Search Results for: se il terreno è in pendio

Giu

9

By potatore

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Se il terreno è in pendio..

Non sempre chi possiede un orto ha a disposizione un terreno pianeggiante e ben squadrato: molte volte il terreno adibito alla coltivazione è posizionato in pendio e le lavorazioni occorrenti possono trovare qualche difficoltà nell’essere espletate. In questo caso bisogna innanzitutto evidenziare il grado di pendenza del terreno stesso e valutare se questo non sia eccessivo e tale da pregiudicare la riuscita delle colture.  In questo caso va valutato la possibilità di una sistemazione a terrazze del terreno o gradoni ed utilizzare eventuali sassi presenti per innalzare muretti a secco, di contenimento del terreno, nel caso in cui l’altezza del ripiano superi il metro e nella zona si verificano con costanza temporali. Se  la pendenza del terreno, invece, non è tale  da richiedere interventi straordinari va in ogni caso posta molta cura alle lavorazioni per evitare fenomeni di ruscellamento. Il particolare bisogna evitare lavorazioni superficiali in previsioni di precipitazioni e lasciar inerbire il terreno quanto più possibile nelle zone non oggetto di coltivazione. Le operazioni di vangatura non devono essere effettuate nel senso basso-alto ma, casomai, al contrario, rovesciato il terreno verso l’alto: così facendo si eviterà di formare un cumulo nella parte basse e risulterà meno faticosa la lavorazione.  Per le zappettature, è consigliabile, invece lavorare il terreno per traverso rispetto alla pendenza e lo stesso criterio va seguito se viene utilizzata una motozappa a scoppio.  In quest’ultimo caso per rende più agevole il lavoro si può agire sulle stegole dell’attrezzo che possono essere orientate a destra o a sinistra, in modo alternativo via via che si procede nella lavorazione. Infine alla scopo di trattenere e rallentare la discesa dell’acqua piovana gli eventuali solchi vanno posizionati perpendicolarmente alla parte del pendio

Set

24

By potatore

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Settembre nell'orto..

 

Il cavolo broccolo è il progenitore del cavolfiore. La parte edule è rappresentata dall’infiorescenza ancora chiusa e dalle foglie più interne. La coltivazione prevede l’impianto durante il periodo giugno – agosto di piantine anche con radice nuda circa 30 cm sulla fila e 40-50cm tra le file. La raccolta si effettua durante il periodo autunnale cimando la “testa” e può riprendere, poi, con la raccolta dei broccoletti prodotti dalle numerose gemme laterali. La coltura dura all’incirca 3-4 mesi e nonostante l’alto valore a livello nutritivo è poca conosciuta in alcune regioni italiane mentre al Nord l’impiego quale verdura cotta è molto diffuso e sovente si trova quale prodotto surgelato anche nei supermercati.
Fragole – Certamente un po’ tutti apprezzano questo piccolo frutto primaverile è una piccola coltivazione può fornire la quantità sufficiente a soddisfare le esigenze di una famiglia. Una volta preparato il terreno occorre dare una leggera inclinazione a mezzogiorno per facilitare lo sgrondo dell’acqua e un migliore irraggiamento. L’appezzamento preferibilmente largo un metro va coperto con un film nero di polietilene che serve da pacciamatura. Le piantine provenienti da stoloni di altre colture vanno sistemati a cm 20×20 negli appositi alloggiamenti ricavati dalla foratura del telo. Il trapianto per raccolte primaverile va effettuato durante i mesi autunnali e preferibilmente non oltre Ottobre. Una coltivazione di fragole può durare anche 3-4 anni se si ha la cura di eliminare ogni anno gli stoloni che si vengono a formare in modo da non infittire eccessivamente.
Funghi – La produzione domestica di funghi è ormai una pratica collaudata. Buoni risultati, infatti, si possono ottenere sia operando all’aperto, se si possiede una terrazza, che in cantina o in locali semibui. Per entrambe le soluzioni è possibile coltivare funghi prataioli e Pleurotus ostreatus o più comunemente pleroto. Per la semina occorre una o più cassette di vario materiale rese impermeabilizzate internamente con del polietilene. Le cassette riempite con materiale organico fino a pochi centimetri dal bordo e successivamente sopra va sparso il “seme o bianco di fungo” ricoperta da un leggero strato di torba. Il tutto va tenuto costantemente umido e senza ristagni a temperatura ottimali che vanno dai 14°ai 20°C.I primi funghi cominceranno a spuntare all’incirca dopo venti giorni data che sarà opportuno scrivere sul bordo della cassetta.
Orto in casa – Con l’arrivo dell’Autunno l’elenco delle specie presenti nell’orto vanno velocemente accorciandosi, la coltivazione per alcune di esse va pertanto spostato in luogo riparato. Chi non possiede una serra può incominciare qualche coltura ortiva anche in casa in cassetta o in vaso. E’ evidente che per motivi di spazio la scelta deve ricadere su alcune specie e in particolare sulle aromatiche. Prezzemolo, basilico e salvia ad esempio possono essere coltivate non notevole facilità purché si disponga di una finestra esposta a Sud o in ogni caso ben illuminata. Per avere buoni risultati occorre dell’ottimo terriccio evitando “ricicli” o altre forme di preparazioni che non sempre danno garanzia di sanità. Sono proprio i substrati non perfettamente sterili a determinare la maggior parte di insuccesso nella coltivazione.
Raccolte – Per tutto il mese visto le discrete condizione meteorologiche è ancora possibile raccogliere pomodori, melanzane, fagiolini mangiatutto e fagioli da sgranare. Raccogliere sempre con terreno e frutti asciutti e quindi nelle ore più calde della giornata. Le carote vanno invece raccolte quando le foglie incominciano ad ingiallire e allo stesso modo le patate seminate tardivamente. Per entrambe prima di riporle in cantina vanno rimossi i residui di terreno lasciandole asciugare sul campo oppure in luogo asciutto e ventilato. Tempo di raccolta anche per le zucche che vanno selezionate rispetto al loro grado di maturazione e al loro stato sanitario. Eventuali frutti che presentano abrasioni o necrosi vanno consumati per primi.
Interventi sanitari – In Settembre possono ancora preoccupare alcune malattie causate da funghi e che le condizioni di elevata umidità possono rendere molto temibili per le coltivazioni. In particolare risulta ancora attiva in questo periodo la septoria del sedano, la ruggine dell’asparago, la peronospora e l’alternaria dei cavoli soprattutto nel cavolfiore. A scopo preventivo e possibile utilizzare ossicloruro di rame utilizzando 70-90 grammi ogni 10 litri di acqua. Per l’oidio invece vanno utilizzati prodotti a base di zolfo bagnabile alla dose di 8-10 grammi per 10 litri di preparato. I trattamenti al fine di evitare scottature devono essere effettuati preferibilmente nel pomeriggio e in ogni caso mai nelle ore più calde della giornata.
Compost – In questo periodo il materiale di scarto e i residui vegetali che si producono sono molti. Basti pensare a tutto ciò che rimane delle colture da frutto come pomodori e melanzane e allo stesso tempo dei residui che degli stessi rimangono in cucina dopo l’utilizzo: torsoli, piccioli, semi e bucce. Pertanto sarà opportuno prima dell’arrivo dell’autunno svuotare il compost, utilizzare il terriccio presente per concimare gli appezzamenti delle colture autunnali-vernine e rendererlo pronto a ricevere quanto verrà prodotto in questo periodo in cui le colture da frutto completano il ciclo. Per accelerare la decomposizione occorre rivoltare la massa presente, inumidirla aggiungendo eventualmente acqua e nitrato ammonico.

Apr

3

By potatore

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Categories: Agricoltura, Giardino

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L'orto: ambiente naturale

 

 L’eccessivo sfruttamento del terreno determinato dalle nuove  specie e varietà molto più  produttive delle precedenti fa sorgere la necessità della reintegrazione della sostanza organi­ca nell’orto, pena un continuo impoverimento organico dello stesso con conseguente calo produttivo sia quantitativo e qualitativo. Il compostaggio dei rifiuti organici sia provenienti dell’abitazione che da materiali di scarto o di pulizia degli ortaggi  diventa, pertanto, condizione indispensabile per  mantenere  sano  e biologicamente attivo il terreno. Sempre allo stesso scopo l’utilizzo di concimi organici tipo letame, cornunghia, sangue secco o di vari altri preparati messe a disposizione dalle ditte specializzate, serve senza dubbio ad ottenere  prodotti qualitativamente ottimi. Se invece oltre che a sostanza organica si vuole integrare il terreno con sostanze azotate, una coltivazione di leguminosa interrata (sovescio) all’inizio  della fioritura avrà effetti  sulla coltivazioni future indubbiamente eccellenti. Il ricorso sistematico alla pacciamatura, poi, determina diversi  vantaggi: miglioramento della struttura,  risparmio idrico, controllo delle infestanti, precocità delle  produ­zioni e non ultimo miglioramento della attività microbica del terreno. Per la pacciamatura di una orto di modeste dimen­sioni non necessariamente si devono impiegare materiali dispendiosi ma possono essere utilizzati materiali semplici come paglia, aghi di pino o foglie in genere, vinacce. Altra regola da adottare in ambito di progettazione allo scopo di contenere lo sviluppo di parassiti e, nello stesso tempo, permettere il razionale sfruttamento del terreno e il ricor­so alla consociazione e alla rotazione. Nel primo  caso  il sistema è stato ampiamente collaudato in passato, anche se, fino ad alcuni anni addietro veniva ritenuto  superato, basti pensare alle alberate fatte per sostenere la vite diffuse in tutta Italia. In un orto famigliare basta semplicemente  utilizzare delle piante i mais come sostegno di piselli o fagiolini rampicanti o alternare nei filari piante legumino­se con ortaggi da foglia. Con una corretta rotazione e avvicendamento tra specie sfruttatrici del terreno tipo le solanacee e le cucurbitacee e miglioratrice come leguminose si  evita un eccessivo  sfruttamento delle  risorse nutritive del terreno e  nello stesso  tempo si evita il proliferare di malattie fungine e di parassiti animali che normalmente completano il ciclo su specie affini. Questi sistemi vanno visti nell’ottica  di una  loro  interazione e non vanno presi  singolarmente in quanto,da soli, non possono radicalmente modificare il corso produttivo dell’orto. Inoltre va ricordato che la  creazione di un ambiente quanto più simile a quello naturale favorisce il proliferare di specie utili alla agricoltura come le Chysoperlee le più conosciute coccinelle  septempunctate predatrici  naturali  degli afidi autentici flagelli  degli orti e dei frutteti.

Mar

7

By potatore

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Categories: Giardino

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La nascita del giardino all’italiana.

Sono pochi i giardini che non sono circondati da siepi, reti metalliche e cancellate di vario tipo. D’altro canto proprio il nome di “giardino” proviene dal gotico e significa recinto, appunto, ad indicare uno spazio di terreno, generalmente prossimo alla abitazione, nel quale, secondo un ordine che richiama a questo o a quello stile oppure con disposizione del tutto personale, si alternano vialetti, alberi, arbusti, piante da frutto o decorative a beneficio dei proprietari. La storia toglie ogni dubbio che circondare la casa di giardino sia una abitudine recente basti pensare agli Egizi e “i Giardini del Paradiso”, annessi per lo più alla residenza del faraone oppure ai giardini pensili babilonesi considerate una delle “sette meraviglie del mondo”. Meno noto, è invece, che proprio gli Italiani hanno una tradizione sulla creazione di giardini e parchi antichissima, risalente nientemeno all’epoca romana e che dopo fasi alterne ha avuto nuovo impulso e lustro intorno nel 1503 con la sistemazione dei giardini vaticani ad opera del Bramante e con il progetto di Villa Madama del Raffaello. Ritornando, con ordine, agli antichi romani, questi inizialmente crearono l’hortus, con evidente utilità pratica e che allo stesso tempo stava ad indicare il giardino della casa di campagna e successivamente idearono gli horti, dei veri e propri parchi attorno alle case dei patrizi della città la cui cura veniva affidata al topiarius. Il topiarius modellava le piante con forme geometriche, umane e animali creando delle volte anche vere e proprie scene di caccia : l’arte topiaria nacque così duemila anni fa e tutt’oggi rimane un’arte in cui l’abilità manuale si fonde con profonde conoscenze tecniche e fantasia. La creazione di un vero e proprio stile italiano, però, è sicuramente opera dei due grandi artisti, prima accennati, che per primi hanno valorizzato i vari dislivelli naturali del terreno adottando una sistemazione a terrazze collegati da piccole scalette, il tutto in armonia col paesaggio circostante che non dovrà essere stravolto ma convivere insieme in una associazione di colori. Il prototipo fu in ogni caso il giardino papale dentro le mure vaticane e dal quel momento in poi i giardini diventarono sempre più architettonici e l’acqua ritornò a divenire una caratteristica di notevole importanza usata per creare effetti spettacolari e raffinati sia che scorresse in leggero declivio sia che creasse complesse cascate ed elaborate fontane. Lo stile italiano sarà compiuto nella sua interezza con la realizzazione di due grandi opere che tutt’oggi testimoniano lo stile e la tradizione tipica italiana ove la parte architettonica è capace di migliorare l’aspetto paesaggistico e far risaltare la vegetazione : Villa D’Este a Tivoli e la Reggia di Caserta.
Fu l’architetto Pirro Ligorio a valorizzare le terrazze presenti attorno a Villa d’Este e che degradano verso il bacino dell’Aniene; cinquecento fontane di diversa forma e grandezza con giochi d’acqua di grande effetto come quelli della fontana dell’Ovato e tutt’intorno spianate, viali rigorosamente geometrici, scalette, statue e alberi secolari. Il Vanvitelli con la creazione della Reggia borbonica dimostrò la sua bravura come progettista di grandi opere e la notevole abilità tecnica e il grande senso scenografico fecero sì che la sua opera fosse un esempio non solo dal punto di vista architettonico ma anche paesaggistico : la grande cascata sul viale principale le fontane e il gusto dimostrato nella costituzione dei vari giardini sono tuttora un esempio. L’esempio rinascimentale italiano ben presto si diffuse in tutta l’Europa e il giardino diventò non il luogo recintato o racchiuso da mura ma una vera e propria continuità con la campagna circostante e talvolta si confondeva con uliveti e aree coltivate.
La prima ad essere contagiata da questa nuova ondata innovativa fu la Francia anche se vi era una sostanziale differenza tra le zone collinari italiane e la pianura parigina ma lo stile era lo stesso, geometrico con schema regolare delle aiuole contenute da una serie di sentieri e viali che davano il senso generale di vastità. Successivamente i francesi modificarono profondamente lo stile italiano esagerando al massimo le forme geometriche e regolari con opere imponenti,e viali chilometrici ed enormi vasche e canali che culminarono con la creazione dei giardini di Versailles ad opera del francese Andrè Le Notre. Ben presto si ci accorse che l’opera faraonica, i grandi viali incorniciati di siepi che si dirigevano a ventaglio verso i boschi circostanti davano un senso di troppo vastità che esulava dalla funzione principale del giardino che fondamentalmente è quella di essere un posto tutto sommato intimo e personale ove rifugiarsi e trovare un senso di pace e allo stesso tempo di gioia. Si creò allora il giardino nel giardino, il giardino più piccolo all’interno di uno più grande più adatto alle esigenze famigliari. Gli inglesi durane il XVIII secolo rivoluzionarono e modificarono completamente la visione dei giardini simmetrici, pieni di viali e sentieri passando completamente a forme sinuose e giardini privi di muri e recinti. Una sorte di trionfo della natura ove laghetti sinuosi, prati, e alberi si succedevano in un senso di assoluta vastità e senza interruzioni ; si affermò così il concetto di parco. In alcuni casi il senso di continuità casomai veniva mascherato da grandi alberi oppure da fossati che impedivano l’accesso agli estranei o agli animali. Dal punto di vista pratico indubbiamente questa concezione di organizzare le aree verdi ha indiscussi pregi se si pensa al fatto che non si è costretti a rimpiazzare alberi abbattuti dal vento o morti per altri eventi che il più delle volte rovinano la visuale d’insieme. Per lo stile del duemila in ogni caso la tecnica è già all’opera e sicuramente il futuro del verde poggia sulle nuove tecnologie che ricercano nuove forme di allevamento e principalmente sulla selezione di specie sempre più resistenti a inquinamento e malattie.

 

 

 

Set

25

By potatore

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Categories: Giardino

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Giardini in miniatura!

Se il fine settimana è caratterizzato dal cattivo tempo e la passeggiata in campagna deve essere rimandata può presentarsi il problema di cosa fare a casa ; ma non necessariamente deve esserci brutto tempo per copiare delle idee che possano arricchire alcuni spazi della casa con delle soluzioni curiose e perché no originali. Una prima idea è quella di un giardino miniaturizzato in bottiglia, a tale scopo basta prelevare dalla cantina una bottiglia che soddisfi le esigenze del caso; piccola o grande a secondo lo spazio in cui va sistemata e per i più esigenti anche una capiente damigiana. Il tappo è la chiave per far si che l’acqua dell’interno non evapori facilmente e si conservi a lungo. Infatti, non appena l’acqua evapora tende a depositarsi sulle pareti e da qui ridiscendere nel substrato del fondo, così da essere riutilizzata. Che il tappo sia anche bello, di sughero e sormontato da uno stampo di colorati frutti di pasta di sale è scelta e gusto di ognuno. Se nella scelta della forma della bottiglia prevale la larghezza rispetto all’altezza risulta più agevole la costituzione e la sistemazione delle varie parti altrimenti occorre attrezzarsi di utensili molto lunghi. Una volta sistemato il tutto su di un tavolo si può procedere alla sistemazione dei vari elementi che inizialmente consiste nell’inserire sul fondo una manciata di carbonella per evitare che il ph diventi acido. Successivamente con l’ausilio di un imbuto di carta si “versa” all’interno il terriccio che farà da supporto e nutrimento alle piante ; questo dovrà essere costituito da una miscela di torba nera e terra di bosco oppure di un terriccio adatto per semenzai e quindi povero di elementi fertilizzanti. Con un cucchiaino da caffè o con una piccola palettina da gelato legata con del nastro adesivo ad un bastoncino di legno si appiana il substrato sul fondo e si effettuano dei piccoli alloggiamenti in cui verranno inserite le radici o i semi delle piantine. Per la scelta delle piantine occorre orientarsi su specie che richiedono tenore di umidità elevati e che abbiano una crescita lenta come la peperomia, fittonia e varietà piccole di bromeliacee. Nella sistemazione, per agevolare la collocazione delle piantine sul fondo, sarà meglio collocare quelle più esterne e infine quelle centrali. Una volta costipato leggermente il terriccio per una migliore adesione dell’apparato radicale col terreno occorre innaffiare. Bisogna tener presente che l’acqua in eccesso non può essere smaltita e pertanto le irrigazioni devono essere effettuate “col contagocce”. Sempre con il sistema di fissare con nastro adesivo i mini attrezzi si può preparare un piccolo taglierino per eliminare foglie secche o rovinate e con l’ausilio di un ferro da lana si possono asportare dal fondo. La bottiglia non va mai collocata in pieno sole per ovvi motivi di condensa, va benissimo un luogo anche esterno molto illuminato durante la bella stagione durante la stagione fredda un luogo interno riparato è d’obbligo.

Apr

20

By potatore

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Esposizione e giacitura

vigneti esposti a sud

Questi due fattori del clima perché essi sono intimamente collegati fra loro. Se un terreno è disposto su un piano perfettamente orizzontale e la sua superficie guarda l’alto (zenit) ma se esso è in pendio si orienta verso uno dei punti cardinali. Per esposizione di un terreno si intende il suo orientamento rispetto i punti cardinali e per giacitura la sua posizione rispetto il piano orizzontale. Si avrà quindi, un’esposizione a Levante (E) o a mezzogiorno (S) o a Ponente (O) o a Tramontana (N); la giacitura potrà essere di piano o di collina o di montagna. L’esposizione più calda è quella in ordine decrescente: S; SO ;SE ; O; E; NO; ecc. Per rendersi conto di ciò’ si prende in esame il cammino del sole durante la giornata: al mattino l’esposizione più direttamente investita dai raggi solari è quella di levante (est), man mano che il sole si avvicina allo zenit colpisce sempre più intensamente le posizioni di Sud allontanandosi poi per investire i pendii rivolti ad ovest. Nelle posizioni di nord il sole non batte mai direttamente, pertanto sono le più fredde; i terreni esposti ad est sono più freddi di quelli situati a sud perché il sole li abbandona presto, anche se sono i primi ad esserne investiti, e i raggi solari del mattino sono inclinati e d’intensità più debole. Le esposizioni di mezzogiorno, invece, si scaldano gradualmente e si raffreddano lentamente restando più a lungo sotto l’azione dei raggi più intensi del sole, le posizioni d’ovest sono bene irradiate e, anche se l’insolazione comincia più tardi, è sempre abbondante e il calore permane a lungo dopo il tramonto. L’inclinazione o giacitura, determinando un diverso angolo dei raggi solari sul terreno stabilisce una maggiore o minore insolazione a seconda che i raggi si accostano o s’allontanano dalla perpendicolare. L’orientamento o esposizione è insieme con l’inclinazione, l’elemento che permette la coltura di alcune piante in zone lontane dal loro ambiente climatico ideale come, per es. l’olivo sulle colline veronesi.

Feb

12

By potatore

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Sotto la pacciamatura c'è vita..

Il ricorso sistematico alla pacciamatura (cioè la copertura del terreno cono foglie , erba tagliata, strame) determina diversi vantaggi: miglioramento della struttura, risparmio idrico, controllo delle infestanti, precocità delle colture e non in ultimo miglioramento dell’attività microbica del terreno.  Per la pacciamatura di un orto di modeste dimensioni, non necessariamente si devono usare materiali dispendiosi ma al contrario materiali semplici com e paglia, aghi di pino, vinacce o foglie in genere. Altra regola da adottare in ambito di progettazione allo scopo di contenere lo sviluppo di parassiti e nello stesso tempo permettere il razionale sfruttamento del terreno è il ricorso alla rotazione e alla consociazione. Nel primo caso il sistema è stato ampliamento collaudato in passato e fino ad alcuni anni addietro, stranamente, veniva considerato superato. Basti pensare alle alberature fatte  per sostenere la vite diffuse in tutta Italia, ma in un orto famigliare basta semplicemente utilizzare delle piante di mais per sostenere piselli e fagioli o alternare nei filari piante leguminose con ortaggi da foglia. Con una corretta rotazione o avvicendamento tra specie sfruttatrici del terreno tipo le solanacee e le cucurbitacee e miglioratrici come leguminose si evita un eccessivo sfruttamento delle risorse nutritive del terreno e allo stesso tempo si evita il proliferare di malattie fungine e di parassiti animali che normalmente completano il ciclo su specie affini. Questi sistemi vanno visti nell’ottica di una loro interazione e non vanno presi singolarmente in quanto, da soli, non possono modificare radicalmente e subitaneamente il corso produttivo dell’orto.  Nel medio e lungo periodo, invece, i vantaggi sono visibili e la qualità del terreno e  di conseguenza quella delle produzioni aumenta notevolmente, l’ambiente riprende la forma naturale e si favorisce il proliferare di specie utili all’agricoltura come la famiglia delle Coccinellidae predatrici di afidi, autentici flagelli  degli orti e dei frutteti.

Mar

25

By potatore

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La cascata….del bonsai

di Matteo Caliendo

Continua  con il presente articolo il giro sugli stili presenti nel vasto repertorio dei bonsai e della loro affascinante tecnica. Questa volta ci occupiamo dello stile a cascata e di quello letterati. Anche lo stile a cascata si può definire uno tra gli stili più naturali in quanto esso riproduce un albero scendente o meglio cascante da un pendio e sottoposta a tutti gli effetti all’opera devastante degli agenti atmosferici. Un vaso alto (e preferibilmente non smaltato) aiuterà nell’equilibrio estetico e materiale della stessa. Nello stile a radici su roccia la pianta (solitamente vite canadese, glicini o comunque piante predisposte a ciò) cresce su di una roccia in tufo o lavica; le radici armoniche, non intrecciate e senza gibbosità lasciano intravedere la roccia in un connubio affascinante. Lo stile letterati è senz’altro lo stile più elegante, armonico e sinuoso; esso rappresenta un albero in competizione naturale con gli altri e che ha dovuto sviluppare con il tempo un tronco relativamente esile e lungo ed una chioma rada. Il vaso preferibilmente ovale crea nel suo quasi disequilibrio una sorta di armonia interiore nell’osservatore.

Feb

16

By potatore

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Frane: un male moderno?

Le frane sono movimenti di terreno, sciolto o compatto, verso il basso tipiche dei terreni in pendio. Roberto Almagià, storico della geografia, della cartografia oltre che esploratore e naturalista ne classificò cinque tipi: frane di rotolio, quando materiali incoerenti rotolano su terreni privi di vegetazione; frane di crollo dovute al distacco di intere parete per mancanza di appoggio; frane di dilavamento o meglio le colate di fango, dove i terreni saturi d’acqua perdono coerenza come per le ultime tragedie di Giampilieri (Me)  e ancora prima di Sarno; frane di cedimento simili alle prime ma che riguardano strati più profondi; e infine frane di scivolamento o slittamento.
I primi due tipi di frane sono difficillmente controllabili e per certi aspetti poco prevedibili anche se tutti concordano che una buona copertura vegetale avrebbe un effetto positivo; sulle altre invece sono possibili sia opere di prevenzione che di stabilizzazione visto che sono del tutto prevedibili. Viene allora da chiedersi come mai aumentano in questi anni le tragedie di questo tipo? Semplice si tratta di tragedie annunciate: dissesto idrogeologico del territorio e di conseguenza deturpamento del  paesaggio, eccessivo disboscamento e frequenti incendi, eccessiva urbanizzazione e abusivismo edilizio in aree già  di per sè compromesse. Questo è il male moderno e non le frane che si riappropiano del territorio dallo scempio precedentemente creato dall’uomo. Se si costruisce sull’Etna è probabile che prima o poi una colata di lava ti porti via la casa, se si costruisce a ridosso del fiume una ondata di piena renderà inutile la costruzione o se si costruirà in un’area sismica senza criteri si potranno contare solo i morti e i danni. Il male moderno è la memoria corta e qualcuno sta già gridando di evitare la prossima tragedia…

Nov

27

By potatore

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Il compostaggio dei liquami

ambra

L impianto è costituito da una grande vasca in cemento nella quale viene sistemata paglia in ragione di 180 kg/mc. Sulle pareti longitudinali della vasca, su apposite rotaie, scorre la macchina G-zero che spruzza il liquame sulla paglia e successivamente aziona la coclee (lame taglienti che sminuzzano) che, sfruttando l’ azione di appositi denti, continuano ad operare il mescolamento della massa e contemporaneamente insufflano l’ aria . Il liquame non sprigiona odori, poiché viene immediatamente assorbito dalla paglia che con il passare delle settimane diventa progressivamente compost sempre più maturo e asciutto. Le fermentazioni che si sviluppano nella massa determinano un innalzamento della temperatura fino a circa 60 gradi. Questo livello termico fa evaporare l’ umidità, distruggendo qualsiasi tipo di insetto e la flora batterica patogena. Tutto l’ impianto è posto sotto una copertura che possiede caratteristiche idonee di portanza neve, in relazione alla zone climatica in cui viene istallato .
Il compost che si ottiene alla fine dei sei mesi di lavorazione dell’ impianto , si ha un prodotto assolutamente stabilizzato , ricco di composti umificati che, distribuito sui terreni, può conferire ad essi nuova e maggiore fertilità, potendo quel incremento di sostanza organica che tutti gli studi in materia agronomica auspicano possano realizzarsi nei terreni italiani. Il compost che si ottiene è assolutamente inodore e può essere utilizzato sui terreni aziendali, anche quelli dotati di maggiore pendenza, senza il minimo pericolo di ruscellamento, data la sua natura solida. Se il compost non viene utilizzato tutto in azienda, può essere tranquillamente essere venduto sul mercato e generare reddito ; trattandosi infatti di un prodotto di alta qualità, è molto richiesto dai settori : frutticolo , orticolo e floricolo

Gen

30

By potatore

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Alberi

Abete rosso
Acacia
Acero
Bagolaro
Cachi
Ciliegio
Farnia
Frassino
Lauro
Magnolia
Melograno
Olivo
Palme
Pioppo
Robinia
Sambuco

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ABETE ROSSO

Generalità: l’Abete è una conifera sempreverde, originaria dell’America settentrionale; si tratta di un albero a crescita abbastanza lenta, mediamente longevo, che può raggiungere i 15-25 metri di altezza, ed i 3-8 metri di larghezza. Gli esemplari giovani hanno la classica chioma di forma conica, con l’età questo abete assume una forma più allungata, a candela. Il fusto è eretto, e presenta ramificazioni orizzontali, solo i rami vicino al suolo tendono leggermente verso il basso; il fogliame è costituito da aghi, lunghi 4-7 cm, di colore verde-bluastro, spesso rivolti verso l’alto. In primavera produce infiorescenze femminili e maschili, di colore diverso, seguite da pigne legnose, che cadono dall’albero in autunno, rilasciando i semi. Albero molto adatto come esemplare singolo, necessita di molto spazio per svilupparsi al meglio; esistono alcune cultivar con aghi intensamente colorati.
Dove si può collocare: preferisce i luoghi soleggiati, o semi-ombreggiati; non teme il freddo. Nelle zone con estati molto calde è consigliabile porre a dimora la pianta di Abete all’ombra, per evitare il calore eccessivo. Questo albero sopporta abbastanza bene il calore, in ogni caso meglio di molti altri abeti.
Annaffiature: l’abete in genere si accontenta delle piogge; può sopportare periodi di siccità anche prolungati.
Terreno: si coltiva in terreno fertile e profondo, molto ben drenato. Si sconsiglia di porre a dimora l’Abete in luoghi che dispongano di terreno poco profondo, nei pressi di scantinati o fondamenta di abitazioni, poiché l’apparato radicale di un albero di dimensioni cospicue può essere molto invasivo.
Parassiti e malattie: può venire colpito dall’afide del cedro e dalla processionaria.
Curiosità: Le foglie, ricche di provitamina A, anticamente venivano utilizzate per curare malattie agli occhi.
L’Olio di Abete è un olio siccativo che trova impiego nella fabbricazione di vernici, diluenti e come combustibile. Il suo legno è molto utilizzato in Giappone per la costruzione di case antisismiche. Usato come profumo (per esempio applicato sugli abiti) aiuterebbe a sentirsi più forti e protetti in situazioni o con persone ostili.

————————————————————————————————————————————————-L’albero di  Natale per eccellenza è l’abete rosso (Picea excelsa o abies) detto anche peccio e da qui il nome di peccete ad indicare le foreste di questa pianta che caratterizzano il paesaggio alpino rendendolo tra i più suggestivi in Europa e forse nel Mondo. L’abete rosso è una pianta molto longeva (vive circa 400 anni) e raggiunge dimensioni ragguardevoli (circa 50 metri) con un fusto eretto e slanciato, una chioma verde scura, la corteccia sottile e rossastra. L’accrescimento è lento nei primi 10-15 anni, successivamente la crescita è sostenuta fino alla tarda età. Le piante di abete rosso hanno un apparato radicale molto superficiale e molte volte il peso della chioma combinato a quello del vento ne può provocare lo sradicamento. Per questo il suo utilizzo nei giardini va ponderato in stretta relazione alla profondità del terreno sottostante al fine di evitare spiacevoli crolli. Nessun problema invece per quanto riguarda la qualità del terreno e il clima visto che le piante si adattano a qualsiasi tipo e sopportano molto bene sia le estati calde che gli inverni molto rigidi. Per essere sicuri di possedere a Natale un rigoglioso abete diventa importante acquistarlo 1-2 mesi prima delle festività da un vivaista serio con pianta preferibilmente certificata. Una volta rinvasato e innaffiato può essere lasciato all’esterno per poi essere gradualmente portato all’interno dell’abitazione possibilmente in un locale non riscaldato. Una volta finito l’utilizzo, sempre gradualmente va riportato all’esterno oppure è possibile donarlo ai Comuni attrezzati al recupero degli alberi natalizi che lo utilizzeranno per il rimboschimento di aree dismesse. Il legno di abete rosso commercialmente definito abete di Moscovia è tra i più ricercati in virtù dell’infinità di impieghi: edilizia, infissi, mobili e fiammiferi. Da alcuni rari esemplari presenti in Trentino si può ottenere la cassa di risonanza per alcuni strumenti musicali.

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ACACIA

23wfnpLa mimosa è originaria del continente australiano. In Italia resistono bene nei climi temperati del centro sud, ma si possono coltivare anche sulle coste dei grandi laghi del nord ove possono beneficiare di temperature più miti. La coltivazione in altre zone deve essere effettuata in vaso o in serra. La pianta di mimosa può raggiungere anche grandezze considerevoli. Le foglie sono composte da tante foglioline poste perpendicolarmente alla nervatura principale. Alcune varietà non presentano le classiche foglie, ma hanno delle foglie trasformate che sono come dei rametti appiattiti che prendono il nome di filladi.
L’infiorescenza è composta da un insieme di capolini globosi da cui si dipartono numerosi stami. La grande quantità di fiori conferisce a questa pianta un fascino tutto particolare.
Il terreno ideale per la fioritura è quello tendenzialmente acido, con una buona struttura che assicura una buona umidità ma allo stesso tempo un buon drenaggio. Si consiglia di apportare sostanza organica (humus) periodicamente (una volta l’anno), è ciò sia la fine di garantire alla pianta l’apporto delle giuste sostanze nutritive che per migliorare la struttura del terreno. Le mimose che presentano filladi sono più resistenti Il periodo migliore per la messa a dimora della mimosa è quello che va da ottobre a marzo. Nelle zone più fredde può essere coltivata in serra con l’accortezza di non far scendere la temperatura al di sotto degli 0 gradi. Il vaso deve essere cambiato circa ogni due anni. Si ricorda che il diametro del vaso non deve crescere eccessivamente, sia per un fattore estetico che per conservare una giusta proporzione tra l’apparato aereo e quello radicale

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Tradotto dal latino, il nome, letteralmente significa aguzzo, acuminato ed è la caratteristica saliente che contraddistingue le foglie degli aceri ed in particolare dell’acero riccio (acer platanoides). Questi, alto fino a trenta metri è tipico delle regioni fredde ed in Italia è presente dalle Alpi agli Appennini centrali, fiorisce da Aprile a Maggio e produce un legname compatto e color avorio. In generale gli aceri vengono suddivisi in indigeni, esotici; entrambi oltre per gli usi industriali destano molto interesse come piante ornamentali. Al gruppo degli aceri indigeni fanno parte oltre all’acero riccio anche l’acero campestre, il monspessulanum, l’opalus e il pseudoplatanus. L’acero campestre detto anche oppio o testucchio, raggiunge i 10-15 metri di altezza, ha una chioma rotondeggiante e vive allo stato naturale nella fascia del Castanetum. Il Castanetum è una delle cinque zone fitoclimatiche ove vive un certo tipo di  vegetazione condizionata dal clima; oltre all’acero vivono in questa fascia farnia, rovere, orniello e carpino. E’ da sapere, inoltre, che  in passato era utilizzato nelle regioni del centro Italia per formare dei filari come sostegno vivente della vite. L’acero monspessulanum, detto più comunemente acero  minore, castracane o cestuccio, è di sviluppo più contenuto rispetto ai precedenti (6-7 metri) ha rami e foglie opposte con foglie a tre lobi interi e raramente dentati originario dell’area del Mediterraneo. Il loppo ( acero opalus) alto fino a 20-25 metri  e più frequente nei boschi mediterranei ha foglie lunghe 4-10 cm con cinque lobi e picciolo con sfumature di rosso. Il pseudoplatanus o acero montano o loppone è sicuramente la specie più diffusa ed è possibile incontrarlo dalle Alpi alla Sicilia dai 200 ai  2000 metri sul livello del mare. Alto 30- 40 metri possiede una chioma imponente, non forma da solo boschi estesi ma vive bene in  zone fredde in mezzo a faggi, castagni e frassini, molto diffuso nei parchi e nei  viali, ottimo per la produzione di  legname per mobilio, lavori di ebanisteria e come legna da ardere. Lo stesso Stradivari, celebre liutaio cremonese, è stato il primo ad utilizzare il legno di acero per formare il ponte che sostiene le corde del violino come anche per il fondo, le fasce laterali e i manici. Al gruppo degli aceri esotici appartiene l’acero negundo o americano che viene utilizzato in Italia solo ai fini ornamentali e in particolar modo la varietà variegatum dalle foglie screziate d bianco. Il Canada utilizzò la foglia dell’acero rubrum (rosso) come emblema nazionale anche se il maggiore interesse in questo paese è per l’acero saccharinum, sfruttato per estrarre dalla linfa zucchero di cui è  molto ricca. Dal punto di vista prettamente ornamentale sono però gli aceri del Giappone a fare da padrone nei giardini. Alcune varietà dell’acer palmatum, infatti, sono state selezionate e non superano i 2-3 metri di altezza con leggera chioma  a foglie dorate (varietà aureum) o, più comunemente, rosse e altre che si caratterizzano per i rami contorti come  l’acer  palmatum dissectum.

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Il bagolaro (Celtis australis L.) è un grande albero spontaneo. Sembra che il suo nome derivi dalla parola bagola, termine dialettale del nord Italia che significa “manico”, per la sua conosciuta bontà nell’utilizzo del suo legno per manici di fruste.
Il suo legno si presenta chiaro, duro, flessibile, tenace ed elastico e di grande durata, è ricercato per mobili, manici, attrezzi agricoli e lavori al tornio. E’ inoltre un ottimo combustibile.
Questa pianta è conosciuta anche con il nome spaccasassi, dovuto al suo forte apparato radicale. Può raggiungere i 25 m di altezza. Il tronco è abbastanza breve, robusto e caratterizzato (in età adulta) da possenti nervature, con rami primari di notevoli dimensioni, mentre quelli secondari tendono a essere penduli. La chioma è piuttosto densa, espansa, più o meno rotondeggiante. Le foglie sono caduche, hanno un picciolo corto (5-15 mm) e una lamina quasi ellittica o lanceolata (2-6 cm x 5-15 cm). Sono caratterizzate da un apice allungato e da base un po’ asimmetrica. La pagina superiore è più scura e ruvida. I fiori sono ermafroditi e unisessuali (maschili), compaiono con le foglie e sono riuniti in piccoli grappoli (ogni fiore misura circa 2-3 mm). La fioritura avviene fra aprile e maggio. I frutti sono drupe subsferiche di circa 8-12 mm. Dapprima di colore giallo o grigio-verde chiaro, con la maturazione divengono scure. Hanno un sapore dolciastro, ma la polpa è scarsa. Un esemplare monumentale di Bagolaro vive nel centro di San Gimignano: è alto 25 m e ha una circonferenza di 4,7 m. Il Corpo Forestale dello Stato segnala a Firenze un altro Bagolaro di notevoli dimensioni: la pianta è alta 32 m e ha una circonferenza di ben 5,5 m.

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potatura-cachi_ng1Con l’autunno la maggior parte delle piante perde le foglie lasciando i rami spogli e privi di colori eccezione fatta per alcune specie che in alternativa alle foglie lasciano ben in mostra dei frutti coloratissimi; frutti gialli che man mano diventano di un invitante color arancione : il cachi. Il Diospoyros kaki o kaki o più semplicemente cachi è una specie proveniente dal Giappone e dalla Cina. In virtù della particolare adattabilità ai vari ambienti è possibile coltivarlo in tutte le regioni d’Italia dove è presente con diverse varietà. Appartenente alla famiglia delle ebanacee di cui si conoscono circa 250 specie del genere Diospirys, forniscono oltre a frutti commestibili anche l’ebano, legno di colore nero, duro, di grana finissima e notevolmente richiesto per la creazione di mobili. Nel Meridione le piante di cachi raggiungono una altezza superiore a 10 metri assumendo una forma conica-piramidale mentre nelle regioni nel Nord Italia le piante assumono un aspetto più contenuto riuscendo lo stesso a superare gli inverni rigidi. La particolarità dei cachi è data dai frutti che possono essere partenocarpici o fecondati. Questo differenza riguarda principalmente le qualità organolettiche dei frutti oltre alla presenza o meno al proprio interno dei semi. Nel primo caso i frutti si presentano al palato sodi, ricchi di tannino e di conseguenza fortemente astringenti e pertanto per consumarli è necessario un certo periodo di ammezzimento che può richiedere 1-2 mesi. Questo processo di maturazione in ogni caso può essere velocizzato ponendo i frutti a contatto con delle mele in luogo caldo e in poco tempo le bacche assumeranno il tipico colore giallo aranciato intenso e consistenza molle. Ciò è possibile in quanto le mele come le arance immettono nell’aria etilene, elemento naturale che accelera la maturazione. Nel secondo caso, i frutti fecondati si riconoscono per la presenza di semi e nonostante una certa consistenza della polpa possono essere consumati anche all’invaiatura senza necessità di ulteriore maturazione. Altra particolarità che contraddistingue le piante di cachi è data dalla colorazione delle foglie. Queste possiedono picciolo corto, lamina di colore verde intenso sulla pagina superiore e quasi argenteo in quella inferiore e alla caduta assumono una colorazione giallo rossastra con sfumature che vanno fino al rosso rendendo la pianta piacevole alla vista e caratteristica, tanto da essere stata adottata in parecchi giardini ove i suoi colori e i suoi frutti trovano spazio tra le altre piante ornamentali. Il trapianto può risultare abbastanza semplice se si prelevano da una pianta adulta i polloni radicali che una volta completamente radicati verranno innestati a marza l’anno successivo.

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Rousseau non era considerato un amante della buona cucina ma su di esso erano le ciliegie ad esercitare un fascino particolare addirittura erotico. Anche il “nostro” Salvatore Di Giacomo non era insensibile a tale frutto “una tira altra” scriveva “come i baci” e alcune sue opere come “Era di  maggio” ed “E ‘ccerase” decantano le doti delle rosse ciliegie. Il ciliegio, albero molto noto anche per la compattezza del legno ricercato per la produzione di mobili e di lavori di ebanisteria, appartiene alla famiglia delle Rosacee genere, Cerasus della quale fanno parte numerose specie. Tra queste quelle di importanza notevole per le coltivazioni sono il Cerasus avium o ciliegio dolce e il Cerasus vulgaris o ciliegio acido. Il primo è un albero di notevoli dimensioni poco adatto per essere impiantato in un giardino di modeste dimensioni mentre diventa più interessante l’utilizzo di  piante del tipo acido o amaro che da vita alle amarene o di ciliegio dolce innestato su amarene. In quest’ultimo caso le piante ottenute sono di modeste dimensioni e possono trovare con facilità collocazione in giardino ove sarà possibile raccoglierne i frutti senza doversi arrampicare troppo in alto e inoltre difficilmente lo sviluppo della pianta sarà tale da creare problemi di eccessiva ombra all’abitazione o ai piani alti della casa. Il bello di possedere in giardino degli alberi di ciliegie consiste non solo nella bontà dei frutti  prodotti  ma anche dal fascino che queste piante hanno durante il periodo della  fioritura. Sicuramente il ciliegio è uno dei simboli della primavera insieme alle piante appartenenti alla famiglia delle Rosacee e in particolare a quelle che i botanici  raggruppano nei Prunus con i quali si identificano alberi che si accomunano per avere dei frutti  con  un solo nocciolo (drupe). Albicocco (Prunus armeniaca), pesco (Prunus persica) e il susino o pruno (Prunus  domestica) si assomigliano e si accomunano per la bellezza dei fiori di vari colori e tonalità dal bianco al rosaceo al rosso che con la loro cascata di fiori annunciano l’inizio della primavera. La bellezza di queste piante può essere ancora ammirata per il caratteristico portamento eretto e di notevoli dimensioni dalla corteccia dal colore  rosso-bruno e rossastro. Il fascino di questi alberi non è circoscritto alla sola primavera ma prosegue con l’arrivo dell’estate quando gli alberi si caricano di frutti dal giallo al rosso talora  tanto scuro da sembrare nero nelle ciliegie, rosso violaceo, giallo verdastro, blu scuro nei frutti dei susini durante l’estate e infine con l’arrivo  dell’autun­no e  la  caduta delle foglie si  manifestano gli ultimi giochi di colore. Per chi infine, non possiede il  giardino e non vuole lo stesso rinunciare alla bellezza dei Prunus può ricorrere a quelli in miniatura: i  bonsai.

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imagesLa farnia (Quercus robur L.) è un albero a foglie decidue appartenente alla famiglia delle Fagacee. Essa è la specie tipo attraverso cui il genere Quercus è definito. È la quercia più diffusa in Europa, e il suo areale è alquanto vasto. Questa pianta è caratterizzata da notevoli dimensioni, crescita lenta (cosa che ne determina il raro impiego come pianta ornamentale) e da rinomata longevità. Se lasciata crescere in autonomia può vivere sino a qualche secolo, mentre con interventi di potatura o di taglio alla base del fusto la vita può estendersi in maniera rilevante. Si calcola che alcuni esemplari viventi superino i 1000 anni di vita. Alcuni esempi: a Stelmužė, in Lituania, c’è un esemplare che si dice superi i 1500 anni (sarebbe la quercia vivente più vecchia d’Europa); a Jægerspris in Danimarca l’età di un altro esemplare, chiamato Kongeegen (Quercia Re), è stimata attorno ai 1200 anni. Distribuzione ed ecologia. Sovente la farnia è chiamata semplicemente “quercia” oppure “rovere”, termine che in realtà corrisponde all’affine Quercus petraea, quercia propria dei boschi montani. La farnia è invece un albero tipico delle pianure, che dal livello del mare giunge sino ad 800 m di quota ed inoltre ha foglie e ghiande con alcuni caratteri opposti a quelli della rovere. La farnia predilige le aree a clima temperato, le condizioni di piena luce ed i suoli ricchi di nutrienti, poco acidi o neutri, ben dotati d’acqua ed è in grado di sopportare periodiche sommersioni. Ha un vasto areale che dalla Spagna si estende sino agli Urali ed al Caucaso e dalla Scandinavia giunge in Italia Meridionale. In passato quest’albero era la specie dominante della grande foresta di latifoglie della pianura padana: il cosiddetto querco-carpineto, in cui l’altra essenza arborea caratteristica era il carpino bianco (Carpinus betulus).Usi passati ed attualiAnche nel nostro passato mondo contadino la farnia godeva di un certo riguardo. Le “roveri” fornivano pregiato legname da opera che localmente era impiegato per produrre travi per i tetti, tavole per soffittature, serramenti, porte e portoni, alberi dei mulini, componenti di carri agricoli, ballatoi, mobili ed i cosiddetti calastàr, ossia delle particolari travi che venivano poste sui pavimenti delle cantine per sostenere le botti. Quest’ultime a volte erano fatte con “rovere di slavonia”: legno di farnia di provenienza non locale o addirittura estera. Le parti dell’albero non utilizzabili come materiale da opera fornivano un’ottima legna da ardere. Il frutto (la ghianda) veniva talvolta raccolto per ingrassare i maiali e di rado anche i conigli e le oche.Tutt’oggi la farnia fornisce un pregiato legname da opera e da ardere. I suoi boschi sono piuttosto luminosi ed ospitano diverse forme di vita: dalle colonie di licheni che si insediano sui tronchi e sui rami più alti degli alberi a svariate specie di insetti, uccelli e mammiferi tra cui in questi ultimi anni è ricomparso il capriolo.

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Fraxinus è un genere di piante della famiglia delle Oleaceae che comprende circa 65 specie di alberi o arbusti a foglie decidue, originarie delle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Hanno generalmente una crescita rapida, riuscendo a sopravvivere in condizioni ambientali difficili come zone inquinate, con salsedine o forti venti, resistendo bene anche alle basse o elevate temperature; le specie più diffuse in Italia sono il Fraxinus excelsior conosciuto col nome comune di Frassino maggiore; il Fraxinus ornus noto come Orno o Orniello, utilizzato per la produzione della manna e chiamato comunemente anche Frassino da manna o Albero della manna; Fraxinus angustifolia noto col nome di Frassino meridionale.
1)Coltivazione: Il Frassino gradisce generalmente esposizione in pieno sole o mezz’ombra, si adatta a qualunque tipo di terreno purché profondo e fresco, sopporta bene i terreni umidi e con scarso drenaggio. È importante prevedere per le specie coltivate, come piante ornamentali, un buon apporto idrico nella stagione secca e la lotta contro i frequenti parassiti. La moltiplicazione avviene con la semina e il trapianto di piantine di 2-4 anni.
2)Problemi:
• Le foglie possono subire attacchi da parte di insetti adulti e larve di coleotteri e lepidotteri.
• La corteccia può subire notevoli danni per le “gallerie” scavate dai coleotteri del genere Lepersinus.
• Le foglie e i rametti vengono facilmente attaccati dall’Oidio o Mal bianco.
• Il legno può subire attacchi molto gravi dai funghi della Carie del legno che distruggendo la lignina danneggiano irreparabilmente il legname, con enormi danni economici.
3)Proprietà medicinali:
• I frutti le foglie le radici e la corteccia di frassino hanno proprietà leggermente lassativa, diuretica, antinfiammatoria, antireumatica, antiartritica.
• Dalla linfa che sgorga dalle ferite del tronco di alcune specie, come il F. maggiore ed in special modo il F. orno/orniello, si estrae una sostanza chiamata Manna con proprietà lassative e con utilizzo officinale come dolcificante adatto a bambini e diabetici.
4)Il legno di frassino: Il legno di frassino è largamente utilizzato perché è robusto e nello stesso tempo leggero e flessibile. In passato era impiegato per la realizzazione dei raggi delle ruote in legno dei carri agricoli a trazione animale, attualmente con il legno di frassino si fabbricano racchette da sci, eliche per aeroplani, vari utensili per giardinaggio, manici per martelli, strumenti musicali e molte altre cose che richiedono un legno forte e resistente. Il legno di frassino è inoltre un ottimo combustibile e i tronchi di questa pianta possono ardere bene anche quando sono ancora freschi, perché contengono una sostanza infiammabile. In Italia, si trova il frassino maggiore che abbonda nei boschi e produce ottimo legname. È noto anche il frassino orniello, dalla cui corteccia si ricava la manna.

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Dafne era una ninfa dei boschi che per sfuggire all’ardente passione di Apollo si fece tramutare in lauro e il Bernini  riprodusse in marmo la scena con una scultura  custodita nella  Galleria Borghese di Roma. Il lauro (laurus nobilis) detto anche alloro nel corso dei millenni si è ritagliato addosso molti simbolismi legati anche alla possibilità di un suo  utilizzo  come pianta medicinale. Nella antichità era ritenuta una pianta profetica, infatti con il crepitio delle sue fiamme sprigionava buon augurio e nel fumo era possibile  intravedere il futuro, inoltre era consacrata al sole, segno di vittoria per gli atleti della antica Grecia e per i generali romani ritornati in Campidoglio. Petrarca fu laureato in Campidoglio con una corona di lauro cui lui stesso aveva dedicato sonetti allegorici e per molto tempo la pianta del lauro è stata simbolo della poesia. Agli inizi di agosto a Regalbuto in provincia di Enna è ancora possibile vedere “‘a sfilata d’addauru” ove cavalli e cavalieri insieme a scalzi devoti sfilano tra le vie del paese in onore del Santo patrono Vito portando rami di alloro in segno di devozione. Arbusto o piccolo albero raramente il lauro raggiunge i dieci metri  di altezza, ed ha delle foglie sempreverdi con un  piccolo picciolo,  lanceolate  o ovato-oblunghe a margine ondulato. La presenza di cellule mucipare e oleifere presenti nella corteccia e principalmente nelle foglie tra cui tannino e cineolo fanno si, che i il lauro insieme a molte altri generi della famiglia delle lauracee a cui appartiene sia particolarmente aromatico e genera il crepitio del fuoco acceso. Non poteva essere trascurata la bellezza ornamentale delle piante di alloro che trasmettono  ai giardini con il loro fogliame lucido e coriaceo il portamento decisamente eretto. General-mente le piante vengono utilizzate da sole in modo di esaltarne la forma oppure a gruppi in  modo da formare una zona cespugliosa molto intensa che maschera angoli troppo chiusi o copre muri con imperfezioni vistose. Molto interessante può anche risultare la formazione di siepi tra lauro e lagerstroemia utilizzando due-tre piante del primo alternate a una-tre della seconda. Se  invece in un giardino si sente la necessità di  formare macchie voluminose di colore è possibile  intervenire con la formazione di una zona cespugliosa mista con laurus  nobilis, rosa rugosa, cornus alba tappezzato da cotoneaster e  Hypericum calycinum. Per la propagazione basta staccare  dalle piante  i polloni basali durante il periodo di stasi vegetativa, che generalmente sono provvisti di radici: una volta ridotti di due terzi possono essere trapiantati avendo cura di comprimere bene il terreno circostante e successivamente bagnare abbondantemente. Diverse sono le soluzioni riscontrabili in giardino ma in generale si constata la necessità di possedere la pianta forse in virtù dei simbolismi sopra accennati oppure per poter utilizzare le foglie come stomachico in infuso per sedare le coliche dei  più piccini possibilmente insieme ad alcune bucce di limone, o infine per aromatizzare la carne.

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images-1Centomilioni di anni, circa ovviamente, ma a prescindere dal conteggio esatto è una età del tutto invidiabile per uno dei generi di piante più aggraziate dai fiori vellutati e nello stesso tempo resistente al freddo intenso: le magnolie. Alcune particolari caratteristiche botaniche riscontrate sulla specie come la struttura degli stami, del polline e dei semi hanno dimostrato che la famiglia delle Magnoliacee di cui le magnolie e i liriodendri fanno parte, sono una delle prime Angiosperme comparse sulla terra durante il cretaceo superiore, finito ormai da circa sessantacinquemilioni di anni e di cui Parigi ospita ampi depositi del calcare bianco (craie) che ha dato nome al periodo geologico e che ha visto nascere tra l’altro l’attuale Oceano Atlantico. Al genere magnolia appartengono 80 specie di alberi e arbusti a foglie persistenti o caduche con fiori molto decorativi bianchi o rosati, generalmente profumati. Originarie del Nordamerica, Cina e Giappone, secondo fonti storiche, la prima magnolia arrivata in Europa fu nel 1740 su richiesta di Luigi XIV ed era una magnolia grandiflora. Questa specie è una delle più diffuse e raggiunge i 15-25 metri di altezza con delle foglie molto coriacee, ovate, lucide, lunghe 8-20 cm con picciolo pubescente e con una diversa colorazione fra le due pagine fogliari: quella superiore infatti e verde, mentre quella inferiore è di colore ruggine. Il fiore bianco-avorio, molto grande, ovale, vellutato e profumato compare nel periodo giugno-luglio; i frutti, ovoidali e inseriti su un asse longitudinale contengono semi profumati. In giardino la M. grandiflora si è creata un posto di tutto rispetto, visto la sua diffusa presenza, data anche dalla grande possibilità di effettuare pregevoli accostamenti con altre specie con contrasti che possono essere anche di grande effetto come per esempio con il sorbus aria dalle foglie pelose e biancastre. Se gli spazi disponibili in giardino sono limitati e si vuole lo stesso apprezzare i fiori delle magnolie è possibile indirizzarsi verso specie più basse come la magnolia soulangiana alta 1- 5 metri a foglie caduche e a fioritura di inizio estate. Esistono anche specie come la li liliflora alte 3-4 metri con fiori di di colore rosso-porpora che sbocciano in primavera prima ancora della comparsa delle foglie e sono coltivati ti in numerosi parchi e giardini. Il liriodendro (Liriodendron tupilifera) meglio conosciuto come albero dei tulipani si distingue dal genere magnolia per le caratteristiche foglie con le estremità troncate, oppure rientrante o decisamente incise con la base del lembo cuoriforme, arrotondata o troncata. Il liriodendro, pianta alta fino a 30-35 metri, insieme ad alcune specie di magnolia è anche apprezzato per il legname di colore chiaro, facile da lavorare. Durante l’inizio di luglio è possibile effettuare la propagazione delle magnolie per talea; i rami lunghi 8-10 cm ridotte delle foglie che eventualmente possono essere tagliate a metà vanno interrati in sabbia e tenuti a temperatura di 20 gradi circa e successivamente fatte svernare all’aperto.

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1)Kiwi, Avocado, Annona, Mapo sono nomi di frutta entrati ormai nella terminologia di tutti i giorni mentre, di altri, si è perso l’uso tanto che ai nostri giorni è molto difficile che un adulto e ancor di più un bambino conosca o  abbia mai visto un frutto di Azzeruolo, Sorbo o varietà di mele come l’Annurca. Di altri frutti invece dopo un certo periodo di relativo disinteresse si è tornati ad interessarsi forse anche per il fatto che la pianta è stata riscoperta come pianta ornamentale e da giardino. E’ il caso del melograno o granato che in virtù del pregevole fogliame e dei vivaci colori dei suoi fiori ha riavuto in quest’ultimo periodo una certa rivalutazione. Conosciuto in epoche lontanissime, il melograno, veniva chiamato dai Latini malum punicum, melo fenicio perché si pensava provenisse dall’area siro-fenicia. In pratica è originario dall’Iran e si è diffuso un po’ ovunque nel bacino del Mediterraneo dove si è pressoché naturalizzato. Il portamento naturale è arbustivo cespuglioso, con chioma irregolare ed espansa ma le potature possono modificarlo in portamento arboreo dalle dimensioni contenute, generalmente 3-4 metri; pregevole è il fusto che tende ad essere sinuoso e contorto con corteccia grigio-brunastra. Albero a foglia caduca presenta picciolo corto, foglie piccole, di colore verde chiaro e lucide. I fiori, caratteristici, sono con calice coriaceo, rossastro, allungato e a tubo portanti petali dal colore rosso acceso che spiccano sul fogliame verde e fitto. Il frutto (balaustio) che matura nel periodo ottobre-novembre è stato da sempre considerato simbolo di fecondità e  apprezzato  fin dall’antichità. All’interno è diviso in logge dove i semi angolosi e traslucidi assumono una colorazione granato e da qui il nome che lo caratterizza  in  alcune regioni. Le piantine ottenute da seme o da talea seminate in vaso e scalarmente  durante  l’anno,  se poste in serra fredda durante  l’autunno, tendono  ad  effettuare  una seconda fioritura che mostra la propria bellezza nel periodo invernale. Le dimensioni ridotte e  la  resistenza  alle  potature rende le piantine molto versatili nell’utilizzo; infatti, le piante nane di melograno risultano gradite per la formazione di siepi e bordure dove nello sviluppo finale non superano il metro di altezza mentre i fiori sterili cadranno senza formare fruttificazione. Abbastanza semplice risulta la propagazione della pianta  che può essere effettuata sia per riproduzione agamica (talea, propaggine e margotta) che per semina. Nel primo caso le talee di legnose o semilegnose  possono essere sistemate per la radicazione prima della ripresa vegetativa o nel periodo di maggio-giugno utilizzando rami con uno spessore di pochi cm e lunghi 10-15 cm. Saranno interrati per i 3/4 in un substrato di sabbia-torba 1:1 e tenuti in luogo ombreggiato e umido. Nel caso di utilizzo dei semi questi devono essere stratificati in un luogo freddo sotto alcuni cm di sabbia in modo di effettuare la vernalizzazione e appena nate, le piantine devono essere poste in vasi contenenti terriccio e alla pien’aria. Il melograno pur essendo una pianta da pieno sole ha una buona resistenza  al freddo la qual cosa permette un buon adattamento in tutte le regioni italiane.

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Anche il campo floricolo segue i dettami della moda. La ricerca e la sperimentazione in campo vegetale determina la scoperta e l’utilizzo di nuove specie e varietà che si caratterizzano per la qualità dei fiori e la loro colorazione e per la capacità che hanno alcune specie di rifiorire  in epoche in cui la disponibilità di fiori è limitata. Questo è il caso del melograno (Punica granatum) una volta rilegato come pianta da frutto il cui interesse dei consumatori sembrava diminuire ma le nuove sperimentazioni su varietà nane ne hanno fatto riscoprire l’utilizzo sia come pianta da vaso fiorito che come pianta da bordura.  L’interesse dei ricercatori si è soffermato sulla colorazione tipica assunta dalla pianta in epoca di fioritura che va  dal verde del fogliame al rosso delle  infiorescenze  e inoltre  alla  possibilità che offre la specie di  fornire fioritura  nel periodo natalizio in cui questi colori per tradizione sono particolarmente graditi. Le cultivar nane infatti presentano in forma ridotta tutta la  bellezza  delle  piante di  melograno determinate dal fogliame ricco di foglie oblunghe, piccole, lisce e lucenti e dalle infiorescenze a gruppi di due-tre con calice coriaceo, rossiccio e petali di colore rosso acceso. Il  frutto (balaustio) maturo nel periodo ottobre-novembre è stato da sempre considerato simbolo di fecondità e apprezzato fin dalla antichità. All’interno il frutto è diviso in logge dove i semi angolosi e traslucidi assumono una colorazione granato e da qui il nome che lo caratterizza in alcune regioni. Le piantine ottenute da seme o da talea seminate scalarmente durante l’anno,  se poste in serra fredda, durante l’autunno, tendono ad effettuare una seconda fioritura che mostra la propria bellezza nel periodo invernale che fino ad alcuni anni orsono era regno incontrastato della Stella di Natale. Le dimensioni ridotte e la resistenza alle potature rende le  piantine molto  versatili nell’utilizzo; infatti le piante nane di melograno risultano gradite per la formazione di siepi e bordure dove  nello sviluppo  finale non superano il metro di  altezza. Abbastanza semplice risulta la propagazione della pianta che può essere effettuata sia per riproduzione agamica (talea, propaggine e margotta) che con l’utilizzo dei semi. Nel  primo caso le talee di legnose o semilegnose possono essere sistemate per la radicazione  prima  della  ripresa vegetativa o nel periodo di Maggio-Giugno  utilizzando rami  con uno spessore di pochi cm e lunghi 10-15. Saranno interrati per i 3/4 in un substrato di sabbia-torba 1:1 e tenuti in luogo ombreggiato e umido. Nel caso di utilizzo dei semi questi devono essere stratificati in un luogo freddo sotto alcuni cm di sabbia in modo di effettuare la vernalizzazione e appena nate le piantine poste in vasi di terriccio  e poste alla pien’aria.

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La colomba liberata da Noè portò all’arca un ramoscello di olivo e  questi comprese che il diluvio fosse finito e da allora cristiani, ebrei ed musulmani identificarono nella pianta il simbolo della rinascita, della pace e della prosperità. Questo  non  è sicuramente l’unico motivo per cui la coltivazione dell’olivo  sia  gradualmente risalita nella penisola  tanto  che nella provincia  di Bergamo viene vista ormai  come  una  pianta perfettamente  adattata  e nelle colline  limitrofe  viene  ormai coltivato  con  buoni  risultati per la produzione  di  olio.  Ma l’emigrazione  di  questa  pianta non è  rimasta ristretta  alla coltivazione per i soli fini alimentari ma è riuscita a  colonizzare i giardini dei più esigenti creando un fiorente mercato come ben  noto ai vivaisti. Coloro che hanno potuto  ammirare  queste piante  nel  loro  habitat naturale hanno  potuto  apprezzare  la maestosità  degli  alberi  che nonostante i  loro  tronchi  cavi, l’aspetto contorto infondono con le loro fronde mai troppo fitte un senso di pace e di tranquillità e lasciano sempre filtrare  un tenue sole. Il riferimento cui sopra è caratteristico delle piante (olea europea sativa) coltivate, mentre se lasciate a se stesse tendono ad assumere una forma conica determinata dal comporta­mento  basitono della vegetazione. Inoltre alla base del  tronco tendono  a cacciare numerosi polloni, nella zona del colletto  e dalle grosse radici i quali, se staccati, possono essere utilizzati per la riproduzione. Grande fascino assumono le coltivazioni presenti  nelle tortuose zone costiere del  Cilento  dove  nelle scoscese scarpate l’uomo con molta fatica è riuscito a ritagliare spiazzi di terreno ove imponenti ulivi si affacciano  nell’acqua di uno dei tratti di mare più belli d’Italia che finisce  con Capo Palinuro. Nei giardini  è possibile avere piante con un discreto  sviluppo, visto la buona adattabilità della pianta ai vari tipi di terreno, se  non per quelli fortemente sabbiosi o argillosi  con  notevole ristagno di acqua. Molta attenzione va invece posta nelle operazioni  di  potatura e nella difesa fitosanitaria. Chiome troppo fitte provocano facilmente lo sviluppo di cocciniglie tra cui  il mezzo grano di pepe e sulla melata prodotta da questi si  instaurano  facilmente ammassi di funghi neri epifite, che danno vita alla  fumaggine. Una buona impalcatura della pianta  che  preveda come  nel caso della forma a vaso policonico la presenza  di  3-4 branche principali può risultare molto adatta alle zone del  Nord con estati in cui l’umidità relativa, molto elevata, favorisce lo sviluppo di crittogame. Pertanto alle cure di rito, concimazioni, irrigazioni che accompagnano un pò tutte le piante, all’ulivo va aggiunta una potatura di sfoltimento annuale,  anche  allo scopo di mitigare l’alternanza di produzione a cui certe  varietà sono facilmente portate, e un trattamento  preventivo  autunnale con  poltiglia bordolese all’1-1,5%. Tale trattamento disinfetta le parti verdi e il tronco da muschi e parassiti vari che tendono  a svernare sotto la corteccia e inoltre è stato riscontrato che da un positivo effetto al rigoglio vegetativo.

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Nel vicino oriente l’albero per antonomasia è la palma. Dopo le graminacee, le palme  sono le piante più utili all’umanità  in grado di soddisfare quasi tutte le necessità umane  da quelle alimentari a quelle ornamentali. Da esse si ricava frutta, gemme commestibili, farine alimentari, zucchero e ancora, se sottoposte a trattamenti, è possibile ricavare vino, liquori, burro e infine legname, fibre tessili stuoie, carta e medicinali. Innegabile è la sua utilità e, a scorrere la storia dei popoli dell’antichità, diverse sono le simbologie che richiamano a questa pianta equiparata, per il fatto di essere dioica (solo con fiori maschili o femminili), all’uomo. Le più note sono sicuramente le palme da dattero, frutto stranamente consumato principalmente durante il periodo natalizio, ma molto curiose sono le palme da cocco per la loro capacità di resistere alla violenza degli uragani grazie alle loro radici elastiche e molto sviluppate. E’ stato calcolato che una pianta di medio sviluppo ne possiede dalle 7 alle 8.000 poste tutt’intorno alla pianta raggiungendo anche i 10 metri di profondità. Sempre nell’ordine delle curiosità, in Amazzonia la palma Jnaja ha foglie lunghe anche 15 metri con una larghezza di 4. Indubbiamente un albero maestoso che deve sicuramente la propria bellezza alla verticalità del tronco dal quale si dipartono a raggiera le foglie. Nel Cantico dei Cantici lo sposo paragonava la bellezza della sua compagna dicendo: “la tua statura assomiglia ad una palma e i tuoi seni ai datteri” che poco potrà dire di romantico alle nuove generazioni mentre era sicuramente un complimento  usato in passato nell’aria mediterranea. Le specie più coltivate in appartamento appartengono ai generi: Chamaedorea, Howea, Cocos, Phoenix e Chamaerops.
Le specie del genere Chamaedorea  sono piante piccole che generalmente non superano i 6 metri e sono caratterizzate da foglie pennate e apparato radicale a stoloni per cui spesso crescono a gruppi. La più apprezzata specie è la Chamaedorea elegans dai sottili fusti rigidi, coperti da fitti anelli lunghi al massimo due metri dai quali alla base si dipartono radici avventizie. Le foglie sono leggere e formano degli archi morbidi e appena ricadenti. Proveniente dal Messico, cresce bene in casa se tenuta preferibilmente all’ombra e a temperatura intorno ai 20 gradi e riesce a vivere anche dieci anni risultando una delle più resistenti palme da interno. Ai fini dell’acquisto, oltre allo stato generale  della pianta in vaso occorre accertarsi che vi sia all’interno dello stesso  quattro-cinque piantine  e che siano ben disposte. La Chamaedorea elegans è anche l’unica palma di appartamento che fiorisce, va rinvasata ogni due anni, innaffiata regolarmente in modo da tenere il substrato costantemente umido e senza che vi sia, in ogni caso, ristagno di acqua. A tal proposito l’utilizzo di una manciata di argilla espansa alla base del substrato evita di incorrere in tale inconveniente.
Al genere Howea, appartengono due specie, comunemente chiamate Kentie e che devono il proprio nome alla provenienza dall’Isola di Lord Howe ad est dell’Australia. Più adatta alla vita al chiuso è l’H. forsteriana in quanto rispetto all’H. belmoreana riesce a sopportare bassa luminosità e  ha un fusto più robusto. Entrambe però si distinguono per la  bellezza delle foglie lunghe circa 20-30 cm e larghe 2-3 e la relativa facilità di coltivazione. Per ottenere piante alte intorno ai due metri occorrono circa cinque anni e va tenuto conto anche delle dimensioni del vaso che deve essere all’incirca di trenta-quaranta cm. Le Kentie vengono vendute generalmente a gruppi di tre ceppi per vaso numero ottimale per ottenere una forma rotondeggiante. Al contrario della Chamaedorea, la Kentia non ama le annaffiature abbondanti per cui occorre fare asciugare bene il terriccio prima di somministrare altra acqua di irrigazione. Come le Chamaedoree, però, anche le Kentie si aggiovano di nebulizzazione fogliari con acque non calcaree specialmente durante il periodo invernale in cui i riscaldamenti rendo l’aria interna molto secca. Durante le nebulizzazioni, per evitare di bagnare il pavimento, può risultare utile riunire le piante su un tappeto di fibra vegetale intrecciata, che raccoglie le goccioline d’acqua e si asciuga velocemente.
Al genere Cocos appartiene una sola specie che è la Cocos nucifera nota soprattutto per i suoi frutti, le noci di cocco. Il nome proviene proprio dai suoi frutti dal greco cocos=bacca e dal latino nucifera=che produce noci. L’utilizzo di questa specie è principalmente alimentare ma esemplari giovani vengono sovente utilizzati come piante d’appartamento. Allo stato naturale la palma da cocco germina da quella grande noce, dopo aver galleggiato sul mare, riesce anche a colonizzare atolli sperduti nel mare e una volta approdata sulla spiaggia. Sistemata in vaso dà vita ad un lungo ciuffo di foglie con forma slanciate e portamento contenuto. Molte volte però si constata una breve vita della specie in vaso e ciò è dovuto non alla mancanza di annaffiature, bensì alle poco costanti nebulizzazioni di acqua sulle foglie che la pianta di solito richiede.
Tra le specie appartenenti al genere Phoenix due sono quelle che destano particolare interesse  e sono la palma da dattero (Phoenix dactilifera  e la palma delle Canarie (Phoenix canariensis). Alcuni dei motivi di distinzione dai generi sopra descritti sono: hanno una crescita più rapida e un maggiore numero di foglioline  mentre gli stipiti delle vecchie foglie formano il fusto, nella parte centrale dell’apice  è sempre presente un ciuffo di giovani foglie che via via si aprono formando nuova chioma. Attenzione a questa parte in quanto è l’unica zona generatrice della pianta stessa e in caso di lesioni o tagli viene compromessa l’esistenza della pianta.
In ultimo il genere Chamaerops  merita attenzione in particolare per la specie humilis più semplicemente conosciuta come palma nana. Questa specie, infatti è l’unica a vivere spontanea in Italia e più precisamente in Sicilia e Sardegna in virtù della predilezione a luoghi caldi e soleggiati. Esemplari con fusti eretti alti intorno al metro si possono osservare con facilità in Sardegna a Capo Caccia e nella riserva dello Zingaro presso Palermo.

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acacia-ombrelle-israel-mimosa-688poQuando è stata portata in Europa nessuno, forse, poteva pensare che pochi semi avrebbero conquistato l’Europa. Dopo la scoperta dell’America arrivarono in Europa da questo nuovo continente diverse specie vegetali che a vario scopo vennero coltivate nei giardini delle corti delle grandi monarchie Europee. Il francese Robin importò per conto del re di Francia diverso materiale da riproduzione proveniente dal Nuovo mondo tra cui quella che venne chiamata Acacia americana robinii in onore del suo scopritore. Linneo mise fine a questo antico errore di classificazione botanica battezzandola definitivamente Robinia pseudoacacia o falsa acacia. E’ una essenza ormai naturalizzata e dalla alta capacità competitiva rispetto a tante altre specie e grazie al rapido accrescimento e alla veloce disseminazione riesce in pochi anni a costituire fitte boscaglie. L’uomo ha contribuito notevolmente alla diffusione, in quanto la velocità di crescita e l’adattamento a terreni marginali dava la possibilità di ottenere in pochi anni notevole quantità di legname da ardere e non solo. La notevole resistenza alla capitozzatura e la capacità di sviluppare ricacci nella parte basale ne ha fatto una pianta di primaria importanza economica. Il Pianura padana il notevole bisogno di legna da ardere ha fatto sì che la specie prendesse il posto di parecchie specie autoctone. Durante il periodo fascista è stata molto utilizzata per rinforzare scarpate sia di strade sia ferrovie in virtù del notevole apparato radicale. Anche in città la robinia, grazie alla resistenza agli agenti inquinanti, si è creata una nicchia di tutto rispetto come pianta ornamentale. Di questa specie c’è però da dire che in molte occasioni è diventata una presenza molesta in quanto ha stravolto le caratteristiche di alcuni ambienti tipici di flora e fauna autoctona alterando la fisionomia tipica del paesaggio. Lungo i corsi dei fiumi, ad esempio, questa pianta ha sostituito, a tratti completamente, le specie autoctone come ontani, frassini, salici e pioppi e, in alcune zone della Pianura Padana, si è sostituita a farnie e carpini bianchi che una volta costituivano vaste foreste. La pianta raggiunge i 20-25 metri con portamento sia arboreo che arbustivo con foglie caduche, dal lungo picciolo, composte, imparipennato. I fiori a grappolo presentano le caratteristiche tipiche delle Leguminose, emanano un piacevole profumo attrattiva di molte api che producono con il polline il tipico miele di robinia e possono anche essere utilizzati per preparare delle squisite frittelle se vengono rotolati in una pastetta di uova e farina. Al fine dell’utilizzo ornamentale sono state selezionate delle varietà dalle particolari caratteristiche, come la semperflorens rifiorente in primavera-estate, la bessoniana con forma arrotondata e rami quasi rivi di spine adatta per alberature e infine, se si vuole avere dei fiori rosa, occorre orientarsi sulla Robinia hispida.

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Quando il giardinaggio non era ancora un hobby, la tendenza comune era quella di coltivare per lo più specie di notevole utilità economica. I filari dei campi erano piantumati con pioppi, necessari a fornire pali e legname da opera, oppure platini e robinie per la produzione di legna da ardere. Attorno alle abitazione di campagna esistevano piante da frutto, qualche aromatica e l’orto, indispensabile a fornire ortaggi per gli usi domestici e immancabile, almeno in passato, era una pianta di sambuco. I bambini lo usavano per ricavare cerbottane e fischietti, gli adulti invece per tingere con la corteccia stoffe di nero, di verde con le foglie, per il blu si utilizzavano i fiori ed infine le bacche per il  caratteristico viola. Inoltre dai rami lunghi, flessibili e cavi,  tagliati durante l’inverno e dopo una breve stagionatura, si ottenevano dei leggeri manici di forconi e pale. I tirolesi lo chiamavano “farmacia degli dei” in quando dai germogli si ricava un decotto  per curare le nevralgie, con impacchi di foglie si curavano malattie della pelle, dai  fiori si otteneva un tè depurativo e dalle bacche uno sciroppo utile per infiammazioni bronchiali: una vera miniera di utilità. Presso le popolazioni germaniche “l’albero di Holda”, come veniva chiamato, era talmente rispettato tanto che, passando, al suo cospetto i contadini si toglievano il cappello. I Celti  in virtù dei frutti che si conservano fino alla fine dell’anno hanno identificato con quest’albero il tredicesimo mese  lunare  che si conclude proprio nei giorni del solstizio d’inverno. Tante altre leggende possono essere citate a testimonianza di un interesse della popolazione rilevante per una pianta da cui l’uomo ne trae notevoli benefici. Originario del Caucaso è diffuso in tutta Italia visto la buona adattabilità ai diversi ambienti. E’ possibile trovarlo lungo le sponde dei fiumi e radure, in prossimità di case e cascine abbandonate, con preferenza per le zone in cui vi è una buona fertilità del suolo e in particolare di azoto. La buona diffusione è determinata dalla notevole capacità pollonifera che la pianta possiede e per questo generalmente è difficile trovarlo sotto forma arborea ma più facilmente in forma arbustiva con ampia chioma tondeggiante. Alto al massimo 7-8 metri, presenta una corteccia grigio brunastra e al suo interno i rami presentano un midollo spugnoso molto sviluppato. Le foglie caduche possiedono 5-7 foglioline con apice acuminato e margine dentato. I fiori ermafroditi, cioè che possiedono sia la parte maschile (stami) che quella femminile (pistilli) sono molto piccoli, possiedono un calice ridottissimo e sono riuniti in ombrelle molto grandi che possono raggiungere facilmente i 20 cm. Accanto al Sambucus nigra  è presente anche il sambuco rosso o racemoso diffuso principalmente in boschi di collina e montano inferiori ai 1.000 metri consociato  a frassini, olmi, aceri, sorbi e noccioli
Sambucus è un genere appartenente alla famiglia delle Caprifoliacee(da caprifoglio) che comprende specie arbustive di medio-grandi dimensioni, tra cui il Sambuco. Esso talvolta si presenta in forma di piccolo albero, comunissimo lungo le siepi campestri, nei boschi planiziari e submontani e presso i casolari di campagna, nonché alla periferia delle città, dove rappresenta un relitto della vegetazione spontanea. Presenta rami con midollo molto grosso, bianco, leggerissimo e compatto, che viene raccolto ed usato per includere e poi sezionare parti vegetali da osservare al microscopio. Inoltre questo tipo di legno viene utilizzato per costruire le palline formanti un pendolino elettrico; viene scelto questo tipo di legno per la sue estrema leggerezza. La corteccia dei rami stessi presenta rade e grosse lenticelle. Le foglie sono opposte, imparipennate, di solito con 5 foglioline ovato-lanceolate ed appuntite, seghettate ai margini. I fiori sbocciano in primavera-estate, sono piccoli, odorosi, biancastri, a 5 lobi petaliformi, riuniti numerosissimi in infiorescenze ombrelliformi molto ampie. Essi maturano numerose piccole bacche globose nero-violacee che contengono un succo di colore viola-porporino scuro che viene impiegato per colorare vini e come esca per la pesca dei cavedani. I fiori del sambuco trovano impiego in erboristeria per la loro azione diaforetica.

Ecco ora qui di seguito elencate, per la gioia dei lettori più interessati,le specie principali:
-Sambucus ebulus, detto ebbio o nibbio (pianta)
-Sambucus nigra
-Sambucus racemosa, detto sambuco rosso .
SAMBUCUS EBULUS O EBBIO
Descrizione: a questa specie vi appartengono piante erbacee e perenni, alte sino a 150 cm, dall’odore sgradevole, presentano un fusto con coste chiare longitudinali, midollo bianco;
le foglie sono opposte imparipennate, a 5-9 segmenti seghettati, glabri e verde scuro di sopra, pubescenti e chiare di sotto;
I fiori si raggruppano in corimbi ampi rivolti in alto, corolla bianco-rosea con lacinie di 4 mm e antere violette, fiorisce da maggio a luglio;
Il frutto è una drupa piriforme, di 4-6 mm, lucida e nera a maturità. Habitat: Cresce lungo le siepi e le strade campestri, nei luighi incolti e ruderati.0-1300 m. Maggio luglio.
Curiosità: questa pianta trova largo uso in campo farmaceutico.

SAMBUCUS NIGRA
Il Sambucus nigra è una pianta angiosperma dicotiledone legnosa a foglie decidue. È una specie molto diffusa in Italia soprattutto negli ambienti ruderali (lungo le linee ferroviarie, parchi, ecc.), boschi umidi e rive di corsi d’acqua.

Descrizione: è un arbusto alto 4-6 m. I rami portano delle foglie composte, di colore verde scuro, lunghe 10-30 cm. Le foglie sono imparipennate con margine dentato-seghettato; la forma delle foglioline è lanceolata con apice acuminato, la fillotassi è opposta. I fiori sono ermafroditi e portati in infiorescenze (corimbi) molto vistose, larghe 10-23 cm. I singoli fiori sono formati da 5 petali fusi alla base (fiori gamopetali), calice anch’esso gamesepalo, ovario infero, 4 stami sporgenti. Fiorisce tra aprile e giugno. I frutti sono delle bacche nerastre, lucide. Usi: Il sambuco presenta proprietà medicinali-erboristiche riscontrabili nei frutti e nei fiori. Tutto il resto della pianta (semi compresi) è velenosa poiché contiene il glicoside sambunigrina . Le bacche sono eduli solo dopo cottura e vengono impiegate per gelatine e marmellate. La pianta viene utilizzata anche a scopo ornamentale, mentre dal legno del tronco si ricava un legno duro e compatto, utilizzato come combustibile e per lavori al tornio; il legno dei giovani rami al contrario è tenero e fragile e non trova applicazioni pratiche.

SAMBUCUS RACEMOSA
Queste piante non temono il freddo e quindi si possono coltivare in giardino in qualsiasi periodo dell’anno. Queste piante sono da considerarsi come orticole, quindi in caso di parassiti si utilizzano antiparassitari per l’agricoltura; prima di raccogliere foglie delle piante trattate attendiamo che il prodotto utilizzato non sia più attivo.Pianta che necessita di almeno alcune ore al giorno di irradiamento solare. Generalità:
Queste piante sono arbusti. Questa pianta in primavera assume una colorazione arancio verde ; è di taglia media e può raggiungere i 4,5 m di altezza. Non mantiene la foglia in inverno. Lo sviluppo è eretto, tendono a crescere sia in altezza, sia in larghezza, dando origine ad un arbusto arrotondato. Concimazione:
Ogni 15-20 giorni mescoliamo all’acqua delle annaffiature del concime per piante verdi, ricco in azoto e in potassio. Annaffiatura:
Ricordiamo che è possibile raccogliere le piante aromatiche, essiccandole o congelandole, in modo da poterle utilizzare durante i mesi freddi. Annaffiare con regolarità, ogni 2-3 settimane , bagnando il terreno in profondità con 2-3 bicchieri d’acqua , attendendo sempre che il terreno sia ben asciutto prima di annaffiare; evitare di lasciare acqua stagnante. Trattamenti:
Con l’innalzarsi delle temperature diurne, all’inizio della primavera, è bene praticare un trattamento preventivo, con un insetticida ad ampio spettro, da praticarsi quando nel giardino non sono presenti fioriture. Prima che le gemme ingrossino eccessivamente è consigliabile anche praticare un trattamento fungicida ad ampio spettro, per prevenire lo sviluppo di malattie fungine, il cui dilagare è favorito dall’elevata umidità ambientale. Terreno:
Queste piante medicinali necessitano di un terreno leggermente pesante, che trattenga un poco l’umidità.
Per favorire lo sviluppo di foglie particolarmente grandi, ogni inverno riducete tutti i rami del sambuco a due-tre coppie di gemme. Ben presto cresceranno getti vigorosi che raggiungeranno 1,8-3 m di altezza in una sola stagione. Questo tipo di potatura può essere molto utile negli spazi ridotti, perché il sambuco così trattato non si espande troppo in larghezza; come contropartita, però, l’arbusto non fiorisce né fruttifica.

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