in ombrelle molto grandi che possono raggiungere facilmente i 20 cm. Accanto al Sambucus nigra  è presente anche il sambuco rosso o racemoso diffuso principalmente in boschi di collina e montano inferiori ai 1.000 metri consociato  a frassini, olmi, aceri, sorbi e noccioli
Sambucus è un genere appartenente alla famiglia delle Caprifoliacee(da caprifoglio) che comprende specie arbustive di medio-grandi dimensioni, tra cui il Sambuco. Esso talvolta si presenta in forma di piccolo albero, comunissimo lungo le siepi campestri, nei boschi planiziari e submontani e presso i casolari di campagna, nonché alla periferia delle città, dove rappresenta un relitto della vegetazione spontanea. Presenta rami con midollo molto grosso, bianco, leggerissimo e compatto, che viene raccolto ed usato per includere e poi sezionare parti vegetali da osservare al microscopio. Inoltre questo tipo di legno viene utilizzato per costruire le palline formanti un pendolino elettrico; viene scelto questo tipo di legno per la sue estrema leggerezza. La corteccia dei rami stessi presenta rade e grosse lenticelle. Le foglie sono opposte, imparipennate, di solito con 5 foglioline ovato-lanceolate ed appuntite, seghettate ai margini. I fiori sbocciano in primavera-estate, sono piccoli, odorosi, biancastri, a 5 lobi petaliformi, riuniti numerosissimi in infiorescenze ombrelliformi molto ampie. Essi maturano numerose piccole bacche globose nero-violacee che contengono un succo di colore viola-porporino scuro che viene impiegato per colorare vini e come esca per la pesca dei cavedani. I fiori del sambuco trovano impiego in erboristeria per la loro azione diaforetica.

Ecco ora qui di seguito elencate, per la gioia dei lettori più interessati,le specie principali:
-Sambucus ebulus, detto ebbio o nibbio (pianta)
-Sambucus nigra
-Sambucus racemosa, detto sambuco rosso .
SAMBUCUS EBULUS O EBBIO
Descrizione: a questa specie vi appartengono piante erbacee e perenni, alte sino a 150 cm, dall’odore sgradevole, presentano un fusto con coste chiare longitudinali, midollo bianco;
le foglie sono opposte imparipennate, a 5-9 segmenti seghettati, glabri e verde scuro di sopra, pubescenti e chiare di sotto;
I fiori si raggruppano in corimbi ampi rivolti in alto, corolla bianco-rosea con lacinie di 4 mm e antere violette, fiorisce da maggio a luglio;
Il frutto è una drupa piriforme, di 4-6 mm, lucida e nera a maturità. Habitat: Cresce lungo le siepi e le strade campestri, nei luighi incolti e ruderati.0-1300 m. Maggio luglio.
Curiosità: questa pianta trova largo uso in campo farmaceutico.

SAMBUCUS NIGRA
Il Sambucus nigra è una pianta angiosperma dicotiledone legnosa a foglie decidue. È una specie molto diffusa in Italia soprattutto negli ambienti ruderali (lungo le linee ferroviarie, parchi, ecc.), boschi umidi e rive di corsi d’acqua.

Descrizione: è un arbusto alto 4-6 m. I rami portano delle foglie composte, di colore verde scuro, lunghe 10-30 cm. Le foglie sono imparipennate con margine dentato-seghettato; la forma delle foglioline è lanceolata con apice acuminato, la fillotassi è opposta. I fiori sono ermafroditi e portati in infiorescenze (corimbi) molto vistose, larghe 10-23 cm. I singoli fiori sono formati da 5 petali fusi alla base (fiori gamopetali), calice anch’esso gamesepalo, ovario infero, 4 stami sporgenti. Fiorisce tra aprile e giugno. I frutti sono delle bacche nerastre, lucide. Usi: Il sambuco presenta proprietà medicinali-erboristiche riscontrabili nei frutti e nei fiori. Tutto il resto della pianta (semi compresi) è velenosa poiché contiene il glicoside sambunigrina . Le bacche sono eduli solo dopo cottura e vengono impiegate per gelatine e marmellate. La pianta viene utilizzata anche a scopo ornamentale, mentre dal legno del tronco si ricava un legno duro e compatto, utilizzato come combustibile e per lavori al tornio; il legno dei giovani rami al contrario è tenero e fragile e non trova applicazioni pratiche.

SAMBUCUS RACEMOSA
Queste piante non temono il freddo e quindi si possono coltivare in giardino in qualsiasi periodo dell’anno. Queste piante sono da considerarsi come orticole, quindi in caso di parassiti si utilizzano antiparassitari per l’agricoltura; prima di raccogliere foglie delle piante trattate attendiamo che il prodotto utilizzato non sia più attivo.Pianta che necessita di almeno alcune ore al giorno di irradiamento solare. Generalità:
Queste piante sono arbusti. Questa pianta in primavera assume una colorazione arancio verde ; è di taglia media e può raggiungere i 4,5 m di altezza. Non mantiene la foglia in inverno. Lo sviluppo è eretto, tendono a crescere sia in altezza, sia in larghezza, dando origine ad un arbusto arrotondato. Concimazione:
Ogni 15-20 giorni mescoliamo all’acqua delle annaffiature del concime per piante verdi, ricco in azoto e in potassio. Annaffiatura:
Ricordiamo che è possibile raccogliere le piante aromatiche, essiccandole o congelandole, in modo da poterle utilizzare durante i mesi freddi. Annaffiare con regolarità, ogni 2-3 settimane , bagnando il terreno in profondità con 2-3 bicchieri d’acqua , attendendo sempre che il terreno sia ben asciutto prima di annaffiare; evitare di lasciare acqua stagnante. Trattamenti:
Con l’innalzarsi delle temperature diurne, all’inizio della primavera, è bene praticare un trattamento preventivo, con un insetticida ad ampio spettro, da praticarsi quando nel giardino non sono presenti fioriture. Prima che le gemme ingrossino eccessivamente è consigliabile anche praticare un trattamento fungicida ad ampio spettro, per prevenire lo sviluppo di malattie fungine, il cui dilagare è favorito dall’elevata umidità ambientale. Terreno:
Queste piante medicinali necessitano di un terreno leggermente pesante, che trattenga un poco l’umidità.
Per favorire lo sviluppo di foglie particolarmente grandi, ogni inverno riducete tutti i rami del sambuco a due-tre coppie di gemme. Ben presto cresceranno getti vigorosi che raggiungeranno 1,8-3 m di altezza in una sola stagione. Questo tipo di potatura può essere molto utile negli spazi ridotti, perché il sambuco così trattato non si espande troppo in larghezza; come contropartita, però, l’arbusto non fiorisce né fruttifica.

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By Il Potatore

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Arbusti

Abelia
Agave
Azalea
Agrifoglio
Bambù
Bosso
Camelia
Erica
Glicine
Hebe
Ibisco
Leucothoe
Ligustro
Oleandro
Passiflora
Rododendro
Rosa
Sambuco
Skimmia

Abelia

GENERALITA’:comprende 15-20 arbusti sempreverdi, o semi-sempreverdi, originari della Cina, del Giappone e del Messico; la specie generalmente coltivata in giardino è un ibrido di specie originarie della Cina, A. grandiflora. Ha portamento tondeggiante e gli esemplari di alcuni anni raggiungono l’altezza e la larghezza di 100-120 cm; i lunghi fusti, scarsamente ramificati, sono rossastri e tendono ad arcuarsi allungandosi. Le foglie sono ovali, dentellate, di piccole dimensioni, cuoiose, di un bel verde scuro e lucido; le nuove foglie sono color bronzo, e in autunno tutta la pianta assume questo gradevole colore. In estate produce una profusione di piccoli fiorellini a trombetta, di colore bianco-rosato, che persistono fino ai primi freddi; il frutto è un achenio legnoso, contenente un singolo seme.
ESPOSIZIONE: questa preferisce le posizioni in pieno sole, o a mezz’ombra; non teme il freddo e si sviluppa senza problemi in giardino in piena terra, anche se preferisce posizioni riparate dai freddi venti invernali. Volendo si può scegliere di potare drasticamente la pianta alla base in autunno, per favorire uno sviluppo più compatto e vigoroso la primavera successiva.
ANNAFFIATURE: le giovani piante necessitano di annaffiature regolari; le piante adulte possono invece sopportare alcuni giorni di siccità senza problemi; nel periodo che va da marzo a ottobre annaffiare sporadicamente, una volta a settimana; con l’arrivo dei freddi diminuire drasticamente le annaffiature, senza però sospenderle del tutto, essendo l’abelia una pianta sempreverde. Nel periodo vegetativo fornire del concime per piante da fiore sciolto nell’acqua delle annaffiature almeno una volta ogni 15 giorni.
TERRENO: le abelie crescono senza problemi in qualsiasi terreno, anche in terra da giardino; sicuramente però una fioritura più abbondante e uno sviluppo più rigoglioso si avranno in terreno ricco di materia organica e molto ben drenato. Nel mettere a dimora una abelia ricordarsi di preparare una buca ampia, ponendo sul fondo della sabbia a grana grossa, del buon terriccio bilanciato e del concime organico ben mescolati, in modo da favorire un attecchimento rapido.
MOLTIPLICAZIONE: avviene per seme, in primavera; le abelia grandiflora si moltiplicano invece per talea, prelevando delle porzioni di fusto in primavera, che vanno fatte radicare in un miscuglio di sabbia e torba in parti uguali; le nuove piante vanno coltivate in contenitore per almeno un paio di anni prima di poter essere messe a dimora.
PARASSITI E MALATTIE: queste piante sono di solito molto rustiche e non vengono attaccata da parassiti o da malattie.

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Agave

“L ‘agave che s’abbarbica al crepaccio dello scoglio e sfugge al mare da le braccia d’alghe” scriveva il Premio Nobel per la letteratura, Eugenio Montale, in una poesia di Ossi di Seppia. Generalmente, però, l’agave (Agave americana) siamo abituati a vederla non solo allo stato selvaggio addossata a pendii rocciosi e assolati ma anche in uno stato quasi di addomesticamento in giardini e viali di ville o all’entrata di quest’ultimo su grossi vasi ai lati di imponenti cancelli.  Il significato di agave (agavos in greco) è “splendido e meraviglioso”; secondo gli Aztechi, senza questa pianta, il sole avrebbe potuto essere mai imprigionato e solo una pianta a forma di stella avrebbe potuto avere il privilegio di legare a se lo splendore del sole.  Sempre secondo la leggenda azteca, la condanna data dal Dio Sole alla pianta, colpevole di essere riuscita nell’intento grazie alle sue lunghe foglie, è stata quella di poter fiorire una sola volta e con la fioritura trovare la morte. La leggenda in ogni caso ingigantisce unicamente l’interesse dell’uomo verso questa spettacolare pianta reputata molto preziosa dai marinai che con le fibre, dette sisal, producevano i cordami per le navi e ne diffusero la coltivazione in tutto il mondo compreso il Bacino del Mediterraneo. Inoltre dalla fermentazione del liquido zuccherino che sgorga per essudazione dal taglio della gemma fiorale è possibile ottenere bevande alcoliche come il pulque e il mescal Dal punto di vista botanico l’agave appartiene alla famiglia delle agavacee, comprendente circa 300 specie provenienti da zone aride o semi aride. Una delle specie più diffuse è l’agave americana molto diffusa e inselvatichita nell’area mediterranea con foglie basali carnose lunghe anche due metri e larghe circa 15-20 cm con numerose spine ad uncino nei margini fogliari che si restringono fino nella parte superiore ove una spina molto robusta e appuntita protegge l’apice. Generalmente il ciclo di questa pianta si completa intorno ai dieci anni quando dalla parte centrale si sviluppa lo scapo che reca le infiorescenze nella parte terminale dalla caratteristica colorazione verdastro-giallognolo. La fioritura si completa nell’arco di pochi mesi, in genere nella tarda estate e la pianta diventa attrattiva per insetti di tutti i tipi e curiosamente anche per i bovini allo stato brado che ingaggiano autentiche lotte per potersi accaparrare un boccone delle parti fiorali precedentemente fatte cadere a terra con l’ausilio delle corna. La riproduzione della pianta in ogni caso è possibile, oltre con i semi prodotti, anche con i numerosi polloni basali.  Proprio con il prelievo di questi è possibile incominciare l’allevamento in casa o giardino di questa specie che essendo una pianta grassa va trattata come tale. Pertanto il substrato deve essere molto poroso per evitare ristagni idrici e non deve contenere sostanza organica. Un buon miscuglio può essere ottenuto mischiando terra limosa e sabbia non calcarea in parte uguali e aggiungendo attorno al colletto della pianta sabbia grossa e ghiaia. I vasi di terracotta sono sicuramente da preferire a quelli in plastica.

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Azalea
L’azalea è una pianta appartenente al genere Rhododendron e possiede fiori dai vari colori e grandezza. Pianta decisamente da esterno sopporta solo per poco tempo la vita all’interno dell’appartamento a causa di aria troppo secca e calda. Pertanto le piante in vaso dopo la fioritura vanno portate all’aperto e mantenute in posizione con luce diffusa e preferibilmente lontano dai raggi diretti del sole. Prediligono un substrato decisamente acido a base di torba e terriccio di foglie e traggono notevole beneficio dalla pacciamatura con aghi di pino che oltre a proteggere l’apparato radicale rilasciano acidità al terreno e sostanza organica. Le piante provenienti da fioriture forzate generalmente non fioriscono l’anno successivo ma soltanto dopo due anni. Durante la fioritura, in ogni caso, occorre annaffiare la pianta giornalmente tenendo elevato il tenore dell’umidità dell’aria e in caso di avvizzimento dei fiori e delle foglie è bene immergerla nell’acqua fino al vaso lasciandolo fino a quando non scompaiono le bollicine di aria. Pochi gli interventi cesori su questa specie come tra l’altro come tutti gli arbusti. Si ricorre, in genere alla potatura solo quando la pianta assume delle forme strane o tende a sbilanciarsi con la chioma, oppure per sopprimere rami secchi o malati. Poche le avversità che colpiscono questa specie da rilevare principalmente qualche attacco di ragnetto rosso che va combattuto con un prodotto acaricida.

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Agrifoglio


L’agrifoglio insieme all’abete e alla Stella di Natale è uno dei simboli del Natale e insieme agli altri ha tradizioni antichissime e anche per questo è uno degli  arbusti più resistenti e più coltivati al mondo. Allo stato spontaneo e in buone condizioni di clima e di terreno l’agrifoglio può raggiungere i 20 m di altezza mentre in genere viene coltivato come arbusto e non supera i  4-5 metri. E una pianta  dioica cioè esistono le piante maschili e femminili, quest’ultime si possono evidentemente riconoscere dalla presenza di bacche molto decorative e rosse che coprono la pianta già dall’autunno e rimangono presenti sulla pianta durante tutto l’inverno.
Le piante di agrifoglio possono essere impiantate in giardino  in esemplari singoli oppure in gruppo ma si possono anche ottenere siepi molto suggestive  disponendo le piantine a circa 70 cm l’una dell’altra. Esse sono molto resistenti e necessitano di poche cure e di scarse irrigazioni. Solo negli esemplari coltivati in vaso si ricorre ad due-tre irrigazioni settimanali e ad una concimazione, con concime liquido,una volta al mese.
La messa a dimora di nuovi esemplari in giardino va effettuata preferibilmente ad inizio autunno o primavera acquistando esemplari in vaso che possiedono un buon apparato radicale. Da evitare l’acquisto di piantine a radice nuda che sicuramente presenteranno problemi di attecchimento.
Nelle regioni fredde come quelle padane le piante di agrifoglio vanno collocate sempre in pieno sole e, nel caso di inverni particolarmente rigidi, sarà opportuno ricorrere alla pacciamatura in modo da proteggere l’apparato radicale. La pacciamatura inoltre manterrà fresco il terreno sottostante durante il periodo estivo e non ultimo eviterà lo sviluppo di erbe infestanti che per la presenza di spine nell’apparato fogliare basale risulterebbero di difficile estirpazione. Gli agrifogli sono piante  decisamente robuste, che raramente si ammalano e solo in questi ultimi anni si sono notati esemplari attaccati fortemente da cocciniglie. In questi casi occorre intervenire con olio minerale associato ad insetticida. Il trattamento va eventualmente ripetuto per debellare completamente i vari stadi  del parassita.Le foglie dell’agrifoglio caratteristiche per il colore molto lucido quasi fosse verniciato hanno la particolarità di avere bordi spinosi nei primi metri dal suolo come difesa dagli erbivori mentre negli strati più alti le spine non sono più presenti.

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Bambù

Il bambù viene considerato per molti versi la pianta del futuro. Secondo alcuni studi, infatti, l’utilizzo di questa pianta in diversi settori può essere valido per aiutare nella crescita economica in diverse aree del Terzo Mondo. La notizia di per se stesso può sembrare eccessivamente ottimistica ma a detta degli esperti le applicazioni pratiche sull’utilizzo di questa pianta sono innumerevoli. Basti pensare all’utilizzo per la costruzione di biciclette e ponti, frangivento o ancora come baluardo vivente per consolidare scarpate e rive di fiume. Ciò, è evidente, non è riferito alle varietà di bambù che vengono generalmente utilizzate come pianta ornamentale ma ad altre che si caratterizzano per la notevole capacità di accrescimento che in talune specie può arrivare in condizioni ottimali di crescita anche vicino al metro giornaliero. I culmi di bambù molto leggeri, duttili e allo stesso tempo molto resistenti possono formare il telaio delle bici e adattarsi ai terreni accidentati delle strade sterrate che caratterizzano alcuni Paesi oppure legati opportunamente sempre con materiale vegetale oppure possono essere utilizzati per la costruzione di ponti e sono in grado di sostenere pesi inimmaginabili, tali da permettere anche il passaggio di mezzi di trasporto. L’indiscusso vantaggio di questa “pianta” monocotiledone è dato anche dal fatto che vegeta con condizioni ambientali molto diverse, ed anche se con varietà diverse  è presente in tutti i Continenti.
Pianta appartenente alla famiglia delle Graminacee, il bambù, viene definita pianta più per le dimensioni raggiunti dai suoi culmi che per l’effettiva consistenza del proprio caule. In Italia è presente l’Arundinaria japonica di chiara provenienza giapponese diffusa per lo più a scopo decorativo ornamentale. I culmi sono a sezione circolare, verdi–ocracei alti 3-5 metri con foglie avvolgenti, lamina lanceolata e molto lunghe (20-30 cm). Se poste in luoghi umidi sono capaci di formare fitti boschetti che attraggono merli e tordi i quali, al proprio interno, trovano un ottimo riparo sia dagli agenti meteorologici avversi che come luogo di nidificazione. Sempre proveniente dal Giappone viene coltivata in Italia la Bambusa pygmaea che come si intuisce dal nome presenta uno sviluppo contenuto, culmi molto brevi al massimo 30-40 cm, tozzi di colore verdastro, La Phyllostachys nigra, invece, raggiunge tranquillamente i 6-7 metri con culmi di notevole diametro ed è capace di creare autentiche barriere antivento e in particolari ambienti può essere utilizzata come siepe perimetrale. Caratteristica che accomuna un po’ tutte le specie di bambù è la predilezione di terreni freschi, profondi e umidi mentre per quanto riguarda il resto si adattano abbastanza facilmente a quasi tutti gli ambienti climatici italiani ad esclusione delle zone montane. I culmi di questa pianta sono molto utilizzati come materiale di sostegno per molte specie volubili tra cui i Ficus grazie al ridotto diametro e alla notevole resistenza alle marcescenze. Facile risulta anche la propagazione per talea basale provvista di radici.

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Bosso

L’uso del bosso in giardino risale ad alcuni secoli fa.  L’esempio più significativo lo si trova nei giardini di Versailles e di Villa Madama a Roma, dove è tuttora usato come elemento decorativo e per la realizzazione di forme geometriche. Dopo un lungo periodo di assenza, negli ultimi anni il Buxus sempervirens gode di un rinnovato interesse, soprattutto per la coltivazione in vaso sul balcone, sul terrazzo e nei giardini  grazie al suo carattere rustico, alla facilità di coltivazione e alle possibilità di ottenere forme sagomate.  Il bosso è spontaneo in tutto il Mediterraneo dove cresce nel sottobosco, è resistente alle basse e alle alte temperature e solo le gelate intense  possono danneggiare il fogliame ma la pianta si riprende facilmente e se non viene potato può raggiungere diversi metri di altezza. Cresce sia in una posizione soleggiata che ombreggiata, su tutti i tipi di suolo, anche su quelli calcari e poco fertili. L’unica esigenza che pone quest’arbusto sono le annaffiature: la terra non deve mai asciugarsi completamente. Questo vale soprattutto per gli esemplari coltivati in contenitore, perché l’apparato radicale è grande e fine e richiede una grande riserva di terra. Tra le diverse cultivar di Buxus sempervirens, la più diffusa è la ‘Rotundifolia’, dal fogliame più grande e rotondo, di colore verde scuro ma esistono anche la ‘Suffruticosa’, una variante nana che non supera il metro di altezza ideale per i bordi delle aiuole e dei vialetti, e il Buxus microphylla, una specie a foglia piccola e dal portamento compatto. Molte sono le cultivar a foglia variegata, come ad esempio la ‘Elegans’, con portamento basso e fogliame bordato di bianco, la ‘Aureovariegata’, con foglie leggermente più grandi e rotonde, screziate di giallo o interamente di questo colore. La fioritura dei bosso, anche se poco significativa, ha luogo da Aprile a Maggio, con fiori verdognoli che attirano le api. Il bosso è ideale come siepe bassa per delimitare il giardino o le aiuole, come siepe divisoria e anche per la coltivazione in vaso ove può essere facilmente potato e sagomato. Queste operazioni vanno eseguite in Giugno o in Agosto e, in ogni modo, in giornate poco assolate per evitare scottature al fogliame. Si possono inventare innumerevoli forme diverse, basta usare la fantasia, procurarsi un paio di forbici affilate, del filo di ferro e armarsi di molta pazienza visto che per creare una forma stabilita occorrono anche diversi anni. Chi non ha tempo da dedicare all’arte topiaria, può rivolgersi ai garden, dove sono disponibili bossi a sfera, a piramide, a spirale, a rettangolo e inoltre sagomati con forme di orso, lepre, pavone e tanti altri animali.  La coltivazione di queste forme particolari richiede, come già detto, diversi anni e notevole pazienza e pertanto le piante sagomate dal vivaista hanno prezzi piuttosto elevati. Per coloro che vogliono in proprio prodursi delle piantine, occorre dire che tale pratica è relativamente semplice e dà discreti risultati: da Maggio a Ottobre si possono prelevare le talee dalla pianta e trattarle, preferibilmente, con ormoni radicanti. Le talee così preparate vanno messe a radicare in della spugna per fiori, precedentemente bagnata. Ad avvenuta radicazione, due-tre settimane circa, le piantine vanno trasferite in vasetti con torba e successivamente devono trascorrere l’inverno in luogo riparato a temperature non inferiori ai 15°C; in primavera possono essere trasferite all’aperto.

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Camelia

Pare che la Camelia sia arrivata in Inghilterra a seguito di un inganno che i cinesi, gelosi della loro Camellia sinensis, nome botanico della pianta del tè, attuarono sostituendola con la Camellia japonica o camelia ornamentale. La parentela stretta tra le due piante, dall’utilizzazione diversa, ha permesso cos che in Europa arrivasse un arbusto dalle pregevoli caratteristiche e dal grande fascino che per la bellezza dei fiori ha fatto paragonare la pianta alla rosa e da qui il nome rosa del Giappone. Pianta arbustiva, eretta alta fino a 6 metri, sempreverde e ad accrescimento lento ha goduto in passato una larga popolarità. I fiori solitari o riuniti a due-tre all’apice dei rami o alle ascelle hanno sei petali o più, carnosi di colore vario e predominanza del rosa. La bellezza dei fiori induce il più delle volte a coltivarla in casa ma indubbiamente l’ambiente ideale per la coltivazione è il balcone o il giardino dove si possono ottenere con poche piante un accostamento pregevole di fiori con colori e dimensioni diverse. Ciò non toglie che anche in casa la pianta è possibile coltivarla anzi è consigliabile quantomeno durante il periodo della fioritura per ripararla dall’eventuale freddo sistemandola in vaso smaltato di ceramica che esalta la lucentezza delle foglie. Nel giardino le piante preferiscono una zona in semiombra riparata dal sole nelle ore più calde della giornata. Il terreno, visto che si tratta di pianta acidofila, va integrato con torba o sostanza organica e le le irrigazioni preferibilmente con acque non calcare. A tale scopo per coloro che hanno un giardino di discreta estensione è consigliabile raccogliere l’acqua piovana delle grondaie che può, successivamente, essere utilizzata sia per l’irrigazione di piante che richiedono Ph acido, sia per la nebulizzazione fogliare delle piante che richiedono alta umidità e tenute in casa. Per chi si accingesse ad acquistare una pianta di camelia è molto importante che nella scelta vengano preferite piante con un buon sviluppo, alte 0.80-1 metro, che non mostrino abrasioni o necrosi sui rami e le foglie, verificando possibilmente che l’apparato radicale riempia completamente il vaso o quantomeno che lo stesso non sia troppo grande rispetto alla dimensione della pianta. Se invece si vogliono riprodurre piante già esistenti è conveniente attuare una riproduzione per propaggine in quanto le talee sono di difficile radicazione. La propaggine si ottiene interrando ramificazioni basali di diametro non superiore a 1 cm. Dal momento della effettuazione è necessario che trascorrono due anni prima dell’avvenuta e completata radicazione e dopo la quale è possibile staccare la piantina ottenuta dalla pianta madre e trasferirla in vaso o altro.

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Erica arborea

L’Erica arborea è un arbusto sempreverde, dalla corteccia rossastra, a portamento eretto, appartenente alla famiglia delle Ericaceae.
Descrizione: ha numerosi rami, anch’essi a portamento quasi sempre eretto. Le foglie sono aghiformi, persistenti e coriacee, verde scuro, normalmente in verticilli di quattro, con margine dentellato. I fiori sono piccoli, penduli, molto numerosi, riuniti in ricche infiorescenze terminali, dal colore bianco-crema e profumati. Fioritura: marzo-maggio
Frutti: capsule contenenti numerosi piccoli semi. Nome comune:  Radica . Distribuzione: in Africa settentrionale e centro-orientale, Europa meridionale, e nelle Canarie.
In Italia ha distribuzione peninsulare con popolazioni presenti anche oltre lo spartiacque appenninico; è presente anche nelle isole (tipico elemento della macchia mediterranea). Usi: le ramificazioni di eriche legate in fascina sono utilizzate per fare scope, e un tempo potevano costituire le coperture e le pareti di abitazioni povere e capanni. Per ottenere i bozzoli per la filatura della seta, i bachi erano posti, spesso, su rami di erica.
La parte inferiore della ceppa, era “cotto” (combustione interrotta) nella carbonaia nel bosco, per ottenere un carbone in grado di sviluppare molto calore. Il carbone da legno d’erica era richiesto nelle officine dei fabbri per la forgiatura del ferro. Il legno rossiccio di erica arborea è duro e pregiato, ed è il materiale più utilizzato nella costruzione dei fornelli da pipa. La parte utilizzata per ottenere la pipa è quella nodosa della base, in angolo, il cosiddetto “ciocco”.

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Glicine

“Il trionfo della primavera” si manifesta secondo la dicitura ricorrente con la fioritura del glicine. La fioritura di alcune specie vegetali caratterizza la fine dell’inverno come quella del bucaneve e successivamente quelle delle primule, le pratoline, poi, annunciano l’arrivo, in tutto il suo splendore, della stagione dei  fiori e dei colori in cui le specie vegetali per riprodursi fanno  sfoggio di colori per attirare api e bombi che con la loro azione, poco appariscente ma molto concreta e con un lavoro paziente e continuo, passano da un fiore all’altro il polline. Anche il glicine si è fornito di variopinti colori per catturare l’interesse di tali insetti e nello stesso  tempo con i suoi grappoli dal bianco al lilla ricchi di inebriante profumo vive giorni da protagonista nei giardini primaverili. In alcuni casi come la cultivar giapponese Wistaria floribunda “Macrobotrys” la lunghezza dei grappoli può raggiungere il metro, con colorazioni rosso-violaceo. Appartenente al genere Wistaria il glicine Wistaria sinensin proviene dalla lontana Cina e annovera parenti vegetali molto importanti. Infatti alla famiglia delle Papilionacee sottofamiglia di leguminose, di cui il glicine fa parte, appartengono anche ginestre, erba medica, fave, piselli, lenticchie e ceci molto importanti ai fine dell’alimentazione umana.  In giardino le piante di glicine, molto vigorose e resistenti alle basse temperature, in virtù dei rami lunghi (anche 12-13 metri) e volubili sono l’ideale per costituire spalliere fiorite, ombrosi gazebo oppure, appoggiate ad un vecchio muro per coprire la rusticità e le imperfezioni dello stesso. I rami di questa pianta possiedono anche una forza invidiabile per cui è consigliabile tenerli distanti da eventuali reti di recinzione o ringhiere perché finirebbero con il torcere le sbarre. Poche sono le esigenze sulla natura del terreno e degli apporti idrici per cui è possibile allevare piantine di glicine un po’ in tutti gli ambienti e con diverse esposizioni visto che la pianta vegeta bene anche in condizioni di bassa luminosità. Molta cura invece va posta durante la potatura se si vuole ottenere delle abbondanti fioriture. Pertanto la potatura deve essere effettuata ogni anno all’inizio dell’inverno per le varietà a fioritura tardiva in modo da eliminare i rami vecchi e nello stesso tempo favorire la fuoriuscita di germogli laterali da quelli che determinano la struttura generale della pianta o altrimenti definiti portanti. Le varietà a fioritura precoce invece vanno potate alla fine della fioritura asportando i rami che hanno fruttificato e diradando il resto per consentire il rafforzamento dei due-tre rami che caratterizzano la struttura principale della pianta.  Altro intervento per migliorare la parte estetica è quello di permettere l’intreccio iniziale dei rami principali che formerà una caratteristica treccia.

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Hebe

Piccoli arbusti dall’emisfero australe
L’Hebe, un piccolo arbusto sempreverde, è indigena nelle terre verdeggianti della Nuova Zelanda, dove crescono spontanee diverse specie di piante, uniche al mondo, tra le quali l’Hebe è il genere più ricco. I maggiori garden italiani propongono una vasta gamma di questi arbusti provenienti dall’emisfero australe, fioriti e sempreverdi, ideali per la coltivazione in giardino, sul terrazzo e sul balcone.
L’Hebe sempreverde e le sue cultivar è molto usata nelle aiuole, nelle scarpate e per la formazione di bordure, mentre le varietà nane sono ottime nei giardini rocciosi e rappresentano bellissimi ornamenti verdi, coltivate in vaso sul terrazzo e sul balcone. L’Hebe fiorita, spesso confusa con la Veronica per la somiglianza delle infiorescenze, si distingue perché è un arbusto, mentre la Veronica è una pianta perenne. È disponibile in molteplici specie e forme e tra le più particolari menzioniamo l’Hebe ochracea ‘James Sterling’ e l’Hebe Golden Nugget’, entrambe con folta vegetazione e foglie simili alle conifere, dal colore gialloverde dorato che d’inverno diventa giallo bronzeo.
Nelle altre specie, il fogliame è comunemente rotondo e vi è una grande varietà di colori, forme e grandezze. Le foglie dell’Hebe pinguifolia Pagei’, ad esempio, sono notevoli per la colorazione grigio-blu, quelle dell’Hebe buxifolia hanno il colore verde cupo e, come indica il nome della specie, ricordano il fogliame del bosso. Molto interessante è l’Hebe pimeloides, un arbusto basso, quasi tappezzante, con foglie di colore grigio-blu intenso. Le cultivar ‘Mdsummer Beauty’ e Nicolas Blush’, invece, hanno il portamento eretto, molto ramificato, e possono raggiungere un’altezza di 1,25 m. Il fogliame della’Red Edge’ si colora di rosso in primavera. La maggior parte di questi arbusti ha il portamento molto compatto; in primavera si può eseguire la toelettatura accorciando i rami troppo lunghi.

Si distingue tra le diverse specie coltivar di Hebe anche in base al colore delle infiorescenze a spiga. Dell’Hebe albicans, originariamente a fioritura bianca, sono disponibili cultivar con fiori blu, viola, marroni e rosa pallido. L’Hebe macrocarpa brewfolia si riveste da agosto ad ottobre di inflorescen-ze q spiga rosse, l’H.  ‘Summer Blue’ porta fiori azzurri, le Nicolas BlusW e ‘Pink Paradise’ fioriscono in rosa. L’Hebe buxifolia produce fiorellini bianchi, lo stesso colore delle inflorescenze delle specie ochracea, cupressoides, larkii e pinguifolia, mentre l’Hebe salicifolia presenta una bella fioritura lilla. L’Hebe ama il caldo, una posizione soleggiata e un suolo poco calcareo, ben drenato. Per proteggere le radici da un eccesso di calcare, si consiglia di scavare una buca piuttosto ampia e riempirla di torba da giardino prima di mettere a dimora la pianta. L’Hebe ha buona resistenza al freddo invernale e può svernare in una posizione riparata. Le specie tipiche, come ad esempio l’H. ochracea e l’H. sutherla e le piante coltivate in pien’aria sono più resistenti alle gelate delle specie ottenute dall’ibridazione, ad esempio l’H. buxifolia, e delle piante in vaso, che trascorrono l’inverno preferibilmente in serra, nella veranda o nel locale lavanderia. Anche se è una pianta poco vistosa, l’Hebe vanta un gran numero di appassionati, di cui alcuni hanno fondato la “Hebe Society”. Questo club promuove la produzione di Hebe e di altri generi spontanei soltanto nella Nuova Zelanda con lo scambio di talee, la pubblicazione di un notiziario trimestrale e un sito Internet. La “Hebe Society” è nata in Gran Bretagna ed ha associati in tutta l’Europa, nel Nord America e nella stessa Nuova Zelanda.

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Ibisco

Il genere Hibiscus abbraccia circa 300 specie e tra queste il syriacus è l’unica con sufficiente resistenza al freddo tale da poter essere usata in giardino nelle regioni con clima rigido. L’ibisco è tra gli arbusti con fioritura estiva più spettacolare ed è molto apprezzata perché riveste di colore il giardino e il terrazzo proprio quando pochi altri arbusti sono in fiore. Dalla piena estate all’autunno inoltrato, produce ininterrottamente fiori, che arrivano ad un diametro dai sette fino ai dodici cm.  L’Hibiscus syriacus, chiamata anche arbusto altea per la somiglianza dei fiori a quelli dell’Althea rosea, può raggiungere un’altezza di due metri e mezzo e deve il suo nome al suo paese natio, la Siria, dove cresce nelle zone desertiche.  Ama quindi una posizione soleggiata e calda ma cresce bene anche alla leggera ombra.  Questa pianta si adatta a tutti i tipi di suolo, purché sia fresco, leggero e ben drenato, ma è sensibile alla siccità estiva ed è necessario annaffiare regolarmente, soprattutto nella fase iniziale di coltivazione e nei periodi di siccità prolungata.  In giardino, risalta sia in una posizione isolata sia in gruppo con  preferenza per gli esemplari ad alberello o sagomati a forma di piramide. Per favorire la produzione di nuovi boccioli, in primavera occorre praticare un’energica potatura tagliando completamente i germogli cresciuti sui rami durante l’anno, perché solo i germogli nati dopo la potatura producono fiori. Per le dimensioni non troppo grandi e la necessità di potature annuali, questa pianta è molto adatto alla coltivazione in vaso in terrazzo o in balcone  dove porta un tocco di eleganza qualora venga allevata  ad alberello con un fusto intorno al metro di altezza.

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Leucothoe

La Leucothoe “Zeblid”, nativa in America e appartenente alla famiglia delle Ericaceae è un arbusto nano sempreverde, dal portamento quasi sferico che può arrivare ad un metro circa di altezza. I rami elegantemente arcuati portano foglie oblunghe, con apice allungato e margine seghettato. Le foglie giovani hanno un colore bronzeo, che muta in verde durante la maturazione; in autunno il fogliame si tinge di un vistoso rosso scarlatto, tendente al porpora cupo, stesso colore dei getti. I fiori, riuniti in piccoli racemi penduli, sono bianchi e appaiono in aprile-maggio. La Leucothoe è ottima come coprisuolo in giardino, in vaso in terrazzo o come fronda recisa. Come tutte le piante da sottobosco richiede un terreno acido, piuttosto umido ma ben drenato, e ricco di sostanze organiche. La pianta tollera sia un suolo argilloso sia sabbioso ma non calcareo. La “Zeblid” è molto resistente al freddo ma non tollera le gelate, che possono danneggiare le radici. Nelle regioni a clima rigido, gli esemplari in vaso devono svernare in un luogo riparato e fresco. Ama una posizione luminosa o anche leggermente ombreggiata; la luce, comunque, favorisce la colorazione del fogliame.  La “Zeblid” tollera molto bene il trapianto e, pur avendo la crescita piuttosto lenta, dopo il trasferimento i rami si allungano facilmente; se diventano troppo lunghi, possono essere accorciati.  Questa operazione favorisce, inoltre, la produzione di nuovi getti. Tra le piante che formano un bel contrasto con il fogliame rosso porpora della Leucothoe vi sono la Skimmia japonica “Fructo-alba” e la Gaultheria mucronata “Wintertime”, entrambe con bacche bianche, e la Lonicera purpusii, un arbusto sempreverde con fioritura invernale, che produce piccoli grappoli profumati di fiori bianchi.

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Ligustro

Si è ormai agli sgoccioli per la messa a dimora di piante per la formazione di siepi anche se in teoria con l’utilizzo di piante in vaso  ciò è possibile tutto l’anno. Oltre alle più classiche siepi di lauroceraso, nei vivai sono presenti molte altre specie come berberis, photinia, carpino, piracanta, pittosporo, bosso e ligustro. Queste specie possono essere utilizzate da sole oppure alternate in modo che la bellezza del fogliame, molto diverso, crei scenari molto colorati, come nel caso di utilizzo di photinia e berberis o con colorazioni decisamente più classiche e uniformi con bosso e lauroceraso. Il ligustro è una di quelle specie che, generalmente, viene utilizzato da solo in quanto proprio così dà un tocco molto particolare per il suo fogliame fitto e dal verde intenso. La notevole resistenza alle potature, fa inoltre sì, che venga utilizzato sia per la creazione di siepi per aiuole  di piccola dimensione sia per dar vita ad autentiche barriere perimetrali. Originario dell’Europa, il Ligustrum vulgare in Italia è diffuso in tutte le regioni, spingendosi fino a 1.200 metri di quota assumendo una forma a portamento arbustivo alta fino a raggiungere i 4-7 metri di altezza, con chioma espansa e cespugliosa e foglie caduche. A seconda delle varietà può avere fusti eretti con rami ad andamento eretto, orizzontale o prostrato e corteccia grigiastra. Esistono inoltre varietà a foglie, caduche o persistenti, semplici, con inserzione opposta al ramo tramite con un piccolo picciolo. I fiori bianchi e piccoli con quattro petali riuniti in infiorescenze a pannocchia si sviluppano all’apice dei rametti nella primavera-estate (maggio-luglio) e sono intensamente profumati. L’apparato radicale del ligustro ha una notevole capacità rizomatosa che le permette il diffondersi rapidamente. Per questa caratteristica e per la rusticità il Ligustro è considerato una essenza colonizzatrice di terreni aridi e ricchi di calcare e molte volte viene sfruttato per rinsaldare terre instabili come le scarpate di strade. Nei giardini viene generalmente impiegato nella costituzione di siepi, come pianta ornamentale da sola in piena terra oppure, vista l’adattabilità alla coltivazione “in contenitore” di una certa dimensione, può essere adatto ad abbellire verande o terrazzi aperti. Alcune varietà di ligustro a portamento contenuto e compatto vengono utilizzati nell’arte topiaria caratteristica dei tipici giardino all’italiana. Per ottenere una splendida siepe di ligustro occorre orientarsi su varietà a sviluppo contenuto come il Ligustrum ovalifolium, a foglie dorate, adatto sia per la formazione siepi che solitario in forma libera. Le piantine vanno sistemate in una trincea preventivamente scavata e letamata, in giornate asciutte, alla distanza di circa 45-50 cm. Per una crescita omogenea e compatta i successivi tagli di potatura devono essere effettuati asportando circa un terzo della nuova vegetazione prodotta.

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Oleandro

Erigone, Aretusa, Berenice, quale di voi accompagnò la notte d’estate con più dolce melodia tra gli oleandri lungo il bianco mare?   Così incomincia il D’annunzio nella poesia Alycone e da questo poemetto prese il nome l’opera Sodalizio dell’oleandro” che associa la figura della pianta a quella classica dell’estate mediterranea calda e secca ma ricca di fioriti oleandri che caratterizzano le fiumare e più recentemente alcuni tratti degli spartitraffico delle autostrade del Sud. La presenza di queste piante nei fiumi e nei tumultuosi torrenti ne ha determinato il nome; infatti il primo termine del nome botanico, Nerium  oleander, in greco significa acqua a sottolineare la necessità di una richiesta notevole di acqua per il suo ciclo vitale.   L’interesse per gli oleandri come pianta ornamentale è sicuramente molto recente, in quanto in passato la pianta era considerata, non solo in Italia, pianta funeraria tanto che in alcune regioni la utilizzavano per addobbare i carri funebri.  Nel Medioevo al contrario era considerata una pianta portatrice di buoni propositi e una leggenda evangelica sostenevano che dal bastone di San Giuseppe fosse fiorito proprio un oleandro.  La discreta adattabilità a diverse condizioni ambientali ha fatto si che, da pianta spontanea delle regioni calde, si sia ritagliata un discreto successo anche al Nord Italia e sulle rive del lago di Garda ove cresce anche spontanea. L’oleandro è un albero o arbusto sempreverde che deve la sua bellezza alla notevole quantità e alla nutrita varietà di colori dei propri fiori semplici e doppi che vanno dal bianco al roseo, dal rosso al giallo e dal profumo intenso. I pareri riguardo a quest’ultimo aspetto sono molto discordanti visto che alcuni lo definiscono inebriante mentre in Campania è tristemente noto col nome di “fitiente” (puzzolente); a prescindere dai pareri divergenti la pianta, da giugno a settembre, tra le foglie opposte, lunghe, ellittiche, lucide e scure si riempie di una ricca fioritura che ha la caratteristica di avere i petali tossici come tra l’altro anche le foglie. La velenosità è data dalla presenza d’eterosi (oleandrina, neriina). Gli oleandri possono essere coltivati in vaso con la tipica forma a cespuglio oppure in piena terra e essere impostato a alberello. Generalmente  le  nuove  piantine vengono trapiantate in primavera e poste  in una posizione molto assolata. Con la ripresa vegetativa (aprile) va innaffiato frequentemente e abbondantemente vista la notevole massa traspirante. Dopo la fioritura i rami portatori di fiori vanno leggermente accorciati e vanno allo stesso tempo diradati i rami laterali lasciandone eventualmente qualcuno che successivamente rimpiazza eventuali rami vecchi e rovinati.  Prima della fioritura è anche possibile ottenere nuove piante di oleandro effettuano una moltiplicazione per talea. Le talee, lunghe 20 cm circa, radicano bene sia in acqua che in sabbia nell’arco delle tre-quattro settimane a condizione che siano posizionate in ambiente ombreggiato. Durante i mesi invernali le piante in vaso vanno protette dal freddo.

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Passiflora
Il simbolo vegetale della Passione di Cristo nasce da un arbusto rampicante a stelo gracile ed è il fiore della passiflora o “fiore della Passione”. La pianta originaria dal Messico è stata importata in Europa da un padre agostiniano che rimase colpito dai fiori, ermafroditi, posti singolarmente e caratterizzati da più piani di simmetria e che nella parte centrale ricordano la corona di spine mentre le altre parti, come lo stilo al centro, la colonna della flagellazione e con un poco di fantasia gli stammi diventano i chiodi, lo stame la spugna imbevuta di fiele e aceto, le cinque macchie rosse sulla corolla le cinque piaghe. Da questi fiori al tempo stesso belli e pieni di significato si formano dei frutti (bacche) eduli di colore giallo-arancio a maturazione. La passiflora è una pianta rampicante il cui fusto raggiunge la lunghezza di 6-8 metri e che necessita di sostegno qualsiasi ma robusti essendo formato da viticci molto sottili. Le foglie possono essere sempreverdi, semplici, con inserzione alterna, inserite sui sottili rametti mediante un picciolo lungo qualche centimetro. La lamina fogliare, palminervia, è costituita da 5-7 lobi profondamente incisi e raggiunge la lunghezza di 15 centimetri. Introdotta in Italia a scopo ornamentale e si è diffusa spontaneamente nelle regioni settentrionali temperate arrivando a colonizzare ruderi e pietra. Predilige esposizioni in pieno sole o parzialmente ombreggiate ed è di facile coltura per la rusticità; resiste egregiamente alle basse temperature ed in caso di danni possiede una notevole capacità di ricaccio basale. Non possiede particolari esigenze pedologiche, anche se ama i suoli fertili e ben drenati. La Passiflora può essere impiegata per rivestire pergolati anche di giardini pensili e quindi messa a dimora in contenitori. La pianta può essere propagata per talea in estate prelevando dal fusto apici lunghi 10 cm circa che vanno privati delle foglie basali e immersi in un preparato a base di ormoni che ne stimola la radicazione. Una o più talee così preparate possono essere sistemate in vaso contenente torba e sabbia in parti uguali e tenuti in luogo ombreggiato e fresco fino  a completa radicazione (tre-quattro settimane circa). Le piantine così ottenute possono essere trapiantate in piena terra preferibilmente l’anno successivo alla radicazione in modo che per il primo anno di vita trascorrono l’inverno al coperto e con temperatura non inferiore ai 10°C. Le piante giovani trapiantate in primavera si aggiovano di una potatura molto drastica che lasci la pianta accorciata ai primi 15-20 cm dalla base, allo stesso modo possono essere potate le piante con più anni di permanenza all’aperto, in ogni caso tale potatura non è mai dannosa. Infine, pochi sono i danni che possono essere creati da parassiti vegetali mentre si può riscontrare in qualche annata delle infestazioni di afidi, di mosca bianca e di ragnetto rosso ma in genere non tali da giustificare l’intervento con prodotti chimici che in ogni caso riescono a controllare perfettamente lo sviluppo di questi parassiti.

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rododendro
Tra la fine di maggio e i primi di giugno è possibile ammirare presso il Rhododendron Park di Brema la fioritura della pianta a cui il parco deve il nome: il rododendro. La costituzione del parco risale alla fine degli anni Trenta e in esso sono coltivate circa 700 delle 1000 specie di rododendro conosciute al mondo. Il nome Alpenrosa ( rosa delle Alpi) con cui i tedeschi identificano queste piante è significativo delle esigenze e delle caratteristiche che contraddistinguono questi arbusti che vivono ad altitudini rilevanti fino a duemila metri sulle Alpi. Al genere Rhododendron appartengono anche le azalee che si distinguono dai rododendri veri e propri principalmente per le foglie caduche e il portamento basso della pianta; alla stessa famiglia appartengono anche le eriche e i mirtilli per un totale di circa settanta generi e 1900 specie. Piante spontanee, i rododendri mal si adattano ai locali chiusi dove ben presto si manifesta l’ingiallimento e la successiva caduta delle foglie e pertanto la collocazione in giardino è sicuramente la migliore. Infatti la pianta è molto resistente alle basse temperature e se la è in riposo vegetativo resiste bene anche a temperature di 10 gradi al disotto dello zero mentre al momento della ripresa vegetativa della pianta molta attenzione va posta ai ritorni improvvisi di freddo o alle gelate tardive. In giardino il rododendro deve essere posizionato in luogo semi-assolato visto che le temperature ottimali per la crescita durante il giorno devono essere preferibilmente comprese tra i 18 e i 22 gradi le risulta fondamentale, ai fini della fioritura, che la pianta soddisfi un certo fabbisogno di freddo. La pianta necessita un ph prevalentemente acido compreso tra 4,5 e 5; terra di bosco, torba e aghi di pino sono, tra i substrati, quelli che riescono meglio a soddisfare le caratteristiche nutrizionali e chimiche della piante che possiede un apparato radicale fibroso ma superficiale e delicato. Questo comporta anche una certa cura nelle irrigazioni che devo essere frequenti e con acque prive di salsedine e di calcare. La presenza di calcare o in ogni caso di acque molto dure provoca fenomeni di clorosi ferrica che provocano accentuate necrosi marginali. L’impiego di chelati di ferro sciolti in acqua e somministrati in buche superficiali prontamente ricoperte garantiscono il miglior utilizzo di questo microelemento molto termolabile. Non esistono malattie degne di menzione che colpiscono i rododendri forse dovuto al fatto che le foglie molto tossiche scoraggiano i parassiti. Se si espletano queste poche ma importanti attenzioni colturali, da aprile in poi è possibile ammirare i suoi fiori simili alle rose ed è proprio da questa somiglianza che dal greco deriva il suo nome: ròdon-rosa e dèndron-albero, in pratica “albero delle rose”. Qualora si volesse propagare tale piante per talea il periodo ottimale è da Luglio a Settembre.

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Rosa
La rosa è la regina dei fiori e il suo regno non è stato ancora scalzato da nessuna “repubblica” in virtù delle svariate tonalità di colori dei suoi fiori profumatissimi e dell’adattamento a diverse condizioni ambientali e pedologiche. Per ottenere delle belle rose non basta possedere un buon terreno, condizioni climatiche ottimali o una buona varietà ma occorrono soprattutto interventi di potatura regolari e ben eseguiti. L’epoca migliore per la potatura dei rosai è il periodo gennaio-febbraio ma può essere prolungato in quelle località in cui l’inverno tarda a lasciare il posto alla primavera. In genere le nuove varietà di rosa fioriscono sui rami prodotti nello stesso anno e quindi su legno nuovo mentre i rosai sarmentosi e rampicanti tendono a portare fiori sul legno dell’anno precedente.
Nel primo gruppo a cui fanno parte gli ibridi di tea, di floribunda e i rosai a cespuglio lo scopo della potatura sarà quello di formare una struttura circolare rada al centro in modo di garantire una ottima esposizione ai raggi solari. Si procede asportando inizialmente tutti i rami morti, deperiti o colpite da forme parassitarie nella precedente stagione. Il ramo va reciso in una zona in cui il legno da garanzie di tessuti sani e vigorosi altrimenti la branca va asportata completamente. Allo stesso modo vanno eliminati tutti i rami deboli e sottili e quelli che si incrociano eliminando in questo caso ovviamente il più debole. Dopo questi primi interventi dovranno rimanere cinque-sei branche di un certo spessore che vanno raccorciate. Sul numero di branche principali o sulla natura dell’accorciamento delle stesse possono essere fatte diverse considerazioni che tengono conto di diversi fattori e che in misura rilevante vanno legate all’esperienza di potatura. In piante poco vigorose danneggiate eccessivamente da fattori ambientali il numero di branche principali può ridursi a due-tre e l’accorciamento delle stesse può avvenire dopo la prima o seconda gemma; in piante vigorose, in ottimali condizioni ambientali e su certi tipi di rosai di notevole vigoria il numero di branche può aumentare vistosamente e l’accorciamento essere meno drastico ed effettuato dopo la quarta-quinta gemma. Una attenta osservazione sullo sviluppo e sulla produzione  di fiori durante l’anno può in ogni caso dare ottime indicazioni sulle reali esigenze della pianta specialmente in tutti quei casi in cui il potatore è armato di buona volontà ma di scarsa esperienza. Per quanto riguarda invece i rosai rampicanti occorre eliminare i ramoscelli sfioriti, tutti i rami vecchi e improduttivi, quelli deboli e successivamente accorciare le ramificazioni principali evitando di toccare quelle dell’anno in quanto fioriranno l’annata successiva. Infine una regola valida per tutte le specie è quella di eliminare dopo la prima caduta di petali le rose sfiorite accorciandola al di sotto di due tre foglie ed evitare sempre la formazione di capsule di semi (cinorrodi) perché sottraggono eccessive energie alla pianta.

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L’interesse invece manifestato per le specie a mazzetti e uniflore a fiore piccolo sta nel fatto che è possibile ottenere con queste un prodotto a basso prezzo e più di massa.  L’aspetto che i genetisti hanno molto curato e la floribundità della specie cioè la capacità di una produzione elevata di fiori vendibili e i brevetti di nuove varietà si sono succeduti con la stessa rapidità con cui si è accresciuto  negli  ultimi anni l’interesse dei  consumatori  che hanno  fatto  delle  rose il fiore di  tutte  le  occasioni. All’occasione si regaleranno rose rosse per rendere esplicito un messaggio di amore ardente e un manifesto segno d’attrazione, rose gialle quando la gelosia dell’amore tradito accomuna in n silenzio reciproco e rose bianche in omaggio all’innocente fanciulla. Resta beninteso che le rose rosse arrivate alla mamma per il suo compleanno possono anche significare perdono per la brutta pagella che il figlio ha portato a casa.   Rosai, rampicanti, antiche, a mazzetti. Rosse e rosa sono una delle tante soluzioni per il giardino e sulla collocazione non vi è mai il rischio di sbagliare vista l’estrema adattabilità della pianta e la capacità di abbinarsi a qualsiasi contesto e contrasto di colori che il giardino più austero può presentare. Una buona concimazione e un buon terreno sono ovviamente premessa per una fioritura  duratura ed  abbondante. Molta cura va invece posta per la potatura che deve tenere conto del portamento della pianta e delle caratteristiche. Vanno potate basse con tagli netti e lisci le specie da rosai ad aiuole mentre sfoltire e mantenere rami sempre giovani sarà la prerogativa da tener conto per quelle rampicanti.

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Rosmarino
Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) è un arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.
Originario dell’Europa, Asia e Africa, è vive nell’area mediterranea nelle zone litoranee, garighe, macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell’entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare, ma si è stanziato anche nella zona dei laghi prealpini e nella pianura padana nei luoghi sassosi e collinari.
Il rosmarino è una pianta arbustiva che raggiunge altezze di 50-300 cm, con radici profonde, fibrose e resistenti, ancorante; ha fusti legnosi di colore marrone chiaro, prostrati ascendenti o eretti, molto ramificati, i giovani rami pelosi di colore grigio-verde sono a sezione quadrangolare.
Le foglie, persistenti e coriacee, sono lunghe 2-3 cm e larghe 1-3 mm, sessili, opposte, lineari-lanceolate addensate numerosissime sui rametti; di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca; hanno i margini leggermente revoluti; ricche di ghiandole oleifere.
I fiori ermafroditi sono sessili e piccoli, riuniti in brevi grappoli all’ascella di foglie fiorifere sovrapposte, formanti lunghi spicastri allungati, bratteati e fogliosi, con fioritura da marzo a ottobre, nelle posizioni più riparate ad intermittenza tutto l’anno. Ogni fiore possiede un calice campanulato, tomentoso con labbro superiore tridentato e quello inferiore bifido; la corolla di colore lilla-indaco, azzurro-violacea o, più raramente, bianca o azzurro pallido, è bilabiata con un leggero rigonfiamento in corrispondenza della fauce; il labbro superiore è bilobo, quello inferiore trilobo, con il lobo mediano più grande di quelli laterali ed a forma di cucchiaio con il margine ondulato; gli stami sono solo due con filamenti muniti di un piccolo dente alla base ed inseriti in corrispondenza della fauce della corolla; l’ovario è unico, supero e quadripartito.
L’impollinazione è entomofila poiché avviene tramite insetti pronubi, tra cui l’ape domestica, attirati dal profumo e dal nettare prodotto dai fiori.I frutti sono tetracheni, con acheni liberi, oblunghi e lisci, di colore brunastro. Richiede posizione soleggiata al riparo di muri dai venti gelidi; terreno leggero sabbioso-torboso ben drenato; poco resistente ai climi rigidi e prolungati.Si può coltivare in vaso sui terrazzi, avendo cura di porre dei cocci sul fondo per un drenaggio ottimale, rinvasando ogni 2-3 anni, usando terriccio universale miscelato a sabbia, concimazioni mensili con fertilizzante liquido miscelato all’acqua delle annaffiature, che saranno controllate e diradate d’inverno.In primavera si rinnova l’impianto cimando i getti principali, per ottenere un aspetto cespuglioso, senza dover ricorrere ad interventi di potatura.Si moltiplica facilmente per talea apicale dei nuovi getti in primavera prelevate dai germogli basali e dalle piante più vigorose piantate per almeno 2/3 della loro lunghezza in un miscuglio di torba e sabbia; oppure si semina in aprile-maggio, si trapianta in settembre o nella primavera successiva; oppure si moltiplica per divisione della pianta in primavera.
Il Rosmarino viene utilizzato:
• In cucina o nell’industria degli insaccati come pianta aromatica
• Come pianta ornamentale nei giardini, per bordure, aiuole e macchie arbustive, o per la coltivazione in vaso su terrazzi
• Le foglie, fresche o essiccate, e l’olio essenziale, come pianta medicinale
• Nell’industria cosmetica come shampoo per ravvivare il colore dei capelli o come astringente nelle lozioni; nelle pomate e linimenti per le proprietà toniche.
• Come insettifugo o deodorante ambientale nelle abitazioni, bruciando i rametti secchi
• In profumeria, l’olio essenziale ricavato dalle foglie, viene utilizzato per la preparazione di colonie, come l’Acqua d’Ungheria
• I fiori sono particolarmente melliferi

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Sambuco La farmacia degli dei
Quando il giardinaggio non era ancora un hobby, la tendenza comune era quella di coltivare per lo più specie di notevole utilità economica. I filari dei campi erano piantumati con pioppi, necessari a fornire pali e legname da opera, oppure platini e robinie per la produzione di legna da ardere. Attorno alle abitazione di campagna esistevano piante da frutto, qualche aromatica e l’orto, indispensabile a fornire ortaggi per gli usi domestici e immancabile, almeno in passato, era una pianta di sambuco. I bambini lo usavano per ricavare cerbottane e fischietti, gli adulti invece per tingere con la corteccia stoffe di nero, di verde con le foglie, per il blu si utilizzavano i fiori ed infine le bacche per il caratteristico viola. Inoltre dai rami lunghi, flessibili e cavi, tagliati durante l’inverno e dopo una breve stagionatura, si ottenevano dei leggeri manici di forconi e pale. I tirolesi lo chiamavano “farmacia degli dei” in quando dai germogli si ricava un decotto per curare le nevralgie, con impacchi di foglie si curavano malattie della pelle, dai fiori si otteneva un tè depurativo e dalle bacche uno sciroppo utile per infiammazioni bronchiali: una vera miniera di utilità. Presso le popolazioni germaniche “l’albero di Holda”, come veniva chiamato, era talmente rispettato tanto che, passando, al suo cospetto i contadini si toglievano il cappello. I Celti in virtù dei frutti che si conservano fino alla fine dell’anno hanno identificato con quest’albero il tredicesimo mese lunare che si conclude proprio nei giorni del solstizio d’inverno.
Tante altre leggende possono essere citate a testimonianza di un interesse della popolazione rilevante per una pianta da cui l’uomo ne trae notevoli benefici.
Originario del Caucaso è diffuso in tutta Italia visto la buona adattabilità ai diversi ambienti. E’ possibile trovarlo lungo le sponde dei fiumi e radure, in prossimità di case e cascine abbandonate, con preferenza per le zone in cui vi è una buona fertilità del suolo e in particolare di azoto. La buona diffusione è determinata dalla notevole capacità pollonifera che la pianta possiede e per questo generalmente è difficile trovarlo sotto forma arborea ma più facilmente in forma arbustiva con ampia chioma tondeggiante.
Alto al massimo 7-8 metri, presenta una corteccia grigio brunastra e al suo interno i rami presentano un midollo spugnoso molto sviluppato. Le foglie caduche possiedono 5-7 foglioline con apice acuminato e margine dentato. I fiori ermafroditi, cioè che possiedono sia la parte maschile (stami) che quella femminile (pistilli) sono molto piccoli, possiedono un calice ridottissimo e sono riuniti in ombrelle molto grandi che possono raggiungere facilmente i 20 cm. Accanto al Sambucus nigra è presente anche il sambuco rosso o racemoso diffuso principalmente in boschi di collina e montano inferiori ai 1.000 metri consociato a frassini, olmi, aceri, sorbi e noccioli.

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Skimmia

Bellezze con bacche di fuoco
La Skimmia reevesiam, in novembre eletta a “Pianta del Mese” e in vendita presso i maggiori garden italiani, è una pianta arbustiva a foglia persistente. Questa specie di Skimmia, dal portamento basso, non supera un’altezza di 80 centimetri ed ha un alto valore ornamentale in tutte le stagioni. Già in autunno appaiono i boccioli rosso cupo, che sbocciano all’inizio della primavera, quando la pianta si veste interamente di piccoli fiori bianchi, lievemente profumati, raccolti in pannocchie terminali. In settembre-ottobre i fiori lasciano spazio a ricchi grappoli di splendide bacche cremisi, che durano per molte settimane. li loro colore acceso è messo in risalto dal verde cupo del fogliame, lanceolato, dal tipico profumo aromatico.
Alcune specie di Skimmia sono dioiche, vale a dire che vi sono piante con fiori maschili e altre con fiori femminili; per indurre la fruttificazione, è necessaria la vicinanza di individui femminili e maschili. La S. reevesiana è l’unica specie monoica, cioè porta sia fiori maschili sia femminili, è dunque autofertile e basta acquistare una sola pianta per avere una profusione di bacche tutti gli anni. La Skimmia reevesiana è particolarmente versatile, adatta per la coltivazione in giardino, solitaria o in gruppi, la formazione di bordure, nei giardini d’erica, e in vasi e fioriere sul terrazzo e balcone. La pianta di questo mese, grazie alla lunga durata e alla facile manutenzione, è ottima anche per il cimitero e può addirittura trascorrere alcune settimane negli interni, soprattutto a Natale le sue bacche rosse e foglie verdi si inseriscono bene nell’addobbo festivo della casa. 1 rami, largamente usati nell’arte floreale, si possono recidere con facilità e rappresentano un valido complemento di mazzi misti. Specialmente la varietà ‘Ruby King’, che presenta lunghi steli con boccioli rosso cupo, si presta bene a questo tipo d’utilizzo.
La Skimmia, indigena nell’Asia orientale, fu importata in Europa nella metà dell’Ottocento. Considerati l’habitat naturale e la crescita lenta, questo arbusto è ideale per la coltivazione nelle zone umide e ombreggiate del giardino. Vuole un suolo ricco di sostanze organiche e assolutamente poco calcareo. Foglie ingiallite indicano un grado di pH troppo basso; occorre intervenire con l’ampliamento della buca d’impianto e l’aggiunta di torba attorno all’apparato radicale. La terra deve, inoltre, avere buone capacità di drenaggio e d’assorbimento dell’acqua; un eccesso d’acqua può provocare scottature sul fogliame e la clorosi, vale a dire la perdita progressiva del colore.
Pur resistendo al freddo invernale, la Skimmia reevesiana non tollera le gelate e, nelle regioni a clima rigido, deve svernare in un ambiente riparato dal gelo, dal pieno sole e dal vento, che causano facilmente la disidratazione e danni alle foglie. In queste regioni è più indicata la Skimmia japonica, che è una specie dioica e ci vuole quindi la vicinanza d’individui maschili e femminili, per favorire la fruttificazione.
La Skimmia reevesiana non è l’unica pianta con cui colorare il giardino e il terrazzo nei mesi invernali. Per ottenere una composizione multicolore, la possiamo ad esempio abbinare a suo “fratello” Skimmia japonica ‘Fructo Alba’, che produce bacche bianche. Tra le molte altre specie con fiori o frutti invernali sono particolarmente valide la Sarcococca confusa, con fogliame lanceolato verde brillante e piccoli fiori bianchi e profumati, e la Gaultheria mucronata, a foglia verde cupo lucente e bacche di colore cremisi, che si scurisce durante la maturazione diventando porpora cupo. La cultivar ‘Winter Time’ di quest’ultima specie porta bacche bianche ed è ottima da combinare ad altri arbusti.

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By Il Potatore

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Aquila reale
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Pinguino
Pipistrello
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Salamandra pezzata
Squalo
Stambecco
Tigre
Trote
Volpe

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L’aquila reale vive nelle regioni montagnose ed impervie, ben lontano dall’uomo, ma sempre sotto il livello delle nevi perenni, ed è completamente assente dalle pianure. In Italia la sua presenza è stimata in circa 500 coppie delle quali circa 300 si trovano sulle Alpi, 100 sugli Appennini, ed il resto tra Sicilia e Sardegna.
L’aquila reale raggiunge una lunghezza che può variare tra i 75 e gli 88 cm, mentre la sua apertura alare può raggiungere i 2,30m, e il suo peso arriva fino a 6,7kg. Gli esemplari più grossi sono le femmine. Il becco è robusto e ricurvo, è dotata di una vista straordinaria, sei volte più acuta dell’uomo, e di un campo visivo di 300 gradi (uomo 180 gradi).
Fedeli per la vita il maschio e la femmina di aquila reale, una volta formata la coppia e scelto il territorio rimangono stanziali per molti anni. L’accoppiamento avviene a terra, e ne segue la deposizione delle uova (tra gennaio e maggio)che generalmente sono due. In questo periodo il maschio è spesso assente per ricomparire alla schiusa delle uova per portare cibo alla madre e ai piccoli, dei quali solitamente solo uno sopravvive. Dopo circa due mesi i piccoli imparano a volare, e dopo sei mesi lasciano i genitori per poi formare un nuovo nucleo familiare ad un’età compresa tra i 3 e i 6 anni quando raggiungono la maturità sessuale.
L’aquila si nutre principalmente di mammiferi piccola e media taglia (conigli, piccoli daini, marmotte, scoiattoli) oppure di uccelli o rettili. Nel caso che la preda sia un mammifero la coppia si divide i compiti, cioè uno plana radente al suolo per impaurire la preda, mentre l’altro si lancia in picchiata dall’alto. Gli uccelli invece, vengono spesso cacciati in volo. L’aquila reale è un uccello molto attaccato al suo territorio, che può andare dai 50 ai 500 km quadrati a seconda della disponibilità di cibo. Predilige in genere gli spazi aperti con grandi pareti rocciose, sulle quali costruisce i suoi nidi. Si tiene lontana dalle zone troppo boscose o frequentate dall’uomo, ed è in generale assente nelle pianure. L’aquila è protetta su tutto il territorio nazionale e la sua popolazione sembra mantenersi stabile.
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Il nome “anaconda” è usato per indicare quattro specie di grandi serpenti sudamericani, appartenenti tutti al genere Eunectes, della stessa famiglia del boa. Si tratta di specie vivipare di grandissime dimensioni, tra le più lunghe e pesanti del mondo. L’anaconda comune (Eunectes murinus) è il serpente più lungo dell’emisfero occidentale e il più pesante in assoluto: un individuo adulto di grossa taglia può misurare 6 m di lunghezza e pesare 107 kg. L’anaconda comune vive nei sistemi fluviali del Sud America amazzonico, a est delle Ande, e uccide le prede stringendole fra le sue spire. L’anaconda giallo (Eunectes notaeus) è molto più piccolo, di solito non supera i 3-4 m, e vive più a sud.
Classificazione scientifica: Le varie specie di anaconda appartengono alla famiglia dei boidi, dell’ordine degli squamati, classe rettili, subphylum vertebrati, phylum cordati.
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Con “Balena” si intende qualsiasi cetaceo di grandi dimensioni. Le balene sono mammiferi di grandi dimensioni, nonostante il loro aspetto di pesci, che conducono una vita molto movimentata migrando continuamente. Le femmine di balena normalmente concepiscono e partoriscono a grandi profondità, dando vita solitamente a un solo piccolo. La loro maturità riproduttiva arriva tardi, di solito intorno ai 7-10 anni. Questa strategia fornisce al piccolo un’alta percentuale di sopravvivenza.Poiché vivono nel mare, le balene sono “respiratici coscienti” ovvero decidono quando respirare. Per questo motivo non devono cadere in uno stato di incoscienza troppo a lungo, ma allora come dormono? Come ogni altro mammifero anche loro dormono, ma in modo differente: per riposare fanno si che sia un solo emisfero per volta del loro cervello a dormire, in modo da non essere mai completamente addormentate.Il loro aspetto è magnifico: sono tra i più grandi mammiferi conosciuti, la Balena azzurra è il più grande tra i cetacei viventi, le sue dimensioni arrivano a 32 metri di lunghezza per 170 tonnellate di peso, l’equivalente di 28-30 elefanti africani adulti, hanno grandi occhi e immense fauci che hanno permesso il proliferare di numerose leggende, come quella di pinocchio, Moby Dick o il gigantesco “mostro marino” avvistato dai prmi marinai che attraversarono gli oceani. Le balene sono discendenti di mammiferi che vivevano sulla terraferma. I loro antenati hanno iniziato ad adattarsi alla vita acquatica approssimativamente 50 milioni di anni fa. Una recente scoperta conferma l’ipotesi che i più antichi antenati dei cetacei attuali avevano origini terrestri: le balene venivano a terra per partorire. Purtroppo la maggior parte delle specie di balena sono in via di estinzione a causa della loro caccia. Infatti per secoli sono state cacciate per ricavare olio, grasso, carne, ambra e i fanoni; La commissione internazionale di caccia alla balena ha introdotto una moratoria sulla caccia alla balena nel 1986. Per vari motivi alcune eccezioni a questa moratoria esistono; le nazioni che correntemente praticano la caccia alla balena sono:la Norvegia, l’Islanda e il Giappone. Oltre a queste ci sono anche le comunità aborigene della Siberia, dell’Alaska e del Canada del Nord, perché la caccia alla balena fa parte della loro tradizione culturale ed un mezzo di sostentamento primario della popolazione. La causa della loro estinzione però non è solo la caccia: infatti ogni anno muoiono migliaia di cuccioli di balena soffocati dalle reti da pesca, soprattutto durante la pesca del tonno nel pacifico.Oltre alla caccia e alle reti da pesca si aggiungono anche i sonar delle navi moderne e i test sismici che ne rovinano l’udito e ne provocano gli spiaggiamenti perchè modificano i campi elettromagnetici naturali con i quali loro si orientano per ecolocazione. L’ordinamento giudiziario degli Stati Uniti ha ordinato al reparto della difesa degli Stati Uniti di limitare rigorosamente l’uso del sonar a bassa frequenza durante il periodi di pace. Tentativi per ottenere simili risultati sulle navi inglesi, effettuati in Gran Bretagna dalle società per la conservazione delle balene e dei delfini, non hanno per ora ottenuto esiti positivi. Il Parlamento Europeo d’altra parte ha chiesto ai membri dell’UE di limitare l’uso di sistemi sonar di una certa potenza.

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Nome comune di alcune specie di serpenti non velenosi appartenenti alla famiglia dei boidi, di cui fanno parte anche il pitone e l’anaconda. Come tutti i membri della famiglia, i boa uccidono la preda stritolandola fra le spire potenti e poi la ingoiano intera, avvalendosi della caratteristica di poter disarticolare le mandibole. In questo modo possono inghiottire animali più grandi della propria testa; a seconda delle dimensioni della preda, possono impiegare giorni o settimane a digerirla. Sebbene gli esemplari più grossi possano facilmente uccidere un essere umano di media corporatura, avrebbero delle difficoltà a ingoiarne il corpo, perciò, in genere, i boa non vengono considerati una minaccia per l’uomo.
Molti dei serpenti più lunghi del mondo appartengono a questa famiglia, ma non tutti i boa sono straordinariamente grandi: alcuni, da adulti, non superano i 50 cm. La colorazione e il disegno del tegumento, costituito da squame o da placche, varia notevolmente da specie a specie. Gli occhi hanno pupille verticali. Come pure gli altri membri della famiglia, i boidi conservano un cinto pelvico ben sviluppato e arti posteriori vestigiali, visibili esternamente sul corpo come un paio di speroni. Questo testimonia che i serpenti, di cui i boidi sono i rappresentanti più primitivi, si sono evoluti a partire da antenati dotati di arti.
Tra le caratteristiche che distinguono i boa dai pitoni va ricordato il fatto che i primi sono vivipari e diffusi in tutto il mondo, mentre i secondi depongono le uova (sono ovovivipari) e sono limitati prevalentemente al continente eurasiatico.
Esistono 8 generi e circa 39 specie di boa. Probabilmente il più conosciuto è il boa costrittore (Boa constrictor), diffuso nelle foreste pluviali dell’America centromeridionale. La sua colorazione è grigia o giallastra, con un caratteristico disegno marrone scuro sul dorso e la coda rosso-arancione. Ha abitudini notturne e terricole. La sua particolare colorazione gli permette di nascondersi tra la vegetazione della foresta, nonostante sia uno tra i più grandi rettili della Terra. Il boa costrittore ha una lunghezza media di 2-3 metri; alcuni esemplari raggiungono i 4 metri. Le prede comprendono lucertole, uccelli e piccoli mammiferi, tra cui roditori e pipistrelli. Poiché non possiedono veleno, i boa soffocano l’animale catturato avvolgendolo tra le spire fino a quando non smette di respirare, e infine lo ingoiano intero, a partire dalla testa. In base alle dimensioni della vittima, la digestione può durare anche parecchie settimane.
Inoltre esistino i boa arboricoli, come il boa smeraldino (Corallus caninus), vivono sugli alberi avvalendosi della robusta coda prensile per arrampicarsi sui rami. Con la loro testa triangolare, le pupille ellittiche e i lunghi denti ricurvi, somigliano ai viperidi velenosi. Alcuni boa più piccoli, come il boa di gomma o serpente di gomma (Charina bottae), si trovano nelle regioni occidentali degli Stati Uniti. Il boa di gomma, così denominato per l’aspetto lucente della sua pelle marrone, vive sottoterra; poiché ha la punta della coda arrotondata, viene chiamato talvolta anche serpente a due teste.
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Il cavallo di razza Frisone, originario dell’Olanda, fa parte di una delle razze più antiche, risalente addirittura al 300 a.C. La sua caratteristica principale è quella di avere un mantello nerissimo, la criniera, i garretti e la coda estremamente folti ed un temperamento gradevole e affettuoso, essendo al tempo stesso un animale da lavoro molto versatile. morfologia del frisone:
Razza: Frisone Occidentale
Origine: Olanda (Frisia)
Altezza al garrese: 1,60 m circa
Struttura: meso-brachimorfo
Mantelli: morello (molto rare marcature bianche e limitate alla testa)
Temperamento: docile e sensibile
Attitudine: tiro pesante, tiro leggero, lavori agricoli, sella
Doti: ottimo trottatore
Testa: allungata e stretta, a profilo rettilineo. Orecchie corte e appuntite, occhi dolci ma vivaci, ciuffo abbondante.
Collo: piuttosto corto, arcuato, muscoloso, ben attaccato. Ornato da criniera fluente.
Tronco: garrese largo e poco prominente che si confonde con la linea del collo. Linea dorso lombare dritta, dorso breve e reni larghe, fianchi arrotondati, groppa muscolosa e obliqua, coda folta e fluente, ben attaccata. Petto largo e muscoloso, torace ampio e profondo.
Arti: ben muscolosi, ricoperti da peli lunghi nella parte posteriore dagli stinchi in giù. Spalla muscolosa, lunga e inclinata, articolazioni e piedi larghi.

Provenienza : La Frisia è una zona dei Paesi Bassi, molto fiorente nell’agricoltura. In queste zone i cavalli vengono lasciati liberi tutto l’anno assieme al resto del bestiame ( pecore e mucche ) anche durante i rigidi inverni, ed un clima così rigido ha forgiato soggetti robusti, capaci di sopportare la fatica anche nelle peggiori condizioni atmosferiche. Temperamento : Il Frisone è un cavallo robusto dall’andatura brillante e dal trotto rilevato, è un ottimo cavallo da carrozza docile, generoso facile da trattare e da addestrare, anche da chi non ha molta dimestichezza con i cavalli. E’ un animale ”  allegro e leale ” molto volenteroso ed instancabile, sempre al fianco dell’uomo nelle sue imprese, siano esse di lavoro, di guerra o semplicemente di svago.

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Già naturalisti e scrittori antichi ebbero un’attenzione particolare per la capra e di essi sicuramente il più esperto di “cose agricole” della latinità fu Columella. Lucio Giunio Moderato Columella fu agronomo ante litteram e appassionato studioso della natura. Spagnolo di nascita, fu contemporaneo di Seneca (4-65 d.C.) ed ebbe certamente modo di viaggiare in diversi Paesi del bacino del Mediterraneo, perfe­zionando forse le sue conoscenze agro-zootecniche in questo modo. Dopo una permanenza in Siria come soldato, divenne tribuno militare, un incarico che non lo distolse certo dai suoi studi. L’opera per la quale è celebre è un corposo trattato intitolato “l’arte del­l’agricoltura”, assimilabile ad un vero e proprio manuale dell’agrono­mo, in cui l’autore affronta con meticolosità e competenza una materia ampia e per molti aspetti non ancora esplorata. La nostra attenzione va al libro settimo, in cui Columella affronta le questioni inerenti il “bestiame minuto”, asini, suini, cani, pecore e ovviamente le capre, una specie che Columella mostra di conoscere per esperienza diretta e della quale parla in un modo che risulta ancora oggi attuale, nonostante siano passati quasi duemila anni. “Un animale che preferisce agli erbai la macchia e i rovi, in grado di essere alle­vato anche in montagna e in luoghi silvestri, incurante com’è delle spine. Fra gli arbusti ama particolarmente il corbezzolo, l’alaterno, il citiso selvatico, non­ché i giovani fusticelli di elee o di quercia.” Ritratto preciso, non c’è che dire. Ma come deve essere la capra ideale? Columella è telegrafico nelle indi­cazioni relative al maschio da acquistare: corpo grande, zampe carnose, orecchie cadenti, testa piccola, pelo nero, lucido e fitto. Parlando delle femmi­ne suggerisce di sceglierle simili ai maschi, purché abbiano mammelle grandissime e producano molto latte. Sull’accoppiamento la precisione è assoluta, invitando i lettori a privile­giare soggetti giovani, visto che a sette mesi (il capro) è già piuttosto adatto alla riproduzione. Columella è preciso anche nel suggerire il momento più adatto per fa accoppiare le capre, preferendo l’autunno e sempre prima di dicembre affinchè i capretti nascano in prossimità della primavera, quando su tutte le macchie sbocciano le gemme e le selve germogliano di fronde fresche.

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Cyprinus carpio,conosciuto comunemente come carpa comune è un pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia dei ciprindi.La forma selvatica della carpa comune si ritiene originaria della Persia,dell’Asia Minore e della Cina.
In Europa la specie é stata introdotta molti secoli fa per l’alimentazione e per la sua straordinaria capacità d’adattamento.Oggi,anche a seguito di ripopolamenti é possibile trovarla nella quasi totalità delle acque temperate. Di solito vive nei fiumi a corso lento e nei laghi,ma si adatta molto bene in qualsiasi habitat anche in quelli soggetti ad inquinamento organico.
Si riproduce in primavera e in estate deponendo circa 2-300 000 uova,che fissa alla vegetazione galleggiante.La carpa è uno dei pesci d’acqua dolce più insidiati dai pescatori sportivi a causa delle grandi dimensioni che può raggiungere e della stenua resistenza che oppone alla cattura.
Data la non eccelsa qualità delle carni,gli esemplari catturati vengono in genere liberati con ogni cura.La carpa è onnivera ,si ciba sia di organismi animali come insetti o lombrichi che di sostanze vegetali. E’ un animale pacifico,vive in gruppi che possono arrivare anche alla decina di esemplari.
Si distinguono tre varietà di carpa comune più altri due tipi di carpa assai rare:
-comune o regina:con corpo completamente ricoperto di scaglie(raggiunge anche i 30kg ed oltre);
-specchio:con presenza di rade e grosse scaglie (di rado supera i 38kg);
-cuoio:completamente priva di scaglie(non supera i 20kg);
-carpa koi:carpa colorata utilizzata a scopo ornamentale in laghetti e giardini,molto popolare in Giappone;
-fully scaled mirror:varietà molto rara(non supera i 20kg);
-linear carp:varietà rara della carpa a specchio(non supera i 20kg);
La carpa erbivora o Amur da molti ritenuta una varietà di carpa è in realtà una specie a se stante.

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La tassonomia di quest’uccello è ancora oggetto di discussione: alcune fonti ritengono che ci siano circa 5 specie distinte, altre raggruppano alcune di queste specie, se non tutte, in cinque specie distinte, altre le considerano tutte sottospecie. La varietà americana, per esempio, ha una testa nera e una macchia bianca sugli occhi. Viene registrata come Himantopus mexicanus. Vengono attualmente considerate sottospecie:
H. h. himantopus
H. h. meridionalis
Gli adulti sono lunghi 33 – 36 cm. Hanno lunghe gambe rosa, un lungo becco nero e sottile e sono essenzialmente bianchi con ciuffo e schiena scuri.
L‘habitat di crescita sono le paludi, i laghi a fondale basso e gli acquitrini. I cavalieri d’Italia si possono trovare in Europa occidentale, meridionale e sudorientale, Asia centrale e coste settentionali, occidentali e meridionali dell’Africa. Possono espandersi anche oltre questi confini. La sottospecie H. h. meridionalis vive unicamente in Sud Africa.
Questi uccelli raccolgono il loro cibo dalla sabbia e dall’acqua. Mangiano principalmente insetti e crostacei
Il luogo di nidificazione è solitamente un luogo spoglio sul terreno vicino le acque. Questi uccelli nidificano spesso in piccoli gruppi, a volte insieme alle avocette.
Sono UCCELLI MIGRATORI e si spostano verso le coste oceaniche durante l’inverno.

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Pochi lo sanno ma ”cobra” è il nome volgare attribuito a serpenti velenosi della famiglia degli elapidi, in particolare al cobra comune Naja haje, che vive in Africa, in Medio Oriente e nella penisola arabica, dove si adatta a zone pianeggianti o montane, ricche di acqua o molto asciutte, con abbondante vegetazione o quasi desertiche. Generalmenteè lungo da 2 a 2,4 m, ha testa massiccia e allungata, occhi ben sviluppati con pupilla tonda, tronco e coda ricoperti di squame lisce e cute di colore bruno giallastro, quasi nera sul dorso e più chiara sul ventre. Si nutre di piccoli animali (rettili, roditori, uccelli, insetti) e può resistere a lunghi periodi di digiuno. Possiede ghiandole del veleno ben sviluppate che producono una sostanza molto attiva, ad azione neurotossica e dall’effetto rapidamente mortale; nonostante la sua fama di animale molto aggressivo, attacca solo se si sente minacciato. Sacro nell’antico Egitto, il cobra comune è chiamato anche ‘aspide di Cleopatra’ poiché la leggenda vuole che la celebre regina abbia usato questo rettile per uccidersi. Ancora oggi è utilizzato dagli incantatori di serpenti, che tuttavia effettuano i numeri più pericolosi servendosi di serpenti non velenosi molto simili al cobra. Alla stessa specie del cobra comune appartiene il cobra dagli occhiali (Naja naja), il cobra dal collo nero (Naja nigricollis) e il cobra bianco e nero (Naja melanoleuca), mentre il cobra reale viene classificato come Ophiophagus hannah, tutti dell’ordine degli squamati.

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Il coyote è un mammifero carnivoro che appartiene alla famiglia dei Canidae diffuso in America settentrionale e centrale simile al lupo, ma di dimensioni più ridotte. Raggiunge, infatti,  la lunghezza di 1m e pesa dai 12 kg ai 18 kg in confronto al lupo che può pesare da 35 a 80kg.
La pelliccia degli individui che vivono nelle zone fredde è molto folta e di colore grigio o marrone, mentre quelli che vivono a sud hanno un pelo più chiaro. Il pelo della coda è in entrambe folto e presentano delle frange nere sul dorso e sulla coda.Le orecchie sono lunghe e a punta.Le capacità sensoriali del coyote sono molto sviluppate ed è il canide più atletico, infatti, raggiunge la velocità di 65km/h, si sposta su grandi distanze ed è un ottimo nuotatore.
La preda tipica è la lepre (soprattutto nelle grandi praterie del Nord America) ma si ciba anche di uccelli, insetti, topi, marmotte, castori, serpenti e frutti cadutia terra. Il coyote che vive in Alaska e in Canada, durante il gelido inverno mangia anche carcasse di animali, per non morire di fame.
Solitamente caccia in branco o in coppia per catturare prede di dimensioni maggiori.

È un animale molto fedele, infatti la coppia si forma a metà inverno, quando la femmina entra in calore e si mantiene per anni. Mentre nei branchi, il potere è degli individui più vecchi. Per marcare il loro territorio usano le urine e per comunicare emettono degli ululati, simili a quelli del lupo, ma sono anche in grado di abbaiare.Nel periodo in cui la femmina è in calore, il maschio la corteggia per molte settimane, ma è sempre la femmina che lo sceglie, dandogli dei colpetti col muso. Poi delimitano un nuovo territorio, caccia e dorme assieme in una tana che spesso viene usurpata ad una marmotta, un tasso o una volpe, e vi cresce i cuccioli, di solito 3-4. A solo due settimane dalla nascita i piccoli mangiano carne divorata dai genitori, ma vengono comunque allattati fino al quarto mese di vita. Attorno all’ottavo o nono mese, alcuni dei giovani cuccioli già lasciano i genitori. La sua fama si è accresciuta con il famoso cartone legato ad uno sfortunato quanto  intraprendente Wily coyote

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Famiglia di serpenti velenosi costituita da più di 140 specie, caratterizzati dalla presenza di profonde fossette su ciascun lato del capo, fra l’occhio e la narice. I crotalidi vivono perlopiù nel continente americano; soltanto alcuni sono originari dell’Asia. Si nutrono di animali a sangue caldo, quali piccoli mammiferi e uccelli, ma anche di rettili, anfibi e invertebrati. La maggior parte delle specie è vivipara; il crotalo muto è uno dei rari crotalidi ovipari.
Le dimensioni dei crotalidi variano dai 40 cm del crotalo terragnolo (Sistrurus milarius) agli oltre 3,5 m del crotalo muto. Come i viperidi, hanno un paio di denti del veleno allungati e ripiegati all’indietro contro il palato, del tipo solenoglifo (cavi, percorsi in tutta la lunghezza dal canale del veleno). Le fossette sono recettori molto sensibili del calore radiante, che permettono al serpente di individuare le prede a sangue caldo anche al buio. Ogni fossetta è suddivisa in due camere distinte, di cui una più esterna e l’altra più interna, separate da una membrana ricca di terminazioni nervose e capace di percepire variazioni di temperatura dell’ordine di pochi millesimi di grado centigrado.
Alcune specie sono note per il sonaglio che recano all’estremità della coda, una struttura cornea costituita da squame modificate, che si allunga di anno in anno. Facendo vibrare il sonaglio con una frequenza di quasi 100 vibrazioni al secondo, i serpenti che ne sono dotati emettono il caratteristico suono a scopo intimidatorio.
Il genere più rappresentativo della famiglia dei crotalidi è Crotalus, che comprende tutti i serpenti a sonagli; i suoi membri sono diffusi nelle regioni aride dell’America centrosettentrionale, dove si nutrono prevalentemente di piccoli mammiferi e trascorrono l’inverno all’interno di tane, in gruppi di alcune centinaia di individui. Tra le specie più comuni del genere Crotalus vi sono: Crotalus horridus, che ha un veleno particolarmente tossico; Crotalus viridis, che si nutre prevalentemente di topi e Crotalus cerastes che ha uno strano sistema per muoversi: per procedere sulla sabbia questo crotalo (detto anche vipera del deserto) adotta un sistema che consiste nel buttare avanti il corpo in direzione laterale, con una torsione a “S” che garantisce il minimo contatto con il terreno troppo caldo.
Inoltre fanno parte della famiglia dei crotalidi anche i mocassini acquatici (Ancistrodon), il testa di rame (Ancistrodon contortrix), il ferro di lancia (Bothrops atrox) e il crotalo muto o terrore dei boschi (Lachesis mutus).

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Il falco pellegrino è un genere di Falconidi diffuso quasi in tutto il mondo (Europa, Asia, Africa, Nordamerica e Sudamerica, Australia, Tasmania e Oceania. Nell’Europa centrale attorno al 1950 nidificano ancora circa 430 coppie, negli anni ’50 e ’60 ad un crollo della popolazione. In seguito ad un notevole maltrattempo dovuto a pesticidi, ma anche al furto di uova il falco pellegrino era minacciato dal periodo di estinzione. Solo tramite il divieto di pesticidi come il DDT e un programma di protezione e di salvaguardia il numero di falchi pellegrini. Nel 1989 la presenza di covate venne stimata a 430 coppie nell’Europa centrale – all’inizio del millennio si potevano già calcolare 700 coppie. La femmina misura 46 cm, è considerevolmente più grande e più scura. I giovani sono bruno scuro superiormente con parti inferiore fulvicce striate.Il maschio misura 38 cm. Ha il capo nerastro, la parte superiore grigia, in contrasto con la parte inferiore bianco fulvoccio.Il falco pellegrino può contare 21 sottospecie che popolano l’intero globo con l’esclusione dei poli, dalla tundra artica ai deserti australiani. In Italia caccia prevalentemente in spazi aperti ed perciò osservabile in quasi tutti i biotopi – tuttavia prevalentemente negli spazi aperti e sui bacini lacustri con abbondanza di uccelli. Si possono trovare in alti palazzi, campanili delle chiese, vecchie fabbriche dove caccia prevalentemente i piccioni. Il falco pellegrino vola agilmente alternando tratti di volo sostenuto a volteggi e picchiate. Caccia gettandosi sulle prede ad altissima velocità uccidendole con un colpo delle zampe. Fin dall’antichità viene addestrato come uccello da caccia in falconeria e caccia quasi esclusivamente uccelli in volo su uno spazio aereo libero.Può scendere in picchiata a una velocità di 290 km orari. Si nutre di Colombaccio, Gabbianello, ma la sua preda preferita è il piccione comune. Coppia di falchi pellegrini rimangono insieme perlopiù per tutta la vita e si riaccoppiano in caso di morte di uno dei partner. La durata della cova dura 32 ai 37 giorni dipendentemente della latitudine e dalla percentuale di umidità della zona prescelta per la cova. La covata può prevedere da 2 a 6 uova con solitamente ¾ uova come standar usuale. Il falco pellegrino raggiunge un’età mediante massima di 17 anni allo stato libero e sono stati osservati casi in cui dei soggetti superavano l’età di 20 anni in cattività. Il falco pellegrino è stato uccello dell’anno nel 1971.

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I fenicotteri rosa fanno parte della famiglia dei grandi uccelli acquatici; sono vivacemente colorati ed abitano in preferenza in regioni calde o secche. Il Fenicottero appartiene ad una delle più antiche famiglie di uccelli del mondo, risalenti ad oltre 50 milioni di anni fa. I fenicotteri sono stati considerati parenti con aironi, cicogne ed anatre.
Etim:Il termine fenicottero, dal greco “ala di porpora”, sta appunto ad indicare la caratteristica colorazione di questi uccelli (che varia tra il rosa, il rosso acceso ed il nero), che assumono in età adulta.
Aspetto fisico:Alti (quasi tutte le specie possono raggiungere i 2 metri d’altezza!), con lunghi colli sinuosi e piedi palmati,sono forti volatori emigratori, e si spostano da una fonte di cibo ad un’altra.
Dove vivono: In tutti i paesi del mondo con clima temperato. I fenicotteri rosa sono presenti in Italia in gran parte in Sardegna,Sicilia,Friuli,Lazio,Toscana;dove giungono per svernare, attirati dal mite inverno che caratterizza la nostra regione.
Crescita:Il nido viene costruito dalla coppia in acque basse con il fango, che viene modellato con il becco fino a raggiungere la forma di un cono tronco. Le femmine vi depongono solitamente un uovo, in casi eccezionali due. I piccoli fenicotteri, circa quattro mesi dopo la nascita, sono già in grado di volare e di migrare insieme ai genitori, al termine dell’estate. I fenicotteri nidificano esclusivamente in colonie piuttosto numerose: è stato scoperto infatti che gli individui iniziano le parate nuziali solo se in presenza di numerosi esemplari della stessa specie.
La scelta di nidificare o meno in una data area non è sempre facile da capire, ma spesso dipende da fattori climatici e ambientali (livello dell’acqua, disturbo, presenza di isole adatte, ecc.).
Durante il volo tengono tesi i lunghi colli in avanti e le zampe all’indietro assomigliando a delle lance volanti, formando delle caratteristiche “V” nel cielo. II fenicottero riscattano però con il bellissimo volo: il decollo avviene dopo una breve corsa sul pelo dell’acqua.
Si nutrono filtrando con il lungo becco piccoli animali o vegetali che trovano nel fango e nell’acqua; la morfologia del becco è dunque fondamentale per il loro tipo di nutrizione: infatti mentre aspirano l’acqua ed il fango, dragando il terreno, particolari filtri al suo interno trattengono i piccoli organismi di cui si nutrono, permettendo contemporaneamente l’espulsione dei liquidi. La dieta è a base di invertebrati acquatici: crostacei come l’Artemia salina, molluschi, anellidi, larve e crisalidi di insetti. Semi e foglie di piante acquatiche (Ruppia , Scirpus, Juncus, ecc.) vengono a volte ingeriti insieme a alghe, diatomee e perfino batteri. Occasionalmente si ciba di insetti adulti, granchi e di piccoli pesci.
I fenicotteri ricercano il cibo in gruppi anche numerosi, nelle prime e ultime ore del giorno e talvolta anche di notte, camminando nell’acqua poco profonda. Gran parte del cibo viene ottenuto filtrando l’acqua col becco, dalla forma molto specializzata. La lingua, grossa e carnosa, funziona come un pistone per aspirare l’acqua, che viene poi espulsa e filtrata da piccole lamelle poste lungo i margini del becco.
si nutrono in prevalenza di un piccolo crostaceo che contiene un forte pigmento porpora che essi assimilano con la nutrizione. Il colore delle penne dei fenicotteri è dovuto alla presenza di particolari sostanze organiche: i carotenoidi. Queste sostanze non vengono prodotte dai fenicotteri, ma sono presenti nelle alghe e nei piccoli crostacei (Artemia salina ed altri) di cui si cibano.
In cattività, se l’alimentazione non comprende alghe e crostacei, i fenicotteri perdono gradualmente il colore e diventano bianchi. I pigmenti inoltre non sono stabili nel tempo e le penne cadute durante la muta perdono rapidamente il loro tipico colore roseo.
I fenicotteri sono certo più famosi per il bellissimo piumaggio che per la loro voce. In volo gli uccelli emettono spesso un verso che ricorda quello delle oche, basso e nasale. Altre vocalizzazioni sono un sommesso borbottio emesso durante l’alimentazione o una sorta di grugnito con funzione di minaccia . La loro voce non è bellissima.

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Nome volgare di un serpente velenoso della famiglia dei crotalidi, chiamato così per la testa triangolare e il disegno cutaneo con motivi a punta di freccia. Il ferro di lancia colpisce senza avvertimento e il suo morso è spesso fatale per l’uomo. Questo serpente vive nell’America centromeridionale e in diverse isole delle Indie Occidentali, spesso vicino alle piantagioni di canna da zucchero.Durante il giorno il ferro di lancia se ne sta attorcigliato, mimetizzato con l’ambiente, e diventa particolarmente pericoloso dopo il tramonto, quando vaga in cerca di prede. Questo crotalide ha un corpo marrone rossiccio, con bande trasversali scure e irregolari e una coda che finisce con una punta dura. Una striscia nera parte dagli occhi e va verso il collo; i fianchi possono essere di un rosso brillante. Di solito il ferro di lancia è lungo circa 1,5 m, ma può anche superare i 2 m. Altri serpenti, appartenenti allo stesso genere, sono chiamati anch’essi ferro di lancia.Classificazione scientifica: Il ferro di lancia viene classificato come Bothrops atrox nella famiglia dei crotalidi, dell’ordine degli squamati.

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I gechi appartengono alla famiglia Gekkonidae e sono di piccoli rettili. Vivono negli ambienti caldi di tutto il mondo, sono imparentati con le lucertole. Numerosi scienziati hanno studiato l’incredibile capacità dei gechi di aderire ad ogni tipo di superficie (a seconda della specie).
Caratteristiche somatiche
La maggior parte dei gechi sono di colore grigio scuro o maculati. Alcune specie possono cambiare colore per mimetizzarsi, adattandolo all’ambiente circostante oppure alle differenze termiche. Altre possono avere colori brillanti.
ZAMPE
Le zampe del geco hanno la capacità di aderire a una varietà di superfici, senza la necessità di usare liquidi superficiali. Un geco solitamente pesa 50g,grazie appunto alla capacità che hanno le sue zampe di aderire a molte superfici gli permettono di aggrapparsi ad una foglia dopo una caduta di 10cm toccandola con una sola zampa. Sulle zampe del geco, vi sono circa 14.100 setole per millimetro quadrato, e se fossero sfruttate tutte in modo coordinato, la forza di trazione a cui potrebbe resistere l’intero animale sarebbe di 1300 newton. In pratica potremmo appendere ad un geco due persone di corporatura media. Per staccare la zampa il geco non deve fare fatica: basta cambiare l’inclinazione delle setole e la forza di adesione viene a mancare. Grazie a queste strutture straordinarie i gechi possono aderire al vetro, su sostanze lisce, su sostanze idrofile e idrofobe, oltre che nel vuoto o sott’acqua. Se le zampe si sporcano bastano pochi passi sul vetro pulito affinchè si puliscano. Sono in corso studi per produrre artificialmente un adesivo programmabile come quello dei gechi, che avrebbe ovvie applicazioni, ma finora nulla ha avuto le stesse prestazioni.
ABITUDINI
Si nutrono di insetti e a volte anche di frutta. Si aggirano intorno alle luci artificiali, sempre circondate da insetti. Per cacciare, rimangono completamente fermi fissando la preda e scattano rapidissimi all’attacco dopo alcuni secondi o addirittura minuti di attesa. Quando interagiscono con altri gechi emettono sibili. La maggior parte dei gechi è dotata di speciali cuscinetti sulle zampe che consentono loro di arrampicarsi su superfici verticali lisce e anche introdursi sul soffitto delle case con facilità. Il geco comune delle case,si trova nelle abitazioni situate in ambienti caldi e umidi e, sebbene sia un rettile innocuo, difficilmente può esservi allontanato perché si nutre di insetti fastidiosi come moscerini e zanzare.
RIPRODUZIONE
Alcune specie si generano per partenogenesi, con le femmine che sono capaci di riprodurre senza accoppiarsi con il maschio. Questa particolarità è la causa della grande abilità di diffusione dei gechi su nuove isole.
Diffusione
Abitano in tutte le regioni calde del mondo. Comunemente vivono nelle abitazioni umane, specialmente nelle regioni con climi caldi. Sono molto comuni nell’Italia meridionale.
CURIOSITA’
Il geco è anche usato come animale domestico in terrari. Il simbolo del geco è comunemente raffigurato in collane, ciondoli o gioielli. La loro raffigurazione è anche usata come modello di tatuaggi. Si dice che portino fortuna. Il nome deriva probabilmente del suono che emettono che fa, appunto “geco”.

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Il giaguaro è un mammifero classificato Panthera onca nella famiglia dei felidi, il più grande e potente dei felidi americani. Il territorio dove si può incontrare questo felino si estende dagli Stati Uniti meridionali all’Argentina settentrionale; in particolare, le popolazioni con un maggior numero di esemplari si trovano nelle fitte foreste della America centrale e del Brasile.  Un giaguaro adulto, alto 60 cm, raggiunge una lunghezza fra i 110 e i 185 cm esclusa la coda, che misura 45-75 cm circa. Il colore del mantello varia dal giallo intenso al rosso ruggine, in entrambi i casi sormontato da un tipico disegno a rosette: ogni rosetta è costituita da una macchia nera centrale contornata da altre piccole macchie, anch’esse nere. Testa e corpo sono massicci e le zampe sono relativamente corte e robuste.
Questa struttura gli consente di essere un ottimo arrampicatore ed un eccellente nuotatore. Il giaguaro si nutre di una vasta gamma di animali arboricoli, terrestri ed acquatici. Anche quando viene spaventato, raramente attacca l’uomo, che invece lo caccia per difendere il proprio bestiame da questo forte predatore. La femmina dà alla luce da 1 a 4 piccoli alla volta, che restano con la madre fino all’età di due anni, e la loro età massima va dai 20 ai 22 anni massimo.

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Il leopardo è un carnivoro appartenente alla famiglia dei Felidi. Nelle zone in cui vive viene chiamato pantera o pardo. È diffuso in tutta l’Africa, in Asia e nelle Isole della Sonda. Arriva all’altezza di 75-90 cm e può pesare tra 80-100 kg, anche se nell’Isola di Giava è presente una specie con dimensioni minori. Ha un udito eccezionale, una vista ottima e un olfatto molto sviluppato. E’ anche un agile e veloce arrampicatore, ha l’abitudine di portare le sue prede sugli alberi, in questo modo non può essere raggiunto da altri predatori. Passa la maggior parte del suo tempo a riposarsi sui rami, dove può anche controllare e pianificare gli agguati alle prede, che vengono uccise con morso sul collo. E’ anche un buon nuotatore. Marca di continuo il suo territorio, urinando sugli alberi e graffiando i tronchi. Può occupare da 1 a 10 km² di territorio.
Il mantello è di colore giallo o beige, più scuro sull’addome,sotto la coda e all’interno delle zampe ed è cosparso di macchie nere. La colorazione e lo spessore della pelliccia variano a seconda dell’habitat in cui vivono.proprio per la sua pelliccia è stato cacciato per molto tempo,sino a condurlo, in alcune regioni, a rischio di estinzione. Le orecchie sono piccole con una macchia bianca al centro e posteriormente nere. La comune pantera nera non è altro che un leopardo con la pelliccia nera , infatti se si guarda con attenzione si possono notare delle macchie più scure: si tratta di un eccesso di pigmentazione, cioè melanismo(è un fenomeno a cui potrebbe andare incontro anche il giaguaro).
Solitamente caccia antilopi, gnu, babbuini, zebre e a volte scimmie e scoiattoli. Però nella stagione secca attacca(in rarissimi casi) anche bufali, elefanti, rinoceronti, gorilla e ippopotami. Prova un odio profondo per i canidi, come sciacalli e licaoni.I suoi nemici sono: leoni, coccodrilli e tigri.
È un animale solitario, ma nel periodo degli amori, in primavera, i maschi si contendono la femmina con violenti scontri. Il periodo di gestazione dura 3 mesi e possono nascere 2-3 cuccioli. Essi vengono alla luce in grotte, fitti boschi…per la prima settimana sono completamente cechi e vengono allattati per 3 mesi. Lasciano la madre a 13-18 mesi.

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Le lepri appartengono al genere Lepus della famiglia dei leporidi, ordine lagomorfi, classe mammiferi, phylum cordati,sono mammiferi di media taglia caratterizzati da lunghe orecchie, zampe posteriori adatte al salto e coda corta a ciuffo, strettamente imparentato con il coniglio. Ne esistono circa 25 specie, sono presenti in tutti i continenti, nelle praterie aperte ricche di erbe e di piante arbustive, di cui si nutre. Ha spiccate attitudini territoriali, che manifesta marcando la propria area con le secrezioni delle numerose ghiandole odorifere che ha disseminate per il corpo. Alcune specie, adattate ad ambienti a clima rigido, cambiano il colore del mantello da una stagione all’altra a scopo mimetico. Le orecchie sono più grandi nelle specie che abitano le regioni calde, più piccole in quelle delle regioni fredde per ridurre al minimo le superfici corporee esposte alla dispersione termica. Non costruiscono tane, si accontentano di qualche depressione del terreno, in cui si riposano e curano i piccoli. La specie più nota è la lepre comune (Lepus europaeus), vive in collina, in pianura, in habitat boschivi o su terreni coltivati; conduce vita solitaria, è attiva di notte e si riproduce da 2 a 4 volte all’anno, con 2-4 piccoli per nidiata. In Italia è presente su tutto il territorio. Oltre a questa ci sono altre specie fra cui la lepre bianca o lepre alpina (Lepus timidus) vive sulle Alpi a quote superiori ai 1200, lepre mediterranea (Lepus capensis) diffusa in Europa, in Italia è presente con la varietà sarda.La lepre americana (Lepus americanus), diffusa in Nord America è caratterizzata da lunghi ciuffi di pelo che ricoprono l’estremità delle zampe, i piccoli si sviluppano rapidamente, a due giorni di vita camminano e saltano a tre. I maschi adulti combattono l’uno con l’altro per il possesso della femmina, usando i denti come arma. Sono soprattutto erbivore, queste lepri possono nutrirsi talvolta di topi e carogne. La lepre californiana (Lepus californicus) vive nelle zone occidentali degli Stati Uniti e del Canada, è detentore del primato di velocità, in corsa raggiunge i 70 km/h e compie salti fra i 4,5 e i 6 m.

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I lutrini sono una sottofamiglia di carnivori della famiglia dei mustelidi, noti con il nome di lontre.
Esistono 13 specie di lontre suddivise in 7 generi.
Hanno una densa pelliccia che le protegge dall’acqua ed intrappola delle bolle d’aria che le isola dal freddo.
Tutte le lontre hanno un corpo sottile e flessibile, con zampe corte.
La maggior parte ha artigli affilati per catturare le prede.
Il pesce è l’alimento principale nella dieta delle lontre, insieme a rane,astici e granchi.
Le lontre euroasiatiche, per esempio, devono mangiare il 15% del loro peso corporeo al giorno : le lontre marine anche il 20-25% a seconda della temperatura.
Di conseguenza, le lontre sono molto vulnerabili alla scarsità di prede disponibili. La maggior parte delle specie caccia per 3-5 ore al giorno.In italia la lontra è estremamente rara e sopravvive solo in alcune zone del sud Italia,del centro e del nord(ticino e alto adige). A seguito della legge quadro ministeriale al seguito del reinserimento della lontra sono state realizzate aree faunistiche nei comuni di Penne e Caramaico terme e il reinserimento di una coppia di esemplari lungo il fiume Orta.

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Il lupo appartiene alla famiglia dei Canidi , cioè i carnivori da cui discendono i nostri cari e fedeli amici cani. Esso è il più grande esemplare  tra questa famiglia,infatti arriva alla lunghezza di 120-140cm e 60—80cm di altezza. Il suo peso varia a seconda della zona in cui si trova:il lupo eurasiatico arriva a 38kg;lupo nord americano 36kg;lupo indiano e quello arabo 25kg.
Nel 1939 è stato abbattuto un esemplare selvatico di 80kg,rimasto fin ora il peso record,solo in Alaska e Canada, raramente si sono visti esemplari di 77kg.
Ha una fronte ampia e le mandibole sono molto robuste e ha una dentatura formata da canini affilati,lunghi e leggermente ricurvi,in questo modo può  afferrare con maggior facilità le sue prede.
Le orecchie sono più lunghe e più larghe,rispetto a quelle dei cani,presentano un attaccatura  laterale e solitamente le tiene alzate e diritte.
Il pelo è molto folto e il suo colore varia a secondo delle stagioni e dell’età;il più diffuso è il lupo grigio,ma può essere anche marroncino,beige,nero e bianco,il più raro e il mio preferito.
Il suo habitat preferito è caratterizzato da foreste di pianura,montagna o anche radure.
Alcuni anni  fa,era diffuso in tutto l’emisfero boreale(intorno al15°parallelo. A causa della caccia spietata dell’uomo,ora il numero di esemplari è molto ridotto in Europa e negli Stati Uniti,dove è sopravvissuto solo in Minnesota e Alaska. Però,con l’aiuto della forestale e delle associazioni animaliste,il lupo sta gradualmente ripopolando le nostre foreste. I lupi sono organizzati in “branchi”,cioè strutture sociali gerarchiche, la cui grandezza varia a seconda dell’habitat,del cibo disponibile e della personalità del lupo stesso. Possono essere formati da 2 a 20 lupi. A volte capita che un lupo si stacchi dal branco di nascita e rivendichi il suo territorio,per poi cercare altri individui cercando di evitare territori di altri lupi,perché altrimenti  verrebbero cacciati o uccisi.Guidati da una coppia di esemplari,che vengono chiamati:maschio e femmina alfa, ma solamente uno dei due può essere il capobranco. Questa coppia è libera di fare ciò che vuole,infatti decide dove e quando andare, cosa fare…tutti gli altri esemplari,che sono uniti da un forte senso di collettività,li seguono.
Di solito il lupo è un animale fedele, infatti,se per esempio muore il maschio alfa,la femmina raramente cerca un nuovo compagno e resta da sola alla guida del branco e viceversa. È sempre questa coppia che è in grado di portare alla maturità una cucciolata anche con l’aiuto degli altri esemplari.I cuccioli,quando saranno adulti ,potranno scegliere di restare ad allevare i nuovi nati oppure allontanarsi. Una seconda coppia,chiamata “beta”,può sostituire la coppia alfa,ad esempio per allevare i cuccioli.
Naturalmente il lupo che sta a capo del branco,quando è vecchio, può decidere di lasciare il posto ad un giovane motivato,senza spargimenti di sangue,oppure può scegliere la lotta, ma viene usata da pochi.
I lupi cacciano sempre in gruppo in modo cooperativo;a seconda della preda che devono catturare utilizzano tecniche diverse,come l’attacco a sorpresa o cacce a lungo termine o quando le prede sono molto grandi,attaccano da tutte le direzioni,puntando al collo e alle parti laterali dell’animale. Mentre i lupi solitari si lanciano addosso alle loro prede,le bloccano a terra con le zampe anteriori . Le loro prede di solito sono: alci, caribù, cervi, roditori e anche piccoli animali.

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Gruppo: mammiferi
Ordine: roditori
Famiglia: sciuridi
Genere:marmota marmota
Peso: 5-7,5 Kg
Lunghezza(testa e corpo): 50-60 cm
Lunghezzacoda:13-19cm Maturità sessuale: 2-3 anni
Riproduzione: aprile-maggio
Periodo di gravidanza: 30-32 giorni
Numero di piccoli nati: 2-6
Intervallo fra le nascite Dieta tipica: erbe, carici e a volte invertebrati
Vita media: fino a 20 anni in cattività

Curiosità

•Vive in colonie formate da molti individui pascolando su praterie alpine.
•È un abile scavatore di gallerie di cui si serve per proteggersi nel
periodo di ibernazione invernale e per nascondersi dai predatori.
•In caso di pericolo emette un inconfondibile fischio ben noto agli
abitanti delle zone in cui vive e che persino i camosci intendono.
•Tra gli sciuridi è l’animale di stazza maggiore.
•Gli impianti sciistici compromettono sempre più l’habitat della marmotta alpina.

L’habitat favorito della marmotta sono le zone alpine dei monti
europei ricche di pastura e comprese tra un’altitudine di 1000 e 3000
metri. Per la marmotta è anche molto importante la disponibilità di uno
strato di suolo sufficiente per poter scavare tane in cui rifugiarsi
durante i rigidi inverni in stato di ibernazione fino all’arrivo della
primavera. Tuttavia la marmotta alpina si può anche facilmente trovare
sui versanti ripidi con vegetazione sparsa dove riesce a costruire tane sotto massi sporgenti. A volte, nonostante la sua diffidenza nei confronti degli esseri umani, è possibile trovarlo a frugare tra gli
avanzi lasciati dai turisti.

Comportamento

La marmotta alpina vive in ampie colonie dominate da un grosso maschio: la vita comunitaria è molto utile per la tempestivaindividuazione dei predatori. Queste colonie, inoltre, marcano ilterritorio grazie a secrezioni di ghiandole sulle guance creandoconfini che difendo strenuamente. Nell’inverno le marmotte alpine si riuniscono in profonde tane sotterranee, entrando in stato di ibernazione. Per sopravvivere in queste condizioni utilizzano il grasso accumulato nella stagione precedente e abbassano il loro consumoenergetico e la temperatura corporea fino a 5 °C.

Nutrimento

La sua nutrizione è prevalentemente vegetariana e si basa su foglie, steli e frutti di molte piante. In caso di necessità, però, può anche arrivare a scavare nel terreno alla ricerca di tuberi, bulbi e pilucca
lombrichi, coleotteri e chioccioline. Gli ampi prati la espongono fortemente la rischio di attacco da parte di predatori, per questo non si allontana mai eccessivamente dalla tana, la cui tana mantiene
sgombra e ben rasata. Per non essere individuata pascola acquattata masticando con i molari e servendosi degli incisivi per sezionare la vegetazione coriacea.

Ancora prima di uscire dallo stato di ibernazione la marmotta si prepara alla riproduzione rilasciando degli aromi nella tana che spesso coincide con il luogo in cui avverrà l’atto riproduttivo. Dopo un mese dal concepimento la femmina in gravidanza si ritira in un tana la cui entrata viene ricoperta di erba cosicché il parto possa avvenire indisturbato. I piccoli sono ciechi, glabri (privi di peluria) e del tutto dipendenti dalla madre. Dopo sei settimane le “marmottine” aprono gli occhi e iniziano ad avere pelo, nel giro di altre due settimane divengono autosufficienti trascorrendo le giornate tra giochi con i coetanei e ricerca di cibo. Da questo stadio lo sviluppo continua lentamente fino all’età di tre anni in cui viene raggiunta la piena maturità sessuale. I giovani maschi prima ancora di abbandonare il gruppo subiscono le aggressività del maschio dominante, per questo a due anni di età alcune femmine e tutti i piccoli maschi si allontanano dalla colonia natale per crearne di nuove.

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Il muflone è un agile scalatore. Vive in branchi, anche piuttosto numerosi, sia di soli maschi che di sole femmine, ma anche misti. I branchi maschili si formano in primavera e sono costituiti da giovani e adulti, visto che i maschi maturi oppure anziani vivono isolati. Il branco femminile è più numeroso e accoglie anche giovani maschi di un anno compiuto.
Il peso medio di un muflone adulto va dai 35kg delle femmine, ad un massimo di 50kg dei maschi, con un’altezza di 75cm al garrese, la loro vita media va dai 14-15 anni. Il muflone è lungo da 90cm a 130cm.
Il mantello con il pelo ruvido è di colore bruno rossastro scuro.
Nei maschi sono presenti delle corna perenni a forma di spirale che possono misurare fino a 75cm.
I mufloni vecchi vengono allontanati da quelli giovani quando è finita la loro carriera riproduttiva.
Il muflone è un animale diurno, che preferisce muoversi all’ alba e all’ imbrunire.
Il muflone vive nell’ orizzonte alpino su rocce sopra i 2000 mslm in primavera e in estate, mentre in inverno si abbassa fino a 900-1000 mslm.Il muflone è un erbivoro, è assai adattabile, bruca fogliame, ghiande, prodotti del sottobosco, in caso di necessità si nutre anche di sola erba, ma in inverno in mancanza di erba rosicchia la corteccia delle piante.
L’accoppiamento avviene fra settembre e dicembre, i maschi, spesso si scontrano per imporsi nel proprio territorio, e conquistare il diritto di accoppiarsi.
La gravidanza dura 22 settimane e al termine viene partorito un solo piccolo che, a 6 mesi circa viene svezzato.
Il muflone raggiunge la maturità fisiologica in circa 12 mesi.
I piccoli sono predati dalle aquile.
CLASSE: MAMMIFERO
ORDINE: ARTIODATTILI
FAMIGLIA: BOVIDI
NOME COMUNE: MUFLONE
NOME SCIENTIFICO: OVIS MUSIMON

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Il Narvalo,un pesce classificato Monodon monoceros nella famiglia dei monodontidi, a cui appartene anche il beluga, vive nel Mar Glaciale Artico.
Il narvalo presenta una colorazione biancastra costellata di macchie più scure sul dorso e più chiare sul ventre. I piccoli nascono più scuri e si schiariscono con l’età. La femmina arriva a misurare 4,2 m di lunghezza, il maschio circa 4,7. La dentatura comprende due soli denti sulla mascella, di cui quello dell’arcata sinistra nel maschio è a crescita continua: orientato in avanti, si sviluppa con un andamento a spirale sinistrorsa, assumendo a poco a poco la forma di un unicorno, e raggiungendo la lunghezza straordinaria di circa 3 m. Il simmetrico dell’arcata destra, come pure i due denti della femmina, crescono soltanto per pochi centimetri nello spessore della mascella, senza emergere dalla gengiva. Il narvalo è privo di pinna dorsale e non presenta il caratteristico muso a becco comune a molti altri odontoceti. E’ un animale gregario, che vive in piccoli gruppi di 2-12 individui ma che, durante le migrazioni stagionali, forma branchi più popolosi. Da alcune osservazioni è emersa una tendenza di questo animale a formare gruppi uniformi per sesso e fascia d’età, che risulta più netta durante le migrazioni. Il narvalo si nutre di pesci, crostacei e, in particolare, di molluschi cefalopodi, che pesca anche in acque profonde.
Il sistema sociale e il comportamento riproduttivo del narvalo non sono conosciuti, sebbene il dimorfismo sessuale (la presenza dell’unicorno nel maschio e non nella femmina) suggerisca che i maschi si esibiscano e combattano per il diritto all’accoppiamento. In effetti sono stati osservati alcuni maschi duellare servendosi delle zanne e ne sono stati avvistati alcuni con i denti parzialmente rotti o con frammenti di zanne conficcati nelle carni.
Il narvalo veniva tradizionalmente cacciato dagli inuit e da alcune popolazioni nordeuropee per la pelle, per la carne, per il grasso e, soprattutto, per la lunga zanna; quest’ultima veniva utilizzata come ornamento, per farne lavori d’intaglio in avorio e, più raramente, come ingrediente di medicamenti tradizionali. Sebbene oggi il narvalo non risulti in pericolo di estinzione, potrebbe essere danneggiato da un’eccessiva pressione venatoria esercitata direttamente sulle sue popolazioni o sulle sue prede abituali.

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La natrice dal collare è la biscia d’acqua più diffusa in Italia, appartiene all’ordine degli Ofidi (famiglia Colubri).
È un serpente inoffensivo, in quanto è sprovvisto di zanne e non è velenoso, però produce un liquido dall’odore aspro dalle ghiandole anali oppure finge di essere morto, le sue uniche difese. I mashi adulti arrivano a 1m di lunghezza, mentre le femmine fino a 1.50m.
Il muso è corto e abbastanza grosso, l’occhio è rotondo. Il dorso è verde oliva scuro e il ventre è giallino chiaro;il corpo è completamente disseminato di macchie nere. La particolarità della natrice è il collare posto alla fine della testa di colore giallo o arancione, seguito da due grosse macchie nere.
Questo serpente va in letargo in inverno e si accoppia subito dopo il risveglio, tra Aprile e Maggio; le uova vengono deposte tra Giugno e Luglio in gruppi di 8-40 per poi schiudersi dopo 10 settimane. I piccoli alla nascita sono lunghi 18cm e sono subito indipendenti. Le uova hanno bisogno di almeno 21 gradi per schiudersi quindi i posti più consoni sono la vegetazione in putrefazione e i compost (che si possono creare anche nel giardino di casa) nei mucchi del letame e nei covoni di fieno.
Si nutre di pesci e anfibi, come piccole rane (anche se mangiando due rane è sazia per alcuni giorni, in un solo pasto può ingerire fino a venti piccole rane). I suoi nemici sono i ricci, i rapaci e alcuni carnivori.
Si trova nei bassipiani dell’Inghilterra, del Galles, è quasi assente in Scozia e lo è del tutto in Irlanda. Però è molto diffuso in Europa dalla Scandinavia settentrionale all’Italia meridionale, è presente anche in Africa o in Asia Minore.

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L’orso bruno è un mammifero carnivoro della famiglia degli Ursidi, diffuso in gran parte dell’Eurasia settentrionale e del Nordamerica. Pesa tra i 130 ed i 700 kg ed i suoi membri più grossi contendono all’orso polare il titolo di carnivoro terrestre più grande del mondo. Nonostante l’areale dell’orso bruno si sia ristretto ed in alcuni luoghi si sia addirittura estinto, con una popolazione totale di circa 200.000 esemplari continua ad essere valutato come una specie a basso rischio. I Paesi che comprendono la maggior parte del suo areale sono la Russia, gli Stati Uniti (specialmente l’Alaska) ed il Canada. Questa specie si nutre principalmente di materiale vegetale, tra cui radici e funghi. I pesci costituiscono la loro fonte primaria di carne, anche se sulla terraferma possono uccidere piccoli mammiferi. Catturano occasionalmente anche mammiferi più grandi, come i cervi. Gli orsi bruni adulti non hanno timore di scontrarsi con altri predatori, dal momento che possono competere da soli con branchi di lupi e grandi felini, scacciandoli spesso dalle prede che questi ultimi hanno ucciso.
Gli orsi bruni hanno folti mantelli di colore biondo, bruno, nero, o formati da un misto di questi colori. I peli di guardia esterni dell’orso bruno hanno spesso la punta bianca o argentata, dando a questi animali un aspetto «brizzolato» (in inglese grizzled, da cui deriva grizzly). Come tutti gli orsi, gli orsi bruni sono plantigradi e possono stare ritti sulle zampe posteriori per periodi di tempo abbastanza lunghi. Gli orsi bruni hanno una grossa gobba di muscolo sulle spalle che li distingue dalle altre specie. Gli arti anteriori terminano con zampe munite di artigli lunghi fino a 15 cm che vengono utilizzati soprattutto per scavare. Gli artigli dell’orso bruno non sono retrattili ed hanno punte relativamente smussate. La testa è larga ed arrotondata con un profilo facciale concavo, caratteristica che viene usata per distinguerlo da altri orsi. Gli orsi che vivono negli zoo sono spesso più pesanti di quelli selvatici, dal momento che ricevono un’alimentazione regolare e compiono movimenti limitati.

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Orso polare Grande urside bianco del mar Glaciale Artico, presente in tutto il bacino polare; in particolare, lungo le coste del Nord America (a sud fino alle baie di Hudson e di James) della Groenlandia e della Russia. L’orso polare, classificato Ursus maritimus, è strettamente imparentato con l’orso bruno, Ursus arctos.
Se paragonato con le specie di orsi che vivono sulla terraferma, l’orso polare ha una forma più allungata e idrodinamica, adatta alla vita acquatica; le orecchie sono piccole e il muso è affusolato per favorire l’avanzamento in acqua, che può raggiungere i 10 km/h di velocità. Il piede è plantigrado come quello di tutti gli ursidi (cioè cammina poggiando a terra tutta la pianta del piede) e dotato di artigli affilati e ricurvi utilizzati per far presa sul ghiaccio e afferrare le prede. Lunghi peli fra i cuscinetti plantari proteggono le estremità dal freddo, e uno spesso strato di grasso sottocutaneo fornisce un ulteriore isolamento su tutto il corpo. Le zampe anteriori, molto larghe, fungono da remi quando l’animale nuota. Il mantello bianco, rinnovato annualmente nella stagione estiva, mimetizza l’orso polare tra i ghiacci del suo habitat, avvantaggiandolo nella caccia. Alla fine della primavera, al termine di un anno di esposizione al sole, il mantello appare generalmente un po’ ingiallito. I più grossi orsi selvatici mai pesati sono orsi polari di oltre 800 kg; il peso medio si aggira comunque intorno ai 250 kg per le femmine e ai 350 per i maschi. Quando nascono, i cuccioli sono molto piccoli e pesano circa 1 kg.
L’orso polare si nutre principalmente di foche degli anelli e occasionalmente di altri focidi, trichechi e beluga, ma non disdegna mitili e qualche vegetale. Per catturare le sue prede preferite aspetta che esse salgano in superficie per respirare e le afferra non appena emergono dall’acqua. L’orso mangia soltanto la pelle e il grasso delle foche che caccia; il resto rimane a disposizione di altri animali, prima fra tutti la volpe artica.
Durante la stagione riproduttiva (dalla fine di marzo fino a giugno) i maschi combattono furiosamente per la femmina. Dopo l’accoppiamento, quest’ultima scava una tana nella neve e passa in letargo i mesi più freddi. All’interno della tana la temperatura può superare di una quarantina di gradi quella esterna. In gennaio, nove mesi circa dopo l’accoppiamento, nascono generalmente due cuccioli inermi, che richiedono molte cure parentali. Durante i primi 40 giorni i piccoli hanno gli occhi chiusi e sono privi di pelo; vengono quindi tenuti al caldo vicino al petto della madre, da cui succhiano il latte ogni poche ore. Trascorso questo periodo, rimangono al seguito della madre per circa due anni e mezzo.
Con l’eccezione della stagione riproduttiva, i maschi sono solitari. Per cacciare e per trovare una femmina con cui accoppiarsi si spostano su interminabili distese di ghiaccio, percorrendo in un giorno anche parecchie decine di chilometri. L’orso polare ha un forte senso dell’orientamento, un ottimo olfatto ed è insolitamente intelligente nel risolvere i problemi relativi alla conquista del cibo.

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E’un’antica razza italiana da pastore, la cui area di diffusione comprendeva l’arco alpino e prealpino, con una particolare concentrazione nelle zone di maggiore pastorizia, come le valli del bergamasco, dove un tempo fioriva l’industria della lavorazione della lana che richiedeva numerosi greggi. Le pecore sono tra i primi animali ad essere addomesticati ed i pastori nei tempi antichi avevano bisogno di cani che difendessero le pecore dai predatori, quali il Maremmano-Abruzzese, ma successivamente quando la pastorizia, in particolare nella Pianura Padana, ha dovuto convivere con l’agricoltura, si reseronecessari dei cani completamente differenti, capaci di condurre le greggi al limite dei campi coltivati, attraverso sentieri stretti, passaggi obbligati, greti di fiumi, ed in montagna durante l’estate capaci di attraversare strette gole, con pericoli naturali quali dirupi e precipizi.   Il Pastore Bergamasco è un cane conduttore del bestiame, capace di guidare anche greggi numerosi, spingere i capi ritardatari, recuperare quelli remenghi, tenere raggruppato il gregge facendolo pascolare secondo gli ordini impartiti dal pastore, il suo lavoro è  diventato poi ancor più difficile quando le greggi hanno dovuto convivere con il traffico degli automezzi ed al Bergamasco è stato richiesto un lavoro ancor più responsabile. Da dove vengano questi cani è difficile dirlo, probabilmente le migrazioni umane da Est versocovest, hanno portato in Italia da terre lontane insieme al bestiame, anche i cani. La pastorizia del Nord Italia è una pastorizia nomade, in montagna nelle zone prealpine ed Alpine, durante l’estate, alla ricerca di pascoli verdi e freschi, in pianura, durante l’inverno, recuperando quella poca erba rimasta e ripulendo i terreni incolti. Un buon cane Bergamasco era indispensabile ai pastori nel loro peregrinare tra monti e pianura padana al variare delle stagioni, in cerca di pascoli nuovi. Ancora oggi è possibile vederli al lavoro ed apprezzarne le attitudini naturali come conduttori di ovini e di bovini, e ottimi custodi degli animali, delle baite e delle masserizie. E’ così che gli agricoltori della bassa, hanno potuto vederli ed apprezzarli per le loro eccelse caratteristiche naturali. Cani sani, robusti e rustici dal carattere  docile e di facile apprendimento, ottimi compagni dell’uomo, ma anche buoni guardiani della proprietà senza essere pericolosi. E’ una razza selezionata dai pastori in un ambiente difficile che concedeva poco all’uomo pastore ed ancor meno al cane e così come è stata selezionata dai pastori, è stata mantenuta dagli allevatori. Per quanto riguarda i capostipiti della razza, possiamo affermare che il primo intervento selettivo sulla razza fu quello iniziato dal marchese Paolo Cornaggia verso il 1890, (al quale si deve anche un primo abbozzo di standard nel 1950) il quale chiamava il nostro “bergamasco” con il nome di “cane da montagna” che, probabilmente gli derivava dall’uso generico di tale definizione per i cani da pastore che in montagna avevano la loro vita ed il loro lavoro. La ripresa dell’attività’ cinofila che segui la fine della seconda guerra mondiale vide la razza oggetto di cure, ricerche e selezione da parte di un piccolo ma tenace gruppo di cinofili che riprese pazientemente il lavoro a suo tempo iniziato da Cornaggia, ricercando nel contempo, di operare su base più tecniche  La razza comincia dunque ad imporsi all’attenzione dei cinofili dopo anni di misconosciuta presenza, approfittando anche dell’accresciuto interesse per il cane non da caccia che si va sviluppando in Italia.Il Pastore Bergamasco è un’antica razza italiana da pastore impiegata per la conduzione del bestiame.
Ha un aspetto rustico con mantello abbondante e caratteristico che lo
rende del tutto particolare . Sono cani di mole media, molto ben
costruiti e proporzionati, con un fisico particolarmente agile ed
attivo. E’ una razza sana, forte, e resistente. E’ di carattere buono, ma se occorre sa agire con decisione e coraggio,
senza essere temerario. Instaura con l’uomo un rapporto molto stretto e si inserisce nella famiglia come membro che sa farsi amare e
rispettare. Le sue doti di intelligenza, di moderazione e di pazienza,
ne fanno un perfetto cane da guardia e da compagnia, idoneo agli  impieghi più svariati, che impara con facilità.
Altezza: maschi  60 cm ± 02 cm
Altezza: femmine 56 cm ± 02 cm
Peso   : maschi  32 – 38 Kg
Peso   : femmine 26 – 32 Kg

Il Carattere
E’ un simpatico cane dall’ intelligenza viva, sempre vigile, ma nello
stesso tempo tranquillo, quando non c’è bisogno del suo intervento,
all’ occorrenza sa anche essere di carattere deciso e coraggioso e un
ottimo guardiano. Instaura con il padrone e la sua famiglia uno stretto
rapporto di amicizia e non ama essere lasciato solo. Il suo sguardo
dolce sembra che voglia dire qualcosa penetrando oltre la visiera
pelosa, con un’ espressione quasi languida. Impara facilmente ciò che
gli si insegna, ma non ama fare cose inutili. Sa dosare la sua forza e
il suo intervento a seconda delle necessità. Per il suo notevole
equilibrio e doti naturali di intelligenza , è un ottimo guardiano
della casa e della proprietà, ma sopratutto è un compagno ideale per la
vita dell’ uomo. Può essere addestrato per gli impieghi più vari:
protezione civile, utilità, agilità, obedience e naturalmente come cane
da pastore.
E’ un cane rustico, forte e resistente alle intemperie, particolarmente
indicato per vivere all’ aria aperta, ma si adatta a vivere anche in
appartamento.

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Pecora brogna

Essendo molto rustica questa razza si adatta alle condizioni ambientali del pascolo montano con un’alimentazione basata quasi esclusivamente sulle risorse naturali .La produzione tipica di questa razza è la carne, ma anche il latte di buona qualità. La brogna è un’antichissima pecora che ha oltre 4.000 anni. In particolare la troviamo sui monti Lessini zone limitrofe.
Un ‘indagine del consiglio nazionale delle ricerche nel 1983 ne descrive una cinquantina di capi .
Oggi grazie all’impegno di allevatori e associazioni locali,se ne contano circa 1.500 capi
La razza presenta taglia media. Nelle femmine l’altezza al garrese è di circa 60 cm con un peso di circa 50 kg i maschi raggiungono una altezza al garrese di 65/70 cm con un peso di circa 60 kg .
La razza è priva di corna. Su testa e orecchie possono essere presenti macchie rossastre, brune o nere.
Oggi la produzione tipica di questa razza è la carne che si ottiene dagli agnelli di 20/25 kg. Il latte viene generalmente utilizzato per lo svezzamento dell’ agnello ma dopo l’allattamento la pecora può produrre 0,5-0,6 litri di latte al giorno . La produzione media si aggira intorno ai 70 litri di latte all’anno con un tenore di grasso che supera l’8% ( il latte può essere utilizzato per la produzione di caciotte). Inoltre è di buona qualità anche la lana .
Essendo molto rustica, la pecora Brogna viene allevata generalmente in ambienti montani. L’alimentazione è basata quasi elusivamente sul pascolo.
Il primo passo per salvaguardarla sta nella costituzione di un’ associazione locale di razza che ne valorizzi e tuteli le qualità favorendo anche la formazione di personale esperto in grado di guidare la selezione degli animali.

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(columba livia)
Specie molto comune, rischio d’estinzione pari a zero
Ordine: Columbiformes
Famiglia: Columbidae
Sottofamiglia: Columbinae
Genere: Columba
Specie: C. livia Sottospecie

• C.L. atlantic C. l. gaddi C. l. gymnocycla
• C. l. butleri C. l. intermedia C. l. livia
• C. l. canariensis C. l. lividior C. l. nigricans C. l. schimperi
• C. l. dakhlae C. l. neglecta C. l. palaestinae C. l. targia
Il piccione, colombo viaggiatore o piccione viaggiatore (Columba livia, Gmelin 1789) è una delle specie di columbidi più diffusa in Italia soprattutto nelle grandi città.
Sistematica
Specie politipica, ha 15 sottospecie riconosciute.
Aspetti morfologici
Di aspetto simile al colombaccio (Columba palumbus), si distingue da esso per:
1. la mancanza delle macchie bianche attorno al collo;
2. il becco bruno anziché rosso e giallo;
3. la mancanza di una linea bianca che attraversa superiormente l’ala del colombaccio;
4. il groppone bianco;
5. le dimensioni leggermente inferiori.
Il piccione è lungo 30-35 cm con apertura alare di 62-68 cm La parte posteriore sotto le ali bianca è la migliore caratteristica identificativa del piccione, ma anche le due linee nere che corrono sulle ali grigie. La coda è bordata di bianco. La testa e il collo sono grigio blu scuro nell’adulto con riflessi smeraldini. Gli occhi sono arancioni e possono essere circondati da anelli grigio-bianco. Le zampe sono rossastre. È resistente e veloce nel volo. La vita di un piccione comune varia dai 3 ai 5 anni allo stato selvatico, ma può raggiungere anche 15 anni per le razze addomesticate.
Non è facile distinguere i due sessi, solo quando stanno insieme si può osservare il comportamento del maschio che corteggia la femmina gonfiando il collo, roteando più volte su se stesso in una bizzarra danza ed emettendo un suono rugoloso; è inoltre possibile distinguere la femmina dalla statura, spesso leggermente più piccola, e dal fatto che a volte si lascia rincorrere dal pretendente.
Durante l’accoppiamento, il maschio e la femmina si prendono per il becco e piegano il collo a vicenda molte volte, fino a quando la femmina non si accovaccia sulle gambe ed il maschio le salta sulla schiena per fecondarla.
La coppia cova due uova di colore bianco deposte dalla femmina, per 21 giorni si alternano di giorno la femmina e di notte il maschio. I nascituri saranno alimentati dalla coppia per i primi 5 giorni con una specie di latte proveniente dal gozzo dei genitori e per i giorni successivi l’alimentazione sarà un mix tra latte, semi di grano, semi di granturco e altro che i genitori possono facilmente trovare. In un mese i piccoli sono pronti per volare ed abbandonare il nido e solo dopo sei mesi sono in grado di riprodursi.
Habitat
Il piccione è tipico dell’Europa meridionale, del nord Africa, e del Medio Oriente. Nelle città italiane come in molte altre europee è altamente presente, soprattutto nelle piazze e nei parchi. Spesso ciò costringe ad aumentare la frequenza degli interventi di manutenzione in esterno.
Allevamento
È una razza di una specie non migratrice, capace di orientarsi egregiamente per ritrovare la sua colombaia: ciò le ha permesso di essere addomesticata (questa qualità è stata migliorata da una forte selezione ad opera degli allevatori).
Nell’antichità i piccioni viaggiatori venivano costantemente utilizzati per trasportare messaggi in assenza di tecnologie alternative. L’importanza di questi animali è diminuita con l’utilizzo del telegrafo e delle moderne tecniche di comunicazione, tuttavia l’uomo non ha mai smesso di allevarli sia per passione (in Italia esistono validi centri colombofili) sia per lo studio delle loro capacità di orientamento ad opera dei ricercatori universitari. Vengono anche usati dall’uomo nella caccia al colombaccio come richiamo. Le capacità di volo di un piccione sono impressionanti: in condizioni di tempo ottimale può percorrere anche 800 km ad una media di 70 km/h per ritornare alla colombaia di origine a cui rimane legato per tutta la vita.
Il problema di malattie e pidocchi è facilmente risolvibile seguendo le normali norme igieniche, usate per qualsiasi animale domestico; cioè pulizia periodica degli ambienti e ciotole d’acqua per permettere agli animali di lavarsi.
Ricordo inoltre che questi animali hanno bisogno di almeno tre ore al giorno di luce, il così detto bagno di sole, e della possibilità di fare regolari sabbiature; inoltre la possibilità di comunicare con l’esterno tramite una voliera aumenta le sue difese immunitarie.
Una coppia ha bisogno di almeno un metro quadrato di superficie, cinquanta centimetri di trespolo, nonché di due nidi, perché una volta schiuse le uova della prima covata, ne intraprendono subito un’altra per aumentare le probabilità di sopravvivenza della specie.
Razze
Esistono tantissime razze, con diversi colori e conformazioni di varie parti del corpo.
• Colombo Triganino Modenese
Considerazioni finali oggettive
A mio avviso questo splendido animale non è considerato come dovrebbe, e nel tempo si è perso il suo uso come animale da carne, perché negli anni è stato sempre più considerato come un animale sporco, inutile e nocivo; dimenticando la morbidezza e il valore altamente nutritivo e a bassissimo contenuto di grasso delle sue carni, migliori di quelle d’anatra; solo però, se l’animale viene cucinato una volta raggiunte le quattro settimane di vita, prolungando tale periodo le carni diventano dure e molto amare.

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pinguino: nome comune con cui vengono indicati gli uccelli facenti parte della famiglia degli Sfeniscidi (Spheniscidae), ordine Sfenisciformi (Sphenisciformes).Esistono 17 specie di pinguini, che differiscono tra loro per dimensioni, anatomia e comportamento.Il pinguino imperatore (Aptenodytes forsteri) può raggiungere un’altezza di circa 120 cm ed è il più grande fra tutti i pinguini. Frequenta le coste del continente antartico, durante l’inverno la femmina depone il suo unico uovo, che viene covato dal maschio.Forma colonie molto numerose e per cacciare può spingersi oltre i 350 metri di profondità e rimanere immerso sott’acqua, senza respirare, anche per 20 minuti.Il pinguino reale (Aptenodytes patagonicus), alto 90 cm, si spinge fino alla Terra del Fuoco e sulle isole sub antartiche. É ampiamente diffuso nelle regioni antartiche e subantartiche. La femmina depone un solo uovo, di cui si prendono cura entrambi i genitori. Il pinguino di Adelia(Pygoscelis adeliae), alto circa 76 cm, è diffuso lungo le coste del continente antartico e delle isole australi. Trascorre in mare buona parte dell’anno, nutrendosi soprattutto di calamari e crostacei. Ed ha anche più di 3 uova ogni 3 mesi. Il pinguino somaro vive sulle coste dell’Africa del sud. Si chiama “somaro” per il verso che fa, che ricorda quello dell’asino. Quando fa troppo caldo, si tuffa in acqua per rinfrescarsi. Il pinguino Papua il più veloce di tutti: sott’acqua, quando caccia pesci e calamari, sembra davvero che voli!I pinguini crestati sono quelli che vivono più a nord: nelle isole intorno all’Antartide, sulle coste dell’Australia, in Tasmania e Nuova Zelanda. Il pinguino artico. E’ molto piccolo. Nella cultura il pinguino è utilizzato come mascotte o simbolo non ufficiale di attività sportive, politiche e industriali

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I pipistrelli vengono anche chiamati Chirotteri, sono un ordine di mammiferi placentati: sono mammiferi antichissimi, allattano i piccoli anche se hanno il corpo ricoperto di pelo, sono in grado di volare grazie ad una speciale modificazione di mano e braccio trasformati in ala. Essa è costituita da una membrana sottile, simile alla pelle, mentre il “patagio”, cioè le ossa della mano e del braccio, sono formate da uno strato sottile di vasi sanguigni e filamenti elastici e per questo sembrano dei topi con le ali.
I loro occhi sono piccoli e la vista è molto limitata, in compenso l’udito è estremamente sviluppato.
Mentre volano emettono degli ultrasuoni che rimbalzano contro gli oggetti presenti sul percorso, provocano un eco che permette ai pipistrelli di capire dove andare e quindi evitare gli ostacoli.
Durante il giorno si rifugiano nelle fessure dei muri, nelle cavità degli alberi e nelle grotte, mentre la notte vanno in cerca di cibo. Solitamente cacciano insetti, ad esempio un pipistrello può mangiare 500 zanzare in una sola notte quindi sono animali utili all’uomo perché eliminano molti insetti nocivi e fastidiosi. Però si nutrono anche di polline, frutta, roditori, pesci e rane. Esistono anche tre specie di pipistrelli, diffusi solo in centro e sud America, che succhino il sangue degli animali domestici, però non ne provocano la morte.
In inverno vanno in letargo in gruppo, rallentano tutte le attività corporee, incluso la frequenza respiratoria e il battito cardiaco, consumano pochissima energia e utilizzano le riserve di grasso corporeo accumulate nella bella stagione. Poi con l’arrivo della primavera, termina la fase di letargo e le femmine si radunano in rifugi, dove tra giugno e luglio danno alla luce i piccoli (di solito solo uno per femmina). Dopo 2-3 settimane i piccoli sono già in grado di volare e cacciare insetti. I nemici dei pipistrelli sono per lo più gufi, donnole, martore e topi.
Purtroppo questi animali rischiano l’estinzione e per questo è stato creato un programma europeo, BAT, per la loro salvaguardia. Il Museo Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze promuove la diffusione di rifugi artificiali, casette di legno simili a quelle utilizzate per gli uccellini, per aumentare il numero dei pipistrelli e ridurre le zanzare in città riducendo in questo modo l’utilizzo di insetticidi. Allo stesso modo chiunque può contribuire alla loro diffusione utilizzando gli stessi accorgimenti.

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Il puma è un mammifero predatore classificato Felis concolor nella famiglia dei felidi. È noto anche come coguaro o leone di montagna ed è diffuso unicamente in America, nelle regioni comprese tra la Columbia Britannica e la Patagonia. È adatto a una notevole varietà di ambienti: vive dal livello del mare fino a quote di circa 5800 m, e in ambienti desertici, tropicali e temperati. è un felide dalle abitudini solitarie ed il suo bisogno di stare appartato lo induce a separare il proprio territorio di caccia da quello degli altri adulti della stessa specie, che non muta neanche d’inverno, quando la disponibilità di cibo diminuisce a causa delle migrazioni stagionali dei cervidi.
Il colore della pelliccia è uniforme, che varia dal marrone-rossiccio delle varietà tropicali al grigio di quelle delle latitudini maggiori. Ha zone più chiare su fianchi, muso, mento, gola, petto e sull’interno delle zampe.
Il puma può essere lungo fino a 1,95 m, esclusa la lunga coda; una femmina pesa tra i 35 e i 50 kg, un maschio tra i 50 e i 70, ed in genere gli esemplari della fascia equatoriale sono di taglia più piccola rispetto a quelli delle regioni temperate. Questo animale ha arti posteriori proporzionalmente più lunghi. Hanno un muso relativamente piccolo e una macchia nera sopra gli occhi.
A differenza di altri grandi felidi predatori, i puma non sono in grado di emettere ruggiti, ma diversi tipi di vocalizzi e richiami. Hanno abitudini crepuscolari e notturne, e cacciano principalmente ungulati di grossa taglia fra cui principalmente il cervo. La femmina partorisce da due a quattro cuccioli, caratterizzati da macchie scure sul dorso, una coda ad anelli e occhi azzurri.

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Il riccio appartiene alla classe dei Mammiferi, all’ ordine degli Insettivori, alla famiglia degli Erinaceidi , ed infine alla specie del Riccio occidentale (Erinaceus europaeus ).
E lungo dai 28 ai 35 cm circa, con un peso medio che varia dai 450 ai1.200g.
Si trova per lo più in Europa settentrionale, centro meridionale e parti di quella meridionale.
Vive prevalentemente nei boschi di latifoglie e misti con sottobosco ,siepi,campagne alberate,parchi,giardini eccetera. E un animale onnivoro (quindi si ciba di tutto ciò che trova in natura esempio: funghi, bacche, radici e lombrichi…). L’ accoppiamento avviene in primavera-estate e, dopo una gestazione di circa 35 giorni, la femmina partorisce 3-10 piccoli. Normalmente si ha un solo parto annuo. Raggiunge l’età dei 15 anni. Il suo corpo è ricoperto da pungenti aculei(circa 7-8.000). I suoi movimenti non sono veloci anche se trotterellando, può nascondersi in breve tempo. Conduce vita crepuscolare e notturna.
Di giorno dorme, nascosto nella penombra di una siepe o sotto una catasta di legna, in una depressione del terreno foderata di foglie secche. Occupa volentieri i nidi artificiali, collocati su terreno tra le siepi dei parchi e dei giardini. Quando viene molestato si appallottola, protetto dalla sua fitta corazza di aculei, che riapre solo quando il pericolo cessa. Per scoraggiare ulteriormente un nemico (Gufo reale, volpe, cane), che tenta di sopraffarlo, emette anche brontolii e soffi. La sua vista non è acuta, ma il suo olfatto è molto fine. Nessun ostacolo lo spaventa: supera con disinvoltura barriere apparentemente insormontabili e, sa anche nuotare. Le vie di comunicazione stradale costituiscono la più grave minaccia e il suo corpo sfracellato si rinviene frequentemente sull’ asfalto stradale. Trascorre la stagione fredda in letargo, appallottolato nel suo rifugio imbottito di fieno e foglie secche. Dorme ininterrottamente da novembre a marzo e in primavera, al suo risveglio, cerca subito qualcosa da mettere sotto i denti. Il riccio è molto importante per l’agricoltura, perché uccide molti insetti che potrebbero essere un problema per le colture.
In alcuni territori di pianura e di collina del Trentino-Alto Adige, del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, il riccio occidentale convive con il riccio orientale (Erinaceus concolor ), che sostituisce la specie precedente nell’Europa orientale.

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Il rinoceronte di Giava è un animale rarissimo, probabilmente uno dei più rari fra i grossi mammiferi. Assomiglia molto al rinoceronte indiano ma la misura del corno è inferiore: solo 25cm nel maschio, mentre nella femmina è quasi assente. La lunghezza del corpo è di circa 300cm, compresa la coda, e l’ altezza varia tra i 140 e i 170cm La pelle grigio brunastra, ha l’ aspetto di una corazza formata da grandi placche. Il pelo è presente solo attorno alle orecchie e sulla punta della coda. Il labbro superiore è allungato, formando l’ appendice digitiforme. Il rinoceronte di Giava frequenta gli ambienti a vegetazione molto fitta, le zone paludose e le foreste umide tropicali. Esso è presente solo nel Parco nazionale di Udjung Kulon. La popolazione del rinoceronte è stata stimata a soli 54 esemplari nel 1986. vent’ anni fa erano rimasti una ventina di rinoceronti di Giava, a causa della distruzione dell’ loro ambiente e dalla caccia feroce. Il rinoceronte di Giava figura tra le specie elencate nella Convenzione di Washington. Se non si fa crescere la popolazione alla svelta ci sarà un’altra specie estinta!

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Chi non conosce la salamandra? Eppure si tratta di un animaletto dalle abitudini notturne,non facile da osservare. Ma la salamandra è ben nota a tutti per altre ragioni,in particolare per via di leggende e credenze popolari,tra le quali una delle più comuni dice che è in grado di sopravvivere nel fuoco o di essere velenosa per l’uomo.
In realtà la salamandra ha solo la capacità di secernere delle sostanze che sono leggermente irritanti e che servono all’animale per non essere mangiato dai suoi predatori. Una delle salamandre più conosciute è sicuramente la salamandra pezzata che si può trovare nei nostri boschi ed è riconoscibile per i magnifici colori,cioè nera con le macchie gialle. Questi colori vistosi servono alla salamandra per far capire ai predatori che non conviene mangiarla.
La salamandra pezzata misura tra i 12 e i 20cm compresa la coda,ma in alcuni casi può raggiungere anche i 28cm. La salamandra pezzata vive in ambienti terricoli come lettiere,tane di piccoli mammiferi,sottobosco di faggete o di abeti ma anche di castagneti. Questo animale è attivo soprattutto al crepuscolo e di notte,in particolare quando il clima è umido e piovoso,si sposta lentamente e non si allontana troppo dal suo rifugio. Durante il periodo riproduttivo,in primavera, questi anfibi si spostano verso le pozze dei torrenti e dei ruscelli. Le uova si sviluppano all’interno della femmina e,quando hanno raggiunto un buon grado di sviluppo,essa si dirige in pozze d’acqua dove deposita da 10 a 70 uova. Talvolta nascono individui già metamorfosati.
La salamandra pezzata è in grado di riprodursi dal 4^ anno di vita e mangia gli animaletti nella lettiera del sottobosco ad esempio millepiedi,lombrichi ecc…
Può raggiungere età elevate:in libertà è stato trovato un individuo di 20 anni,mentre in cattività ci sono esemplari che hanno superato i 50 anni. È diffusa nell’Europa centrale,occidentale e meridionale, nell’Africa nord-occidentale e in alcune zone dell’Africa sud-occidentale.

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Lo squalo bianco o Carcharodon carcharias raggiunge senza dubbio i 6 metri di lunghezza e molto probabilmente arriva a dimensioni anche maggiori.
La maturità sessuale è raggiunta a 3,8 metri di lunghezza nei maschi e tra 4,5 e 5 metri nelle femmine. La specie è vivipara aplacentale, con presenza di oofagia (gli embrioni si nutrono di uova non fecondate nell’utero materno), e il parto avviene tra primavera ed estate, la gestazione durando probabilmente all’incirca un anno. Nel Mare Mediterraneo vi è una zona di riproduzione nell’area che comprende Sicilia, Malta e Tunisia. Il parto avviene tra primavera ed estate. I piccoli alla nascita hanno taglia compresa tra 1,2 e 1,5 metri e hanno i denti dotati di minute cuspidi laterali, gli inferiori talora coi bordi lisci anziché seghettati. Il numero massimo di piccoli per figliata non è noto con certezza, ma potrebbe essere di 14.
La dieta dello squalo bianco è estremamente varia. Nel Mediterraneo questi animali si nutrono principalmente di delfini, tonni, tartarughe marine, altre specie di squali, pesci spada, e talora delle carcasse di grandi cetacei. In altre parti del mondo una parte importante della loro dieta è rappresentata dai pinnipedi (otarie, foche, elefanti marini). Possono occasionalmente ingerire oggetti non commestibili, ma ciò si deve con ogni probabilità imputare alla natura curiosa di questo animale, che è solito “esplorare” con la bocca la sorgente dei differenti stimoli nei quali di volta in volta si imbatte.
Lo squalo bianco è specie di acque continentali e insulari, praticamente cosmopolita, ma più propria delle acque comprese tra le fasce fredda e caldo-temperata. Sebbene non si avvicini usualmente alla riva, occasionalmente può capitare che lo si possa incontrare in acque molto basse se queste sono poste nelle immediate vicinanze di uno strapiombo che dia su acque più profonde. Le zone in cui è più abbondante sono Sud Africa, Australia, California. Nel Mare Mediterraneo la maggior parte di segnalazioni proviene dalla regione includente Sicilia, Malta e Tunisia, seguono quindi Mare Adriatico, Mare Tirreno, Mar Ligure e Mare Balearico.
Sebbene abbia carni di buona qualità, la sua importanza per la pesca è inevitabilmente minima, trattandosi di specie ovunque poco comune. Lungo le nostre coste capita di tanto in tanto che un esemplare rimanga impigliato nelle reti di qualche tonnara o nei palangari. Così come accade per molte altre specie di squali nel nostro Paese, solitamente è messo in commercio sotto l’improprio nome di palombo (che spetterebbe in realtà agli squali del genere Mustelus).

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La scomparsa dello stambecco dalla regione alpina avviene fra il sedicesimo e il diciottesimo secolo a causa di un eccessivo prelievo dovuto in particolare a tre fattori:
- il fatto che vive su terreni aperti ed è quindi facilmente individuabile; – l`uso che si faceva delle sue parti come rimedio a certi mali; – il fatto che spesso le popolazioni rimangono isolate dalla presenza di valli.
L`unica popolazione che riuscì a sopravvivere si trovava allora nella regione del Gran Paradiso, riserva di caccia dei regnanti italiani che hanno imposto una drastica protezione della specie a partire dal 1821.
La reintroduzione dello stambecco in Svizzera inizia nel 1906, quando individui puri, contrabbandati dal Parco del Gran Paradiso, sono portati nel parco naturale Pietro e Paolo di San Gallo.
La distribuzione dello Stambecco nel nostro Cantone è limitata e il gruppo più numeroso è sicuramente quello della Greina che si estende fino alla Val Malvaglia e Val Pontirone. Durante il censimento primaverile del 1994 sono stati avvistati oltre 496 capi nella sola parte ticinese mentre tutta la colonia conta più di 1600 esemplari. Nelle altre località del Cantone le colonie sono più piccole e composte da alcune decine di unità frutto dei ripopolamenti.
Lo stambecco vive prevalentemente nella zona alpina e nivale fra i 1600 e i 3200 m di altitudine, dove predilige i versanti ripidi, rocciosi e ben articolati dal punto di vista topografico. I pendii erbosi rivolti a sud sono pure luoghi prediletti dallo stambecco, in particolare durante il periodo invernale. In generale egli vive nelle fasce altitudinali più alte per la maggior parte dell`anno e solo in primavera si abbassa a quote meno elevate alla ricerca di spazi erbosi.
Lo stambecco, in modo particolare il maschio, è caratterizzato da un corpo massiccio e pesante appoggiato su arti relativamente corti. Il dimorfismo sessuale fra i due sessi è evidente nella taglia nelle dimensioni e nella forma delle corna. I maschi possono pesare anche fino a 100 Kg, mentre il peso della femmina varia generalmente da 40 a 50 kg. L`altezza al garrese non supera rispettivamente il metro e gli 80 cm. Il pelo è fitto e atto a sopportare le basse temperature invernali. Muta due volte all`anno, in luglio e in ottobre. Il colore chiaro rende particolarmente difficile distinguere l`animale nelle rocce. Le corna dei maschi hanno degli anelli annuali molto visibili che permettono la determinazione dell`età. Nella parte frontale del corno troviamo anche dei nodi, 1 o 2 ogni anno, molto visibili. I nodi annuali si consumano durante la crescita e sono meno vistosi a partire dagli 8 anni. La crescita annua delle corna è di circa 10 cm nei primi 8 – 10 anni; la loro lunghezza massima raggiunge in media i 90 cm e possono pesare fino a 5 kg. Le corna delle femmine sono invece molto più piccole, i nodi annuali sono poco visibili e la loro lunghezza raggiunge solo i 30 cm. Il meccanismo di crescita è simile a quello del camoscio.
Nello stambecco gli zoccoli sono larghi, elastici e articolati in maniera indipendente, ciò che rende questi animali molto adatti agli spostamenti su pareti e in zone difficili. Particolarmente sviluppati sono la vista e l`odorato. La specie può essere facilmente osservata anche a brevissima distanza, in particolare i maschi adulti. Tuttavia nelle regioni dove sono sottoposti all`attività venatoria sono più difficili da avvicinare. Il loro nutrimento è generalmente povero e lo stambecco è in grado di accumulare uno spesso strato di grasso durante la bella stagione in modo da non patire troppo durante il periodo invernale. Dai mesi invernali esce tuttavia smagrito e in primavera si abbassa sovente alla ricerca della nuova vegetazione.
Lo stambecco utilizza durante tutto l`anno le zone ben al di sopra del limite del bosco. Dei movimenti verticali si possono osservare in particolare in primavera quando gli animali si abbassano per approfittare della nuova erba o le femmine per mettere al mondo i piccoli in luoghi riparati e con vegetazione più avanzata. Dei movimenti di dispersione possono coprire diversi chilometri, ciò che ha facilitato la sua colonizzazione nell`arco alpino.
Durante l`estate sono attivi in particolare la mattina presto fino verso le 9.00 ed in seguito alla sera dopo le 16.00. In inverno la loro attività comincia invece più tardi e con alcune pause si protrae fino nel tardo pomeriggio. Durante le fasi di riposo, in particolare durante l`inverno, si rifugiano al riparo nelle rocce e sono molto difficili da trovare.
La vita sociale vede le femmine e i giovani separati dai maschi durante il periodo primaverile, estivo e autunnale e solo in inverno, in concomitanza con il periodo degli amori, si osservano ruppi misti. Le femmine che devono partorire si isolano di solito dal loro gruppo e cercano luoghi riparati e difficilmente accessibili. I giovani maschi si staccano dal gruppo di femmine per unirsi ai branchi di maschi normalmente all`età di 3 anni.
Il periodo degli amori si situa in inverno, nei mesi di dicembre – gennaio. La gestazione dura da 170 a 196 giorni e i piccoli nascono verso fine maggio-inizio giugno. Generalmente ogni femmina partorisce un solo piccolo ma i parti gemellari non sono rari. I piccoli vengono allattati per diversi mesi. Le femmine si riproducono all`età di 3 – 4 anni.
Nell`ambiente alpino lo stambecco non ha praticamente nemici naturali se si trascura l`aquila reale che può talvolta attaccare i piccoli. La morte di alcuni individui può essere causata da cadute, da valanghe o da frane. Lo stambecco si incrocia facilmente con la capra domestica, fenomeno che è stato osservato anche in Ticino.

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La tigre è un grande mammifero predatore appartenente alla famiglia dei felidi, classificato nel genere Panthera insieme al leone, al leopardo e al giaguaro.
Le sottospecie viventi sono confinate principalmente nelle riserve del Sud-Est asiatico e dell’India, e corrono il rischio dell’estinzione. Il loro numero è fortemente diminuito negli ultimi tempi a causa della distruzione dei loro habitat e a causa dell’uomo, di fatti vengono cacciate per la loro pelle e le loro ossa, alle quali i cinesi attribuiscono poteri terapeutici.
Per questo si stima che la popolazione di tigri allo stato selvatico comprenda oggi soltanto dai 4000 ai 5000 esemplari, e ognuna di esse può vivere dai 10 ai 15 anni d’età.
Le tigri si nutrono di mammiferi di grossa taglia, in particolare cervidi e bovidi, e inoltre rane, pesci che riescono comodamente a procurarsi essendo ottime nuotatrici. Le tigri cacciano di notte, avvantaggiate da una vista acutissima: nell’oscurità riescono a vedere sei volte di più dell’uomo. Per cacciare si servono degli artigli retrattili per afferrare la preda e di lunghi canini per addentarle letalmente il collo.
Vivono nelle foreste, nelle praterie o in zone paludose: tutti habitat dove la loro colorazione gli consente di mimetizzarsi. Le tigri sono animali territoriali ed il territorio del maschio, che varia dai 30 agli 80 km, spesso comprende i territori di due o più femmine.
Ogni cucciolata è composta dal solo cucciolo fino ai 6 individui. Quando nascono questi pesano circa 1 kg e sono ciechi e inermi. Nelle prime 6-8 settimane si nutrono di latte mentre in seguito delle prede cacciate dalla madre. I piccoli iniziano a cacciare dopo 18 mesi di età e in genere di tutta la cucciolata sopravvivono due piccoli al massimo.
Esistono 5 specie di tigri oltre a quella che tutti conosciamo: le rare tigri siberiane, la tigre indiana (detta tigre del Bengala), le tigri dell’isola di Sumatra, la tigre indocinese e la sottospecie Panthera tigris amoyensis, diffusa nelle regioni della Cina centrale e orientale. éssa è quella che corre il più alto rischio di estinzione: attualmente ne esistono soltanto una trentina allo stato selvatico e una cinquantina nei giardini zoologici della Cina.
Inoltre negli ultimi settant’anni le sottospecie estinte sono state almeno tre: quella di Bali, di Giava e del Caspio.

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L’allevamento dei salmonidi e’ praticato nelle acque fredde di tutti i continenti e riguarda principalmente le specie Iridea e Fario e il Salmerino di fontana. Il grande sviluppo della troticoltura e’ dovuto allo svolgimento in condizioni artificiali e senza particolari ostacoli dell’intero ciclo biologico.
L’allevamento delle trote richiede una grande quantità di acqua corrente fresca, pura e in quantità costante.
La temperatura dell’allevamento ideale si aggira intorno ai 12-14°C e l’acqua deve essere priva di corpuscolato solido in sospensione, senza colori,odori o sapori particolari,con pH compreso tra 6,5 e 8,5. L’origine dell’acqua dovrebbe essere di risorgiva, priva di sostanze inquinanti e con temperatura costante: questi sono fattori fondamentali per un allevamento.
SPECIE ALLEVABILI
La trota di corrente o fario vive nei laghi, nei fiumi e nei torrenti in acque limpide, fredde e ben ossigenate. Vorace predatore carnivoro, si nutre di pesci, piccoli crostacei ed insetti. Si riproduce da ottobre a gennaio con temperature tra i 5° e i 10°C. Si può trovare in tutta Europa.
La trota iridea e’ originaria del Nord America ed e’ stata introdotta in Europa nel 1880. Vive in acque fredde ed ossigenate di fiumi e laghi. E’ un predatore vorace. Si riproduce da fine inverno ad inizio primavera attorno ai 10°C.
ALLEVAMENTO IN VASCA
Generalmente gli allevamenti sorgono vicinissimi ai corsi d’acqua dei quali si sfrutta la portata, la pendenza, la temperatura bassa e l’elevato grado di ossigenazione. Dove necessario si provvede a filtrare l’acqua in entrata per trattenere foglie, rametti ed altre impurita’. L’acqua viene convogliata in grandi vasche che possono essere di terra o di cemento; in entrambi i casi il fondo viene ricoperto di terra o di ghiaia ove si depositano i materiali organici mantenendo limpida l’acqua sovrastante e vi crescono microrganismi che costituiscono un cibo naturale per le trote.
La troticoltura si basa essenzialmente sull’alimentazione artificiale, in grado di coprire l’intero ciclo di allevamento, vale a dire dai riproduttori, avannotti, trotelline, trotelle e trote da consumo.
La troticoltura si suddivide in due aree ben distinte:
1)Troticoltura di montagna, dove vengono allevati i riproduttori e dove vengono prodotte, fecondate ed incubate le uova.
2)Troticoltura di pianura, dove gli avannotti sono svezzati e quindi ingrassati fino alla taglia da porzione.
SCELTA DEI RIPRODUTTORI
Si esegue separando quelle trote che raggiungono le maggiori dimensioni e tra queste si scelgono quelle con caratteri morfologici perfetti (pigmentazione cutanea,presenza di caratteri sessuali secondari ecc..).
Ai futuri riproduttori dovrà essere riservato un ambiente ed una alimentazione particolare.
FECONDAZIONE ARTIFICIALE
La maturità sessuale dei maschi si ha verso i 2 anni, mentre le femmine a 3 anni. Con l’avvicinarsi del periodo riproduttivo, i riproduttori mostrano i caratteri sessuali secondari più accentuati: i maschi assumono una colorazione più scura ed un profilo del capo più appuntito, le femmine presentano l’addome rigonfio e duro al tatto, con la papilla genitale arrossata e sporgente.
Si esegue quindi la “spremitura” delle femmine che consiste nella fuoriuscita delle uova in un catino, dove successivamente si fa ricadere il liquido di spremitura dei maschi. Subito si mescola, si lascia riposare per qualche minuto, si sommerge il tutto con acqua fresca e limpida e lo si ripone negli apparecchi di incubazione.
AVANNOTTERIA
La durata dell’incubazione e’ tanto minore quanto più alta è la temperatura dell’acqua. Tanto più lungo è il periodo di incubazione tanto meglio riescono l’uovo e l’avannotto. Quando l’embrionamento ha raggiunto la fase finale ,e nell’uovo compaiono due macchie nere che corrispondono agli occhi del futuro avannotto, le uova vengono commercializzate e spedite negli allevamenti per la schiusa. La schiusa delle uova avviene su telai di rete a fori longitudinali e con cornice di legno la cui acqua è tenuta bassa (circa 20cm) in modo che scorra attraverso le uova. Dopo la schiusa, l’avannotto giace sul fondo per circa 15 giorni per riassorbire il sacco vitellino, dopodichè comincia a nuotare, sale in superficie ed inizia ad alimentarsi. Con questo sistema le uova morte sono facilmente eliminabili. Le vasche per trotelline a forma rettangolare non hanno requisiti particolari, salvo quello di avere dimensioni più ridotte rispetto a quelle destinate all’allevamento delle trote da consumo. Le avvannotterie funzionano solo per ottenere trotelle di 12-15cm che sono poi trasferite nelle vasche di crescita poste altrove.
SELEZIONE DELLE TROTE
Viene detta comunemente selezione o calibratura quell’operazione che permette di separare i pesci a seconda del loro peso e misura. Questa operazione serve ad evitare il cannibalismo che i pesci più grossi mettono in atto verso quelli più piccoli, e serve inoltre a far sì che ogni pesce abbia le stesse possibilita’ di nutrirsi (cosa improbabile quando sono presenti elementi di taglia superiore che si appropriano della quasi totalita’ del cibo).
ALIMENTAZIONE
Le trote sono animali carnivori che catturano la loro preda a vista, da qui la necessita’ di acque limpide.
La dieta e’ composta da due parti: dieta fresca (composta da prodotti di scarto di pesci di mare o di acqua dolce o prodotti della macellazione), e dieta mista (prodotti freschi integrati con farine secche di origine animale o vegetale come farina di pesce,farina di carne, farina di sangue,farina di frumento).
La somministrazione dei mangimi deve essere uniforme su tutta la vasca.
FORME PATOLOGICHE ED INFETTIVE
Come per altre tipologie di allevamento, anche la troticoltura e’ soggetta a molti agenti infettivi come virus, batteri, miceti e parassiti. La malattia che più di altre incide sotto il profilo economico e’ la SEV ( setticemia emorragica virale), causata da un virus che colpisce soprattutto gli avannotti così come la NPI (necrosi pancreatica infettiva).
Le malattie batteriche incidono con maggior frequenza nei mesi estivi quando la temperatura dell’acqua supera i 15°C. Tra le più frequenti vi sono quelle da vibrioni e quelle da streptococco portate dagli aironi che scendono sugli allevamenti per cibarsi dei pesci. Per contrastare questo fenomeno, le vasche vengono coperte da reti, e ai pesci vengono somministrati antibiotici (purtroppo però la morìa dei pesci resta comunque vicina al 40%).
INQUINAMENTO DELL’ACQUA
La trota, più di altri pesci, e’ estremamente sensibile ad alcune sostanze inquinanti, soprattutto quelle che abbassano il contenuto di ossigeno dell’acqua o che la intorpidiscono: tracce di zinco, rame, piombo, ferro, manganese, possono portare a morte un intero allevamento.
Anche alcuni gas come l’anidride carbonica, l’azoto e l’idrogeno solforato, possono avvelenare anche in minima quantità. Fortunatamente a volte si possono evitare, facendo percorrere all’acqua percorsi accidentati con cascate che permettono ai gas di evaporare.

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La vedova nera è considerato uno dei ragni più velenosi al mondo: il suo veleno è 15 volte superiore a quello di un serpente a sonali. Se viene disturbata attacca mordendo e iniettando un po’ di veleno che provoca la rigidità musolare, sudorazione, nausea, difficoltà respiratorie e vertigini; in alcuni casi porta anche alla morte. Appartiene alla famiglia delle Theridiidae, di cui una sottospecie, la Latrodectus molto meno velenosa, è presente anche in Italia.

Si trova negli Stati Uniti,in Canada e in Messico.Preferisce i climi caldi e secchi.
La femmina è di colore nero con una macchia rosso smagliante,che ricorda la forma di una clessidra,sul ventre.Questa macchia serve ad un possibile predatore per metterlo in guardia del pericolo che correrebbe attaccandolo.Le sue dimensioni variano da 8 a 40mm è leggerissimo,il peso medio è di 1 grammo.
È un animale prettamente notturno e di giorno rimane nella sua tana o nascosta sotto un sasso Pratica una vita sedentaria,infatti una volta cerata la sua tana non la lascia più.
Si nutre di insetti o anche di altri ragni che vengono catturati con una ragnatela tessuta all’ingresso della tana: essa ha la funzione di catturare la preda che viene poi immobilizzata e le viene iniettato il veleno allo scopo di scioglierla all’esterno per poi essere aspirata.
Il maschio invece è di colore arancione, non è per niente velenoso ed è 20 volte più piccolo della femmina.Il suo unico scopo è la riproduzione.
Solitamente il maschio dopo la riproduzione viene ucciso e divorato dalla femmina,per questo viene chiamata “vedova nera”.
Nel periodo di gestazione, che dura un mese, la femmina mangia più del solito,poi depone le uova(circa un centinaio)e le racchiude in un contenitore a forma di goccia,fatto con la sua tela, chiamato “cocoon”lo appende e lo protegge fino alla schiusa delle uova che avviane dopo 20 giorni.I ragnetti resteranno legati alla madre fino alla prima muta.

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La volpe è un canide di medie dimensioni, raggiunge la lunghezza di 65-75 cm esclusa la coda che può misurare 35-45 cm, è foltissima e di solito con la punta bianca; il muso è lungo e affusolato,le orecchie sempre dritte, appuntite e nere sulla parte posteriore, le zampe corte.
Il colore del manto solitamente è rosso scuro,ma può variare da individuo e da zona di provenienza. Per esempio la volpe artica è completamente bianca. Il dorso può essere bruno rossiccio o grigio mentre la zona del ventre è bianco-grigio,ma in inverno più scuro.
È presente in tutto l’emisfero settentrionale e in tutta l’Italia,anche se è poco comune in pianura padana ma è assente nelle zone aride e desertiche degli stati uniti,del Messico e del Sahara.
È il carnivoro selvatico più diffuso e con una vasta zona di distribuzione, è un animale notturno,ma si muove anche di giorno nascondendosi sotto i cespugli, nei fossi oppure nella sua tana e in città invece nei giardini o nei materiali di scarto.
Le sue prede preferite sono lepri e conigli,ma si nutre anche di roditori,ricci(tende ad escludere toporagni e talpe)uccelli,uova,lombrichi,frutta e bacche.Deve ingerire almeno 500gr di cibo al giorno.
Il suo habitat ideale è il bosco,ma s può trovare anche in brughiere aperte,in montagna o nelle campagne coltivate.
Di solito vive in gruppi familiari composti da un solo maschio e fino a 6 femmine con i loro piccoli, ma si possono trovare anche esemplari solitari. Tra le femmine esiste un sistema gerarchico che limita la capacità riproduttiva a quelle più potenti nella scala gerarchica. Quando in un gruppo partorisce più di una femmina l’allattamento avviene in forma comunitaria.
I cuccioli nascono nella tarda primavera e dopo circa sei settimane vengono svezzati,ma rimangono con la madre fino all’autunno.
Il principale nemico della volpe (come al solito) è l’uomo che sin dall’antichità pratica la caccia alla volpe,molto diffusa in Gran Bretagna,perché è considerato un animale dannoso per l’economia,per il suo vizietto di intrufolarsi ei pollai e fare razzia,anche se non lo ritengo un buon motivo per darle la caccia.
È molto scaltra ed è da sempre considerata l’incarnazione della furbizia.Essa ha colorato fin dai tempi antichi molte favole e ha sempre dato un tocco di mistero nelle tradizioni popolari.

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