Search Results for: graminacee

Feb

13

By potatore

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Categories: Agricoltura, Potatore news

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Substrati: ad ogni pianta il suo terreno

Le colture floricole, in Italia, hanno raggiunto un interesse costantemente in crescita dagli anni 60’ a oggi. Accanto a specie autoctone provenienti sia dalle regioni più settentrionali che da quelle mediterranee, sono arrivate nel nostro paese specie provenienti da ogni parte del globo. Questo ha comportato la ricerca di idonei substrati tali da riuscire a soddisfare l’esigenze delle diverse specie in coltivazione. Non esiste un substrato ideale per tutte le specie ma in commercio ne esistono diversi che opportunamente miscelati creano condizioni pedologiche simili all’ambiente di provenienza. Chi acquista piante, purtroppo, il più delle volte si trova di fronte ad una serie di prodotti diversi e ha delle difficoltà nella scelta più idonea alle proprie esigenze e qualche volta il linguaggio del fiorista, a cui si chiede consiglio può risultare troppo tecnico o poco chiaro. Al fine di indirizzare nella scelta giusta occorre distinguere innanzitutto tra substrati naturali ed artificiali. Tra i primi, molto in uso sono: terriccio di foglie e di bosco, terra di bosco, torba, sfagno e terricciati mentre tra quelli artificiali molto usati sono la vermiculite, la perlite l’argilla espansa.
I primi tre naturali provengono, come facilmente intuibile dal nome, dal bosco anche se da strati diversi. Il terriccio di foglie infatti, è lo strato superficiale del bosco costituito principalmente da foglie indecomposte di latifoglie a volte miste ad aghifoglie. Le foglie così prelevate, vengono ammucchiate in luogo coperto e a seguito di trattamenti e concimazioni di solfato di ammonio danno vita ad un terriccio con struttura molto porosa e ph leggermente acido. Si utilizza dopo diversi mesi dalla raccolta ed è adatto per miscugli e per la coltivazione di specie come le bromeliacee ( Aechmea, Guzmania, Nidularium) e le azalee, se vi è una prevalenza di aghi di pino e abete rosso avendo cura di sostituirlo dopo 7-8 mesi. Il terriccio di bosco è invece lo strato sottostante allo strato di foglie ed è costituito da residui ( foglie, rami e corteccia) di alberi e arbusti. E’ un substrato utilizzato per specie da fiore e da foglie ornamentali a breve ciclo, visto la facile decomposizione. La terra di bosco è costituita dallo strato di terreno, prevalentemente minerale, sottostante a quello di residui vegetali non ancora ben decomposti. Si presenta di colore nero per l’abbondante presenza di sostanza organica (10- 15% circa) e quindi risulta molto fertile e adatta alla coltivazione di piante ornamentali da fogliame come palme, aucuba, ficus e di legnose da fiore come ortensie, gardenie e camelie. Generalmente viene miscelata alla torba in modo da completarne le caratteristiche fisiche e chimiche ed è un miscuglio adatto a tutte quelle piante che non richiedono frequenti cambi di vaso. Un substrato molto fertile, simile per alcuni aspetti alla terra di bosco, si può ottenere stratificando 30-40 cm di letame con 15-20 cm di terreno fino ad uno spessore complessivo di 1,20-1,50 m. L’ammasso tenuto costantemente umido con soluzione di acqua e azoto ammoniacale per attivare la flora batterica, viene, dopo due mesi circa dalla preparazione, mescolato più volte in modo che la massa sia ben decomposta e amalgamata. Si ottiene così un terricciato adatto per piante da fiore come cineraria, crisantemo e sia per piante aromatiche come salvia e rosmarino. La torba è il substrato naturale di più largo utilizzo e deriva dalla decomposizione di piante acquatiche come muschi, felci, equiseti e graminacee. Esistono torbe bionde acide e torbe nere subacide o neutre. La differenza consiste che le prime generalmente provengono dal Nord-Europa, sono con pH 3,5-4 e sono meno decomposte delle torbe nere che hanno un ph più elevato ( 5,5-7). Per l’alta porosità e le ottime caratteristiche fisiche possono essere utilizzate da sole oppure in miscuglio per la preparazione di substrati di una vasta gamma di piante. Nel Nord-Europa e in Irlanda, la torba dove è presente in grande quantità viene anche usata come combustibile e in sostituzione del letame in pieno campo. Lo sfagno è estremamente leggero, proviene da luoghi acquitrinosi e molte volte concorre alla formazione della torba. E’ in grado di assorbire acqua fino a 10-20 volte il proprio peso e per questo, quello verde viene utilizzato per guarnire i sostegni di piante volubili come il Philodendron, syngonium e pothos. Risulta anche fondamentale per la preparazione dei terricci delle orchidee, miscelato in parti uguali a radici di Osmunda e Polypodium. Sarà la lenta decomposizione delle radici di quest’ultime a conferire le condizioni di permeabilità e struttura necessari allo sviluppo di piante e epifite e semiepifite tra cui le appunto le orchidee. Viene ricordato che per le orchidee adulte il rinvaso viene effettuato in media ogni due-tre anni. Tra i substrati artificiali vengono catalogati quei prodotti provenienti da particolari lavorazioni in forni ad alte temperature oppure da processi di sintesi come il polistirolo espanso. La Vermiculite ad esempio è un silicato estratto in Sud Africa e negli Stati Uniti che viene trattato in forno alla temperatura di 1000°C. Il prodotto così ottenuto, oltre come coibentante nell’edilizia per il buon contenuto in potassio e magnesio, elevata porosità e il forte potere idroassorbente, è molto usata, insieme alla torba per la radicazione e la coltivazione di molte piante ornamentali. Più usata in Italia è però la perlite anchessa ottenuta da trattamenti a temperature elevate di rocce vulcaniche silicee originate da colate laviche. Viene usata principalmente per aumentare il potere drenante dei substrati e sovente è possibile notarla nei vasi di piante ornamentali e di garofani e si presenta a grani di 3-6 mm di diametro di colore bianco.

Mag

18

By potatore

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Categories: Agricoltura, Giardino

Maggio nell'orto

  Maggio, piena primavera, periodo che si conclude con  la fioritura delle graminacee nei prati e con la prima raccolta del fieno. Restando a quando dicono i proverbi quest’anno a causa  delle frequenti piogge cresceranno bene gli ortaggi, per la maggior parte dei quali, in maggio si conclude defi­nitivamente il periodo della semina. Infatti dalla metà del mese  in poi, si possono seminare e trapiantare anche nelle zone a clima più rigido le  piantine di quegli ortaggi che verranno poi consumati durante l’esta­te come pomodori, zucchine, cetrioli. L’ideale per preveni­re qualche ritorno di freddo, sarebbe di  tenerle con un telo di tessuto  non tessuto fino alla fine del mese.  Per far si che  le piantine crescano  rigogliose è necessario  sommini­strare un pò di sostanze nutrienti come ad esempio  macerato di ortiche  oppure di consolida o ancora di equiseto, per  i quali  la dose consigliata è di 1 kg di pianta fresca in 10 litri di acqua. Qualora si avessero a disposizione escrementi di  animali: equini, bovini, conigli, galline si ricorda che vanno benis­simo anche queste basta diluire in acqua con un rapporto di 1:3 e lasciandoli a macerare per circa tre settimane. Questo trattamento si rende  necessario onde evitare ustioni alle  piantine ancora molto tenere. Quando, poi,  le condizioni climatiche sono  caratterizzate da eventi meteorologici di notevole portata come gli acquaz­zoni della scorsa settimana si verifica sicuramente una dilavamento di notevoli quantità di principi minerali per­tanto occorre intervenire con una concimazione aggiuntiva di concimi azotati come il nitrato ammonico. Grazie alla pre­senza di azoto sotto forma nitrico e ammoniacale, tale concime, espleta una duplice funzione: la componente nitrica risulta  di pronto assorbimento da parte delle piante mentre quella ammoniacale,  invece, trattenuta dal potere assorben­te  del terreno avrà una azione più prolungata nel  tempo  e potrà essere assorbita dalle piante in tempi diversi.

Feb

14

By potatore

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"Finalmente nevica"

nevica” Sotto la neve pane” altro che ondata di maltempo.! Sembra che i meteorologi facciano le corse per enfatizzare gli effetti del clima: ormai sembra un bollettino di guerra con tanto di nome e cognome: Big Snow. Chi sarà mai? Quali disastri ci attendono? nessuno! Una più o meno abbondante nevicata che sotto il suo manto bianco proteggerà dal freddo le colture e  prometterà raccolti abbondanti nelle graminacee e non solo. La neve sciogliendosi riempirà la falda senza creare straripamenti nei fiumi.  Gli spazzaneve saranno contenti del “lavoro” pagato abbondantemente e gli stessi agricoltori che arrotondano con gli appalti locali di pulizia delle strade e dello spargimento sale. Le stesse ditte che vendono sale,  figurarsi come sono contenti di svuotare i depositi.  Gli operatori sciistici  lavoreranno a pieno ritmo con gioia del vacanzieri delle settimane bianche  e i bambini, posso finalmente giocare a “palle di neve”.  Se la neve fa comodo a molti come mai si parla di “ondata di maltempo? Non sarebbe il caso di dire: “gira l’economia, “arriva il lavoro” “finalmente si scia” o più semplicemente  “finalmente nevica”!!!. e lasciamo il  Big Snow  agli americani!!

Ago

25

By potatore

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Il rientro dalle vacanze!!

Dopo la pausa estiva riprendono, con gli inizi del mese di settembre, le varie attività lavorative, al tempo stesso le piante di casa e di giardino ben presto torneranno ad una situazione di “normalità” e le cure colturali torneranno ad essere più costanti. Occorre intervenire un po’ su tutte le specie erbacee, arbustive e arboree al fine che sfruttino al meglio questo ultimo periodo favorevole e si preparino all’arrivo della stagione fredda. Piante sane e ben curate o tappeti erbosi in buon rigoglio vegetativo sono sicuramente requisiti minimi per superare brillantemente la stagione invernale e proprio in questo mese vanno approntate le ultime cure significative per riequilibrare eventuali eccessi o difetti determinati dal periodo di ferie. Per primo va verificato se durante il periodo d’assenza non sono state soddisfatte pienamente le esigenze idriche delle piante sia in vaso sia in giardino. Per le prime, se viene costatata la mancanza del giusto turgore, sarà opportuno immergere l’intero vaso in una vaschetta con acqua per un’ora circa e successivamente far sgocciolare l’acqua in eccesso e ricollocarlo nel posto iniziale. Per tutte le altre in piena terra, l’irrigazione sarà conveniente effettuarla in due tempi di cui la prima di soccorso, appena arrivati, e la successiva nella tarda sera o nelle prime ore del mattino successivo fino alla totale sazietà. Altri interventi necessari sono la pulizia delle erbe infestanti, la soppressione dei fiori avvizziti, una leggera rimozione del terriccio superiore del vaso. Se le piogge autunnali tardano ad arrivare e le temperature si mantengono elevate occorre continuare a somministrare alle varie specie alte quantità di acqua mentre se il clima viene rinfrescato dai temporali di fine estate ciò sarà un toccasana per i rosai rifiorenti che riprenderanno a fiorire e allo stesso tempo per i prati e per le graminacee microterme come poe, loietti e festuche che riacquisteranno una certa vigoria vegetativa. Dal punto di vista pratico ciò comporta la necessità di sfalciare più frequentemente il prato, anche una volta la settimana, e quindi più spesso del periodo estivo. Va ricordato che con il taglio va asportato circa un terzo dell’altezza dell’erba al fine di evitare antiestetici fenomeni di comparsa di erba secca determinata dallo stress a cui vengono sottoposte le piantine con tagli troppo “drastici”. Per tutte le specie presenti il colore delle foglie è indicatore dello stato di salute. Si può osservare facilmente, in particolare su alcune specie come rose, ortensie ed agrumi, un ingiallimento del margine fogliare che gradualmente tende ad occupare l’intera lamina fogliare, in questi casi è facile intuire che si tratta di assenza di ferro o di altri microelementi come zinco, magnesio e manganese. Sul mercato esistono prodotti specifici di basso costo somministrabili per irrorazione fogliare proprio in questo periodo, oppure preparati da somministrare al terreno diluiti in acqua e in questo caso è possibile intervenire tutto l’anno.

Ott

25

By potatore

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Categories: Agricoltura, Giardino

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I lavori di Ottobre

Alberi e arbusti – Il sottochioma delle piante può essere protetto prima dell’arrivo del freddo con materiale pacciamante. La scorza di pino con scaglie di buona pezzature migliora l’estetica del sottochioma.
Piante in vaso – Le piante in vaso per gran parte sfiorite vanno portate al coperto in luogo fresco e luminoso. In balcone possono essere tenute come ornamento: ericacee, alcune graminacee e conifere nane come la Picea albertiana conica.
Bulbose – Le bulbose a fioritura primaverile vanno impiantate entro ottobre o la prima decade di Novembre. Risulta importante tener presente la sanità e il calibro dei bulbi impiantati affinchè la futura piantina trovi idoneo sostentamento durante l’emergenza.
Dalie – Possono essere lasciate all’aperto fino a quando il freddo non abbia distrutto le foglie. Poi vanno prelevati i tuberi e dopo averli fatti asciugare vanno sistemati in cantina in cassette con torba umida o sabbia.
Aiuole – Le aiuole libere da fiori vanno lavorate inglobando compost o letame ben maturo. La protezione con uno strato pacciamante di foglie o meglio la coltivazione di piante da sovescio sarebbe l’ideale per le fioriture primaverili.
Piante rampicanti – Per ottenere una zona d’ombra davanti all’abitazione è il periodo adatto per la messa a dimora delle clematide. Il ricco fogliame e i fiori vistosi creeranno un ottimo pergolato durante il periodo estivo.alberi, arbusti
Compost – Togliere dal compost il terriccio maturo che può essere impiegato per pacciamare i rosai. Il terriccio maturo servirà a mantenere una buona umidità del substrato cedendo lentamente sostanze nutritive.

Feb

5

By potatore

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Mantenimento della copertura vegetale

sara azzaro

La copertura del terreno con specie vegetali erbacee impedisce la percolazione di nitrati nella falda freatica o il dilavamento nei corsi acque superficiali che provoca una eccessiva proliferazione delle alghe e di conseguenza l’ eutrofizzazione dei corpi d’acqua.
MOTIVAZIONI :
La presenza di una copertura vegetale impedisce un accumulo di nitrati grazie al loro assorbimento da parte delle piante.
Oltre ad intercettare i nitrati naturalmente presenti nel terreno apportati con le fertilizzazioni , la copertura vegetale procura una protezione dell acque sotterranee nei confronti di quelle di origine extraagricola.
Particolare importanza è assunta dalla copertura vegetale nelle superfici temporaneamente ritirate dalla produzione ai sensi della normativa comunitaria.
AZIONI :
Le coperture vegetali potenzialmente realizzabili sono le seguenti :
– VEGETAZIONE SPONTANEA : l’inerbimento naturale produce in fine estate autunno dopo la raccolta delle colture dovrebbe essere visto molto positivamente nelle zone agricole come mezzo per contrastare la percolazione dei nitrati ; non dovrebbe essere ostacolato con l’avorazioni , ma nello svolgere la sua funzione quanto più a lungo possibile , compatibilmente con le esigenze di preparazione del terreno l’inerbimento spontaneo e potrebbe trovare utile applicazione sulle superfici temporaneamente dalla produzione (set-aside) la coltura che seguirà.
-COLTURE INTERCALARI : l’inserimento , ogni volta che è possibile , di colture intercalari tra la raccolta della specie precedente e la semina di quella successiva è una misura di notevole efficacia antidilavamento; tali colture intercalari sono da configurarsi come culture foraggiere (erbai) coltivazioni o anche culture di interesse apistico.
COLTURE DI COPERTURA (Catch crops) : si tratta di colture intercalari senza finalizzazione utilitaristica , ma unicamente finalizzate ad intercettare l’azoto solubile ; in altre parole si tratta di realizzare un inerbimento controllato seminante speci vegetali capaci di nascere e crescere durante i periodi critici per il dilavamento dei nitrati ; la biomassa vegetale prodotta sarà poi sovesciata in tempo utile per la semina della successiva cultura prevista dalla rotazione.
Le specie da condiderare idonee a questa funzione dovrebbero soddisfare le seguenti condizioni :
– avere basse esigenze termiche in modo da poter crescere nel periodo autunno inverno.
– avere seme poco costoso, reperibile e di facile emergenza.
– essere dotate di scarsa capacità infestante.
– essere consumatrici di azoto (con esclusione quindi delle leguminose).
– non creare problemi fitosanitari o di infestazione nella cultura che seguirà.
Le famiglie botaniche più rispondenti a questo mondo sono le graminacee , le crucifere e le composite.

Nov

16

By potatore

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Le mie allergie: chissà se possono essere d'aiuto

Matteo
[email protected] | 151.47.244.129

Le mie allergie, la mia storia

Quando sono nato sembrava non ci fossero problemi,ma al quarantesimo giorno (la data del mio battesimo) ho iniziato ad avere problemi alla pelle.
Secondo il mio pediatra era dermatite seborroica (pelle grassa), ma a tre mesi e mezzo ho messo i primi denti ho fatto la prima vaccinazione, il mio sistema immunitario si è alterato ed è stato un disastro:dermatite atopica estesa su tutto il corpo, a causa di una allergia, L’Allergia è una malattia del sistema immunitario caratterizzata da reazioni eccessive portate da particolari anticorpi (reagine o IgE) nei confronti di sostanze abitualmente innocue come ad esempio pollini.

Facciamo le analisi del sangue e risulto allergico a:
• latte e latticini
• uova
• crostacei
• grano
• avena
• acari
• polvere da casa
• graminacee
• betulla
• nocciolo
• ontano
• salice
• moderatamente muffe lieviti.
A mia mamma che mi allattava, avevano consigliato di nutrirsi con agnello e pera, ma la dieta era troppo povera per potermi allattare e quindi cercò di evitare cibi che mi irritavano la pelle ma mantenne una dieta varia.
Le mie I.G.E , Le immunoglobuline E (IgE) sono un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano. Sono sintetizzate dai linfociti B, e più precisamente dalle plasmacellule. Le IgE hanno fondamentalmente la funzione di proteggere l’organismo dalle infezioni da parte di parassiti e soprattutto elminti. Esse sono anche le principali responsabili delle più diffuse malattie da ipersensibilità che colpiscono la popolazione dei Paesi industrializzati, ossia le allergie;se nella norma, dovevano essere sotto le 10 u/ml e invece il mio valore era superiore a 2000 u/ml.
Ho iniziato la terapia a base di antistaminici,cortisone e creme per ridurre il prurito, che ho proseguito fino a circa sei anni quando ho incominciato a dormire.
Ripetevo spesso gli esami ma non sempre erano attendibili.
Infatti a circa due anni gli esami dicevano che avrei potuto iniziare a mangiare il merluzzo,ma dopo i primi cucchiai di pesce mi sono gonfiato tanto da non vedermi gli occhi (ero allergico ad una proteina secondaria del merluzzo, che non era stata testata nei precedenti esami del sangue). Dopo questo episodio mia mamma ha iniziato ad introdurre piano piano e a bassissima quantità cibi ai quali ero allergico ma che sembrava non avessero effetti gravi sulla mia salute.
Per quanto riguarda le allergie agli acari e polvere da casa è bastato eliminare i tappeti,le coperte di lana e rivestire il mio materasso e il mio cuscino con una fodera speciale.
Per l’abbigliamento rigorosamente solo cotone. Per le allergie ai vari pollini bastava stare lontani dagli alberi a cui ero allergico per evitare che si gonfiassero gli occhi.
Le cose via via sono migliorate perché la dermatite è passata ma le allergie no anche se non sono più così sensibile.
Dalla mia dieta resta escluso:
• latte
• pesce
• uova
• formaggio stagionato
• frutta esotica
• frutta secca
Tuttora sto lontano da:
• betulla
• nocciolo
• ontano
• salice
in fiore.

Ago

7

By potatore

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Erbacee e da orto

Cetriolo
Lattuga
Pisello
Zucca e meloni
Coltivazione biologica del frumento
Trifoglio

I cetrioli (Cucumis sativus), appartenenti alla famiglia delle cucurbitacee, noti per le proprietà diuretiche, ottimi sia per le insalate estive sia per le conserve, hanno un aspetto singolare e talvolta raggiungono una mole notevole. Essi portano sulle tavole italiane insieme a zucche meloni e zucchine un tocco di esotismo. Se trapiantate nell’orto in aprile o maggio quando lepiantine hanno sviluppato la quarta-quinta foglia è possibile raccogliere i primi frutti dopo appena 50-60 giorni se trattasi di cultivars precoci. Il terreno adatto all’impian­to deve essere fertile ricco di letame (10-15 k per metro quadro) e irrigato con acque temperate ed interventi ravvi­cinati al fine di mantenere elevati e costanti livelli di umidità. Le distanze di impianto sono di 40-50 cm sulla fila e di 1-1,5 tra le file tenendo presente di non superare la densità di due piante per metro quadrato. L’allevamento delle piantine va fatto in verticale su reti di plastica alte 2 metri oppure su sostegni in legno. Ciò permette di ottenere un duplice vantaggio; dei frutti dritti e ben colorati e fa in modo le foglie e gli steli non vengono a contatto con il suolo che favorisce lo sviluppo di malattie crittogame quali l’oidio e la Botritys. In ogni caso possono essere utilizzati gli stessi sostegni eventualmente utilizzati per il pomodoro. Tra le cure da apportare durante la crescita delle piantine è la soppressione delle foglie presenti nei primi 40-50 cm dal terreno e dei germogli ascellari per favorire la cresci­ta della pianta. Successivamente i germogli ascellari do­vranno essere cimati due foglie dopo il frutticino al fine di favorirne l’ingrossamento. Se la coltivazione è tesa alla produzione di frutti piccoli da sottaceto è necessario utilizzare varietà adatte come ad esempio la Wiscons. Se è eseguito correttamente quando detto saranno sufficien­ti dieci piantine per ottenere una produzione di circa 100 kg durante tutto il periodo estivo.

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 La lattuga, in quest’ultimo decennio, si è conquistata un posto di tutto rispetto nell’alimentazione degli Italiani Tra gli ortaggi da foglia, con i circa 4 milioni di quintali consumati all’anno, è al primo posto nei consumi superando le produzioni di cicorie, scarole e indivie. Il termine lattuga è molto restrittivo per una specie che consta di tre sottospecie con una miriade di varietà che differiscono tra loro per la colorazione, il portamento delle foglie e l’epoca di coltivazione. La Lactuca sativa deve il nome agli antichi Romani e al latice biancastro aspro e amarognolo, che fuoriesce dalle piante quando vengono raccolte in ritardo. Appartenente alla famiglia delle Composite, la lattuga, presenta un notevole adattamento al clima e ed ai vari tipi i terreno. La sotto­specie capitata e quella romana sono tra quelle più utiliz­zate nelle colture da serra grazie a una serie di varietà adattabili alle varie esigenze organolettiche e morfologiche richieste dai consumatori e alle forme di adattamento alla coltivazione in coltura anticipata o tardiva richiesta dalla coltivazione in serra. Infatti, della sottospecie capitata fanno parte le varietà Troncadero a cappuccio con foglie verdi o colorate di rosso che insieme alla Regina dei ghiacci sono indicate per le coltivazioni invernali mentre le varietà Regina di Maggio, Appia ed Aurelia sono per le coltivazioni primaverili ed autunnali e varietà come la Sant’Anna e il cavolo di Napoli sono consigliate per le coltivazioni estive. Per chi non preferisce la lattuga a cappuccio può utilizzare le varietà della sottospecie romana come la Bionda degli ortolani e la Verde d’inverno. Negli ultimi anni notevole interesse è stato riscontrato dai consumatori per la Lollo e la Rossa di Trento della sotto­specie secalina. In ogni caso sono ancora tante le soluzioni e pertanto chi si accinge alla coltivazione può trovare utile seguire le norme e i consigli che i produttori di semi riportano sulle confezioni.

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Il pisello è un ortaggio che in virtù della grande adattabilità ai vari terreni e alle ottime caratteristiche organolettiche risulta tra gli ortaggi più coltivati al mondo. La semina può essere effettuata nel tardo autunno oppure con gli inizi della primavera a secondo della latitudine e va effettuata direttamente a dimora a file semplici o binate. Le distanze utilizzate per le file semplici vanno dai 40-60 cm tra le file mentre per le varietà nane fino agli 80-100 cm per le varietà rampicanti. In caso di utilizzo di file binate vanno utilizzate distanze di circa 30 cm tra le due file e 70 cm tra le coppie di file in caso di varietà nane aumentando tali distanze fino a 60-70 cm tra le file semplici e 110-120 cm tra le coppie di file o bine. Tra le file sia che si tratti di file semplici che binate la distanza consigliata è di circa 10 cm. Dopo la germinazione dei semi occorre effettuare diverse sarchiature in modo da contenere lo sviluppo di infestanti, la prima va in genere effettuata quando le piantine hanno raggiunto circa 10cm di altezza. Abbinata alla sarchiatura nel primo intervento è consigliabile anche una leggera rincalzatura. Sono pochi gli altri interventi da effettuare eccetto che per le varietà rampicanti l’utilizzo di tutori. La raccolta dei piselli è scalare e va effettuata circa ogni tre-quattro giorni, nelle ore fresche del mattino e man mano che i baccelli raggiungono i tre terzi del loro sviluppo e i semi al loro interno non risultano accostati gli uni agli altri. I baccelli una volta sgranati ( circa il 70% di scarto) possono essere interrati in trincee precedentemente scavati nell’orto visto il loro alto contenuto di azoto oppure sistemati nel compost.

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Sono ideali per la produzione delle più svariate pietanze, dalle più sbrigative come melone e prosciutto alle più complicate come i tortelli di zucca. Entrambi appartenenti alla famiglia delle cucurbitacee, zucche e meloni possono essere coltivati a spalliera sui balconi o lungo le pareti della casa non solo per ottenere i frutti commestibili ma anche a scopo ornamentale e di abbellimento. Nel caso in cui nell’orto vengono coltivate queste specie, sarebbe opportuno riservare il posto ai piedi dello spazio adibito alla produzione di compost affinché‚ l’abbondanza d’elementi nutritivi soddisfi le notevoli esigenze di queste piante. Per quanto riguarda la zucca, diverse sono le varietà che si possono impiantare, alcune delle quali oltre a produrre frutti (peponidi) utilizzabili per il consumo fresco danno anche frutti belli e strani o addirittura utilizzabili per la conservazione del vino, una volta essiccate e svuotate come nel caso della Legenario o zucca da vino. Le zucche come i meloni esigono climi temperato-caldi e terreni fre­schi, fertili e acidi, annaffiature distanziate e con abbondanti volumi d’acqua. Una volta impiantati nell’orto molta cura va posta per la prevenzione dai parassiti animali come, le larve del maggiolino e il grillotalpa e di malattie fungine come, la tracheomicosi. Quest’ultimo è un fungo il cui micelio ottura i vasi adduttori di linfa e provoca la morte della pianta. L’utilizzo di prodotti antiparassitari come verde-rame e zolfo è da preferire a prodotti più tossi­ci. Altre cure da apportare consistono nella cimatura dello stelo primario dopo la quarta foglia in modo da favorire l’emissione di quelli laterali o ascellari. Questi saranno diradati in modo di favorire lo sviluppo dei frutti. la raccolta verrà effettuata dopo la maturazione dei frutti nel caso del melone e dopo la caduta delle foglie per la zucca. Ricordarsi, infine, di prelevare dai frutti migliori il seme per l’impianto della coltura successiva.

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Scelta Varietale
La scelta della varietà va presa in base alla destinazione del prodotto e in relazione alla qualità della farina.
La scelta della varietà deve essere effettuata tenendo conto delle caratteristiche pedoclimatiche del territorio, in particolare della resistenza al freddo e della natura del terreno. Il frumento duro è più sensibile alle basse temperature, mentra si adatta meglio al clima più caldo e asciutto. Bisogna scegliere delle varieà resistenti alle malattie e prendere in considerazione anche il portamento della pianta. In agricoltura biologica si prendono in considerazione le seguenti varietà:
– frumento duro: simeto, adamello, appio
– frumento tenero: manital, pandas, brasilia, mec, centauro, serio, eureka.
Lavorazioni e concimazioni
Non devono essere fatte lavorazioni profonde, ma arature leggere (di una profondità massima di 30cm). L’aratura leggera crea una buona struttura del terreno, favorisce l’attività biologica degli organismi del suolo. Quando si fa la preparazione del terreno bisogna usare degli attrezzi che evitino la rottura delle radici delle infestanti perchè si potrebbe avere un loro aumento.
In certe stagioni precise è meglio fare la semina su sodo, per evitare di danneggiare la struttura del suolo. La concimazione del frumento deve essere fatta con letame compostato che deve essere incorporato al terreno in superficie nella preparazione del letto di semina. Si può utilizzare anche del letame maturo, mentre è da evitare il letame fresco perchè favorisce lo sviluppo di infezioni fungine a livello delle radici e del colletto delle piante.
Semina
La semina si fa con il sistema a file semplici (con una distanza tra le file di 15-20cm) o a file binate. La profondità deve essere di 3-5 cm. La quantità di seme che viene utillizzata nel biologico è superiore al 20% di quello che si utilizza nel metodo convezionale, si utilizzano oltre i 240 Kg/ha di semente.
Avvicendamenti e rotazioni
Gli avvicendamenti e le rotazioni soo molto importanti perchè aiutano a mantenere e incrementare la fertilità del suolo, ridurre la competizione con le infestanti e controllare i parassiti. Il frumento essendo una pianta depauperante la sua maggiore resa la da quando l’avvicendamento e nella rotazione sono inserite delle colture miglioratrici come la leguminosa da granella, colza, prati di leguminose e graminacee. Ma può essere anche inserito anche dopo una coltura da rinnovo come il mais, il pomodoro, la patata, il girasole. Sono delle colture che lasciano il terreno in buone condizioni e con una ridotta presenza di infestanti.
Controllo delle erbe spontanee
Il controllo viene fatto seguendo delle strategie come:
– rotazione colturale: facendo cura alle colture che ci sono state in precedenza si evita lo sviluppo delle infestanti
– consociazioni:
– lavorazioni del terreno e adozione della falsa semina: si basa sulla preparazione in anticipo del letto di semina per far germinare le infestanti, che poi andranno eliminate
– concimazione equilibrata: si fa per rendere la pianta più resistente agli attachi dei parassiti
– epoca di semina: se ci sono dei periodi troppo precoci facilitano l’emergenza della flora spontanea
– densità di semina: è meglio aumentare del 10% la densità normale di semina per ottenere una maggiore copertura del terreno, per non far venire fuori le infestanti
– scelta di varietà a portamento prostato: determina una maggiore copertura del terreno, riduce la presenza delle infestanti.
Controllo degli agenti patogeni e di danno
Il frumento è soggetto all’attacco di gravi malattie fungine come l’oidio, le ruggini, carie e carboni, mal del piede,…; ma può essere anche attaccato da insetti in particolare dagli afidi.
Per combatterli ci sono varie metodologie, che sono:
– scelta di varietà resistenti
– avvicendamenti e rotazioni
– concimazioni equilibrate: bisogna fare un giusto rapporto equilibrato di azoto e fosforo pre rederere la pianta più robusta;
Se c’è un eccesso di azoto ci possono assere degli attacchi da iodio e alcune infestazioni da parte dell’oidio
– densità di semina ottimale: serve per ridurre l’umidità, se si utilizzano semine troppo fitte, si può far favorire il diffondersi del mal del piede
– buon drenaggio del terreno: per evitare ristagni idrici che favoriscono le infezioni fungine
– impiego di seme sano e concia delle sementi: la concia viene fatta con dei prodotti a base di rame per combattere carie e carboni.

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Il trifoglio bianco comprende due specie: Trifolium repens var hollandicum(t nano)di taglia ridotta utilizzato soprattutto come prato pascolo, e il Trifolium repens var gigante(t ladino), di tagli maggiore utilizzato per prati.
Il trifoglio bianco ha dapprima un apparato radicale fittonante che viene poi sostituito da un apparato avventizio fascicolato molto superficiale. Gli steli sono striscianti.Le fogli sono trifogliate e portate da un picciolo che nelle piante da pascolo è lungo 5-10 cm mentre nelle piante da sfalcio è lungo 40-60 cm. L’infiorescenza è a capolino e presenta fiori bianco-rosati. Il legume contiene 3-4 semi di forma cuoriforme e di colore giallo-rosso. È una pianta che predilige gli ambienti freschi e che non resiste alla siccità in quanto ha un apparato radicale molto superficiale. Sopporta le alte temperature solo se l’umidità dei primi strati di terreno è ottima. Richiede molta luce quindi la consociazione con graminacee può essere un fatto negativo in quanto queste la potrebbero privare di luce. La semina è eseguita entro marzo, ma se si esegue una consociazione con graminacee viene eseguita a settembre. Vengono seminati 7-8 kg/ha di semi, a file distanti 12-25 cm e alla profondità massima di 1 cm. È fondamentale l’irrigazione che spesso viene eseguita per scorrimento. La concimazione nell’anno d’impianto viene eseguito distribuendo 150-200 kg/ha di P2O5 e K2O se non si è eseguita letamazione. Se all’aratura di è eseguita letamazione invece, vengono distribuiti 80-100 kg/ha dei due concimi. Per quanto riguarda la concimazione negli anni successivi, a fine inverno vengono distribuiti 80-100 kg/ha dei due concimi e dopo il secondo taglio ne vengono distribuiti 40-50kg/ha.il foraggio prodotto è ottimo in quanto è composto solamente da fiori,foglie e piccioli. Gli steli vengono eliminati. La produzione di sostanza secca nel primo anno è pari a 5-6t/ha, nel secondo anno di 15-18t/ha e nel terzo anno di 10-12t/ha. Vengono eseguiti 4-6 sfalci all’anno.
Trifoglio pratense(Trifolium pratense)
Il trifoglio pratense ha un apparato radicale fittonante profondo, ma meno della medica. Le foglie sono trifogliate e sulla pagina superiore è presente un disegno a forma di V. Gli steli sono eretti e grossolani e la pianta in fioritura raggiunge un’altezza di 60-70cm. Le infiorescenze sono a capolino e sono costituite da più di 100 fiori di colore azzurro-violetto. Il frutto è un legume che contiene un seme giallo. Il trifoglio pratense predilige ambienti freschi, non sopporta la siccità e le temperature oltre 1 35°C. Si adatta a terreni con pH sino a 6. Viene coltivato in ambienti poco adatti alla Medica. La semina viene eseguita a marzo, mentre in collina ad aprile. Vengono seminati 20-24 kg/ha di semi, in file distanti 12-15 cm alla profondità massima di 1 cm. Il trifoglio violetto viene spesso coltivato in consociazione con graminacee, soprattutto Loiessa. Fattore molto pericoloso per il trifoglio violetto è l’umidità, perché favorisce il diffondersi del Mal de lo sclerozio, una malattia funginea che provoca marciume radicale e del colletto. Resiste ai ritorni di freddo più della Medica. Il foraggio prodotto è difficile da affienare in quanto gli steli sono grossi e ricchi d’acqua. È quindi consigliato l’uso della falcia condizionatrice a rulli. È molto adatto invece all’insilato in quanto è ricco di zuccheri solubili. Nel primo anno vengono prodotti 5-8 t/ha di sostanza secca, mentre nel secondo anno, ne vengono prodotte 12t/ha. Dopo di che è meglio interrompere il prato.

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Piante Ornamentali

Aloe
Astri
Bromelie
Capelvenere
Ciclamino
Clivia
Crisantemo
Dieffembachia
Fucsia
Hebe
Maranta
Orchidea
Papiro
Sanseveria
Spathiphyllum
Stella di Natale
Zantedeschia
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Le aloe sono piante inconfondibili aventi foglie carnose di forma triangolare fortemente dentate ai margini. Provenienti dall’Africa si trovano allo stato spontaneo, ormai rinselvatichite in gran parte delle zone costiere della Sicilia e della Calabria.
Terriccio – Il terriccio migliore per la coltivazione di questa pianta è lo stesso utilizzato per tutte le altre succulente e prevede l’utilizzo di terra limosa e sabbia acalcarea in parti uguali a cui può essere aggiunta torba in modo da abbassare il ph che deve essere in genere inferiore a 6. In alternativa si può utilizzare un 10-15% di sostanza organica che garantisce un minimo di fertilità anche se non è sempre gradita dalle succulente e in particolare da quelle provenienti da zone desertiche e pietrose.
Esposizione – Il pieno sole e in ogni caso i locali molto soleggiati sono assolutamente necessari per queste piante che tuttavia vanno riparate in casa durante il periodo invernale e di conseguenza costrette a condizioni non del tutto ottimali.
Irrigazioni – Durante il periodo di riposo vegetativo le aloe vanno annaffiate poco e con annaffiature molto distanziate nel tempo. Solo durante il periodo vegetativo occorre irrigare regolarmente a condizione che l’acqua sia somministrata a distanza dalla base della pianta in modo da evitare marciumi al colletto.
Propagazione – Queste piante si propagano con molta facilità: basta staccare gli stoloni che si formano alla base delle piante stesse oppure facendo radicare semplicemente con il taleggio dei germogli laterali.
Concimazioni – Se all’atto del trapianto o del rinvaso si è utilizzata torba o letame non vengono richieste concimazioni anche se, in caso di esemplari di notevole sviluppo e durante il periodo di fioritura, rade fertirrigazioni possono aiutare nello sviluppo e nella fioritura.
Malattie – assolutamente poco significativi sono gli attacchi di parassiti sia animali che vegetali se non in sporadico caso di marciumi ma legati elusivamente ad errori grossolani nelle irrigazioni.
Curiosità – Molto apprezzata risulta l’Aloe vera in quanto possiede le foglie ricche di una gelatina che ha proprietà curative nei riguardi di ferite, abrasioni, scottature e punture di insetti. Per raccogliere la gelatina basta incidere la lamina fogliare e applicarla come una normale pomata avendo cura di tenerla, durante l’applicazione, lontana da parti delicate del corpo tra cui gli occhi.
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L’Aster è inconfondibile per la fioritura autunnale, un ultimo ricordo colorato dell’estate arrivata al termine. Questa pianta perenne entra in fioritura proprio quando le altre sono sfiorite e continua a produrre boccioli fino all’autunno inoltrato. I capolini, simili alle margherite ma più piccoli, hanno il cuore giallo dorato. Sono disponibili cultivar a fiore semipieno e a fiore pieno, nei colori varianti dal rosa pallido al porpora e dall’azzurro al bianco. Diverse specie di Aster si possono recidere gli steli, per comporre graziosi bouquet campestri, che rallegrano la casa. Sono ideali specialmente gli ibridi novi-belgii, chiamati anche settembrini perché fioriscono in settembre e ottobre, arrivando ad altezze di 90-100 cm. Vi è una ricca scelta di varietà a fiore pieno, come le ‘Crimson Brocade’, a fioritura rosso carminio, ‘White Ladies’, écru, ‘Patricia Ballard’, rosa vivo, e sua sorella minore Marie Ballard’, azzurro intenso. Tra i settembrini a fiore semipieno più belli segnaliamo la ‘Winston Churchill’, con fiori rosso carminio, e la ‘Schóne von Diethkon’, lilla.
Per favorire la produzione di fiori grandi occorre potare i rami deboli in primavera, mentre per stimolare una vegetazione più rigogliosa è consigliabile cimare la pianta; quest’ultima operazione aumenta, inoltre, la produzione di fiori, anche se più piccoli. Esistono, anche, delle specie nane, come ad esempio l’Aster dumosus, dai fiori molto piccoli, ottimo per donare accenti variopinti alle bordure e ai giardini rocciosi. Raggiunge un’altezza massima di 25-40 cm e fiorisce dalla metà di agosto fino ad ottobre. Di questa specie sono particolarmente valide le cultivar a fiore pieno ‘Jenny’, blu violetto, ‘Snow Sprite’, bianca, e a fiore semipieno ‘Alice Haslam’, rosa cupo, e ‘Prof Anton Kippenberg’, blu lavanda. Molto belle sono anche le varietà ‘Kassel’, a fioritura rosso canninio, e ‘Herbstgruss vom Bresserhof, rosa.
Altre specie a fioritura autunnale sono l’Aster frikariii, l’Aster amellus (una specie nana) e l’Aster thomsonii.
Le specie nane, sono ottimi per la coltivazione in vasi e fioriere, per abbellire il terrazzo, il balcone e l’ingresso della casa. Al termine della fioritura, potete togliere le piante dal vaso, metterle a dimora in una zona soleggiata del giardino, cosicché invigoriscano, e, appena prima che i boccioli si aprano, sistemarle nuovamente nel contenitore.
Queste piante, facilissime da coltivare, amano una posizione soleggiata; le specie da taglio necessitano di molto sole, mentre quelle nane crescono bene anche alla leggera ombra. Tutte si adattano a praticamente ogni tipo di suolo, purché sia fertile, fresco, ben lavorato e preferibilmente calcareo. Le annaffiature devono essere frequenti, senza causare ristagni d‘acqua. Gli astri hanno buona resistenza al freddo e sfoggiano per molti anni la loro ricca fioritura.

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Aechmea, Vriesea e Guzmania sono le Bromeliacee più diffuse negli appartamenti per la bellezza dei colori delle foglie e dalle infiorescenze ricoperte da coloratissime brattee. Specie originarie dalle foreste del Centro e Sud America nonostante i nomi, non certo di facile memorizzo, ha suscitato un crescente interesse nei consumatori non solo per la bellezza del fogliame ma anche per il notevole adattamento e resistenza che manifesta ai vari ambienti tra i quali quello domestico.  Piante senza caule (fusto), perenni hanno delle foglie disposte a rosetta con una cavità all’interno. Sono  piante epifite in quanto non possiedono radici e in natura vivono sui rami e sui tronchi di piante ospiti senza peraltro parassitare la stessa in quanto al contrario dei funghi sono provvisti particolari dispositivi autonomi atti ad assorbire acqua e sali minerali dall’atmosfera. Molte volte le foglie, generalmente rigide racchiudono fra le loro guaine spazi ripieni di acqua di origine piovana dove vivono indisturbate alghe e piccoli animali invertebrate. In virtù di quanto detto in appartamento le piante devono essere poste in ambienti con aria umidità o quantomeno nel sottovaso va posta della sabbia fine tenuta imbevuta di acqua e per lo stesso motivo le annaffiature devono essere abbondanti per tutta la stagione estiva e ridotte nel periodo invernale. Il substrato di coltivazione deve essere molto poroso e ricco di humus con PH compreso tra 5 e 6; a tale abitualmente può essere impiegato un miscuglio di aghi di pino e torba nel rapporto di 2:1. Le concimazioni minerali possono essere procrastinate anche per periodi superiori al mese durante la stagione estiva riducendole notevolmente durante la stagione invernale. In casa le bromelie si aggiogano notevolmente delle frequenti bagnature sulle foglie con acqua non calcarea e a temperatura 20-25 gradi. Bisogna sempre evitare irrorazioni con acqua fredda in quanto provocano vistose necrosi alle foglie.
Generalmente le bromeliacee vengono riprodotte per seme ma per alcune varietà e per la Guzmania è possibile effettuare la separazione dei polloni che si sviluppano alla base che saranno lasciati ad asciugare per 8-10 giorni e quindi posti a radicare. La Guzmania è riconoscibile per una piccola rosetta di foglie verdi con al centro delle colorate brattee arancioni o rossi a seconda delle cultivars. Aechmea fasciata e Vriesea splendens hanno entrambe delle foglie zebrate di bianco nella prima da cui fuoriesce una spiga con fiori turchini protetti da brattee rosa; foglie verdi zebrate in marrone con spighe appuntite di colore rosso acceso alte fino a 50 cm circa caratterizzano la Vriesea e i numerosi ibridi da essa ottenuti. Anche l’ananas (Bromelia ananas) dai frutti grossi e caratteristici per il profumo e per la corona di brattee che sormonta il frutto fa parte di  questa specie coltivato anche alle Canarie e alle Azzorre.
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Famosa fin dall’antichità per la sua cascata di foglioline dal verde delicato portati da steli neri e molto sottili si è creata notevole fama per le miracolose virtù terapeutiche che le erano, poco veramente esageratamente attribuite. È il capelvenere o chioma di Venere (Adiantum capillus-veneris) molto diffusa allo stato spontaneo sull’orlo di vecchi pozzi o di muri a secco ove esistono buone condizioni di umidità e di luce. In natura se ne conoscono circa duecento specie del genere Adiantum appartenenti alla famiglia delle Polypodiaceae e provenienti dalle zone tropicali dell’America meridionale e pertanto necessarie di ricovero in serra fredda durante i mesi invernali eccetto per le specie indigene come appunto l’Adiantum capillus-veneris e il canadese Adiantum pedatum decisamente molto più rustiche delle altre specie. Durante il periodo vegetativo le piantine amano condizioni di penombra con temperature miti e alta umidità. Il substrato di coltivazione deve essere molto leggero e tale da non favorire ristagni d’acqua ma allo stesso tempo capace di trattenere una buona percentuale di acqua. Un miscuglio che prevede l’utilizzo di una parte di terreno limoso, una parte di torba di sfagno o in alternativa terriccio di foglie, infine per migliorare il drenaggio va aggiunta una parte di sabbia grossolana o pomice. Nella formulazione di tale miscuglio va inoltre tenuto conto del PH che deve essere leggermente acido (5,5-6). Le piantine di Adiantum e in genere tutte le felci vanno innaffiate frequentemente ma con piccoli volumi d’acqua e allo stesso tempo può essere bagnato anche il fogliame eccetto nel genere Asplenium e Platycerium. Evitare in ogni caso di bagnare il fogliame con acque troppo dure e in condizioni di basse temperature. Le piantine di capelvenere non sopportano luce molto intensa e in appartamento possono risultare piantine molto resistenti se tenute in condizioni costanti di luce (semiombra) di temperatura e di umidità. Una causa di insuccesso frequente nella coltivazione di queste piccole felci ma anche di tutti gli altri generi è quello di far seccare eccessivamente le radici per poi annegarle nell’acqua. Molto semplice risulta la propagazione che avviene per semplice suddivisione dei cespi che può coincidere con la rinvasatura. In questa occasione, infatti, una volta tirata fuori dal vecchio vaso il pane di terra contenente l’apparato radicale, possono essere staccati piccole porzioni di rizoma con due o più fronde oppure nel caso di vecchie piante il cespo può essere diviso direttamente in due tagliando con un coltello in verticale il pane di terra.  In casa oltre al capelvenere è possibile allevare l’Adiantum  hispidulum di origine australiana con fronde lunghe 25-30 cm e larghe 15 e sviluppo contenuto (30-35 cm), l’A. raddianum di origine brasiliana con altezza leggermente superiore al precedente ( 45-50 cm) e infine l’A. tenerum decisamente un gigante rispetto ai primi in quanto raggiunge il metro di altezza con fronde triangolari di verde chiaro che in alcune varietà possono essere tinteggiate di rosa.

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Nome scientifico: Cyclamen   Famiglia: Primulacea Origine: Asia minore
Pianta erbacea munita di tuberi di colore rosso-violaceo, con poche radici, dai quali si innalzano diverse foglie dotate di picciolo,cuoriformi, seghettato, maculate di bianco nella pagina superiore e rossastre sulla pagina inferiore,nervature palmi nervi,dimensioni comprese tra i 5-8cm . Il Ciclamino preferisce terreni ben drenati,profondi e ricchi di sostanza organica, in ombra o mezz’ombra; la temperatura ideale si aggira dai sei gradi di notte ai 18 gradi di giorno; con temperature superiori, i Ciclamini, appassiscono. La propagazione dei Ciclamini, oltre alla semina, si effettua con la divisione dei vecchi tuberi durante il periodo di riposo della pianta e quando le foglie e i fiori sono tutti appassiti. Si possono coltivare anche in vaso, ricordando di dissotterrare i tuberi periodicamente e di spostare i tuberi piccoli in contenitore singolo. I tuberi di ciclamino vanno interrati per 3-5 centimetri, lasciando tra i tuberi uno spazio di 8-15 cm. Le annaffiature devono essere frequenti meglio se tramite l’immersione, per un paio d’ore, del vaso in un recipiente colmo d’acqua; è d’obbligo evitare il ristagno d’acqua che può procurare il marciume del bulbo. I fiori sono solitari, lungamente peduncolati e regolari, con corolla a cinque petali, di colore roseo lilla; l’ovario è unico, con un solo stilo. Il frutto è una capsula globosa divisa in cinque valve e portata sorretta dal peduncolo che si attorciglia a spirale dopo la fecondazione. Il tubero fresco, contenente un glucoside che è mangiato senza danno dai maiali che ne sono ghiotti, ma dannoso all’uomo se non cotto. Coltivato in vaso come pianta ornamentale per la ricca fioritura primaverile tra le varie specie c’è il CYCLANEM PERSICUM , originario della Persia e dell’Asia minore, dotato di fiori più grandi di quelli delle specie selvatiche e dai colori varianti dal bianco al rosa, dal rosso al lilla, dal cremisi al porporino. La principale causa di sofferenza per i ciclamini e l’acqua: durante i mesi freschi un terreno spesso inzuppato d’acqua favorisce lo sviluppo di marciumi, durante l’estate invece la siccità può provocare anche il completo disseccamento dei tuberi.

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La clivia è una specie sempreverde appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae con foglie larghe, nastriformi, disposte a ventaglio e inguainate alla base ove si congiungono con un breve rizoma provvisto di radici grosse e carnose. In primavera si sviluppa il fiore caratterizzato da uno stelo eretto che reca un ombrella globosa con 20-30 fiori che permangono per circa 15-20 giorni. E’ una specie molto rustica e adatta ad essere “forzata” in serra per anticiparne la fioritura.
Propagazione – Occorre una certa dimestichezza nella propagazione per seme in quanto viene in genere praticata l’impollinazione manuale mentre può risultare più semplice la separazione dalla pianta madre dei gettiti laterali. In questo caso le piantine ottenute sono uguali alla pianta madre (cloni) e sono consigliati quando le piante di provenienza sono di indiscusso pregio varietale.
Esigenze climatiche – Si tratta indiscutibilmente di una pianta adatta a luoghi ombreggiati, umidi e con temperature ottimali comprese tra 15 e 20°C. e per questo spesso mantenuto, spesso, nei vani scala e pianerottoli d’appartamento ove si adatta molto bene alle condizioni non proprio “casalinghe”
Terriccio – Si richiede un substrato di medio impasto facilmente drenabile e non eccessivamente concimato. Un miscuglio adatto è quello formato da terriccio di foglie e terra di prato in parti uguali oppure terriccio di bosco di buona qualità con ph tra 6 e 6,5.
Difesa antiparassitaria – Oltre ad essere una specie molto rustica, la clivia, per la particolarità delle foglie, da pochi problemi dal punto di vista sanitario. Infatti in caso di attacco di afidi o cocciniglie ma anche per semplice tolettatura del fogliame risulta molto semplice intervenire sulle lunghe foglie carnose e quindi rimuovere eventuali parassiti.
In ogni caso va sempre posta molto attenzione a questi interventi al fine di non creare lacerazioni delle foglie.
Curiosità – Le clivie vengono utilizzate come piante da vaso fiorito ma possono essere anche utilizzate come specie da fiore reciso. Un grosso freno a questo è dato però dal ciclo molto lungo della pianta che impiega circa 4-5 anni dalla semina alla fioritura.
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Nel  1600 arrivò, in Europa, il fiore (dalla lontana Cina) che già  da diversi secoli era il vanto dei giardini dell’Imperatore giapponese:  Il crisantemo. In Giappone, infatti, una varietà di questa  erbacea, lo hironishi, dai caratteristici  sedici  petali diventava  già all’inizio del IV secolo simbolo del sole e  fiore dell’Imperatore. Il fiore veniva considerato simbolo  dell’Immor­talità proprio per la caratteristica longevità della fioritura  e per  la  capacità di combattere la ritenzione idrica,  una  delle cause principale dell’invecchiamento nell’uomo. Appartenente alla famiglia delle Composite il crisantemo,  (Cry­santemum  indicum) nel corso degli anni ha subito una  evoluzione notevole  a seguito delle numerose ibridazioni con altre  specie. In Italia, questa pianta, è principalmente utilizzata come  pianta da  fiore  reciso  e le numerose varietà  vengono  apprezzate  e coltivate  per offrire un prodotto molto ricercato agli inizi  di Novembre e  in coincidenza della Ricorrenza dei Morti.  Solo  in Italia,  però, si è riscontrato questo abbinamento in  quanto  in altri  paesi  il crisantemo grazie  a  coltivazioni  programmate, fiorisce  tutto l’anno e le coltivazioni, in virtù  dei  numerosi ibridi  con portamento ridotto, sono molto adatti alla  creazione di vasi fioriti utilizzati per le diverse occasioni e in tutti  i periodi  dell’anno. La versatilità del fiore si  manifesta  d’al­tronde  anche con una gamma di colori e di tonalità molto  ampia nei quali manca solo il blu e questo anche grazie  all’isolamento di mutazioni somatiche (sports). La propagazione della specie si effettua principalmente per talee anche  se  in  alcune varietà come la Turner, coltivata per  la fioritura autunnale, è conveniente utilizzare i polloni radicali prelevati in primavera dalla base delle piante di un  anno. Questo tipo  di  tecnica può comportare delle anomalie  come  la  facile trasmissione  di malattie e può condurre facilmente  a  processi degenerativi.  La riproduzione per talea, fatta  generalmente  da ditte  specializzate che attuano moderne tecniche di risanamento del materiale di propagazione, dà ovviamente garanzie maggiori di sanità delle nuove colture anche se chiunque volesse  riprodurre qualche  pianta  per talea può riuscire facilmente  nello  scopo. Basta recidere dei segmenti con 5-6 foglie e privarle delle prime tre foglie basali; così approntati vanno sistemati in un substra­to  di  torba  e perlite in parti uguali e posti  a radicare  in ambiente ombreggiato a temperatura di circa 18-20 gr gradi.  L’even­tuale  utilizzo  di ormoni radicanti migliora  la  qualità  delle radici  e ne accelera lo sviluppo. La  produzione in casa di un nutrito numero di piantine  da la possibilità a chi ha a disposizione un giardino di formare delle aiuole fiorite durante il periodo autunnale molto belle nei quali abbinamento  di  due-tre colorazioni diverse pu creare  effetti cromatici di sicuro effetto. In ogni caso, per avere delle piante più omogenee nello sviluppo, è consigliabile ricorrere all’acqui­sto  esterno  visto nell’insieme il costo molto  contenuto  delle piante.

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Il nome di difficile pronunzia non ha limitato la coltivazione e l’interesse botanico verso la Dieffenbachia che deve il suo nome al naturalista tedesco che la scoprì.  Aracea perenne, originaria delle foreste tropicali dell’America centrale, viene utilizzata come pianta ornamentale da vaso a fogliame decorativo ed è molto apprezzata per le sue grandi foglie verdi screziate di bianco o di giallo e per la facilità della sua coltivazione. Tra queste, quelle che più si trova frequentemente negli appartamenti o negli uffici per la sua bellezza è la Dieffenbachia amoena, specie caratterizzata da vigorose foglie, molto ampie, alte fino a tre metri e molto resistenti alle più svariate condizioni  ambientali.  Di sviluppo più ridotto la specie D. picta originaria del Venezuela con portamento più compatto e fogliame con marmorizzazioni bianco-crema e la D.exotica originaria del Costa Rica apprezzata per la tendenza ad emettere germogli ascellari alla base che le danno il tipico portamento a cespuglio. In casa le Dieffenbachie vanno posizionate in un angolo luminoso e umido allo scopo di ottenere uno sviluppo costante e regolare della pianta stessa. Pertanto è necessario posizionare nel sottovaso una manciata di argilla espansa o ghiaia che vanno tenuti immersi in acqua e sopra va posizionato il vaso; così facendo l’acqua evaporano tiene costantemente inumidita l’aria normalmente molto secca in casa a causa dei termosifoni durante il periodo invernale e delle alte temperature durante l’estate. Anche il substrato deve tener conto di queste particolari esigenze e deve essere costituito preferibilmente da foglie di faggio mediamente decomposte e torba in parti uguali. Le caratteristiche di tale miscuglio, permeabile e poroso accompagnate da irrigazioni costanti oltre a garantire la costante crescita della pianta eviteranno l’insorgere di malattie fungine e marciumi (Rhizoctonia solani, Phytophthora) di cui la pianta è particolarmente predisposta. A tal proposito vanno evitate le spruzzature di acqua sulle foglie che, in ogni caso, vanno limitate solo alle giornate troppo calde e ristrettamente il mattino. Periodicamente vanno, pulite le foglie con una spugnetta inumidita per rimuovere eventuali depositi di polvere che rendono opaco il fogliame evitando di utilizzare sostanze oleose che occluderebbero gli stomi rendendo difficoltosa la normale traspirazione della pianta. Il ciclo di vita in appartamento è molto lungo e pertanto può capitare che le piante invecchiate perdano il loro fascino. In questo caso è possibile prelevare porzioni di stelo che immersi in acqua hanno la capacità di emettere le radici dopo circa 40-50 giorni. Si provvederà quindi al trasferimento in vaso con terriccio e dopo 4-6 mesi la pianta ottenuta tornerà ad avere la bellezza della pianta madre.  Per la particolarità di avere foglie tossiche e velenose va tenuta cura nel tenerle fuori dalla portata di bambini.

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L’Hebe, un piccolo arbusto sempreverde, è indigena nelle terre verdeggianti della Nuova Zelanda, dove crescono spontanee diverse specie di piante, uniche al mondo, tra le quali l’Hebe è il genere più ricco. I maggiori garden italiani propongono una vasta gamma di questi arbusti provenienti dall’emisfero australe, fioriti e sempreverdi, ideali per la coltivazione in giardino, sul terrazzo e sul balcone.L’Hebe sempreverde e le sue cultivar è molto usata nelle aiuole, nelle scarpate e per la formazione di bordure, mentre le varietà nane sono ottime nei giardini rocciosi e rappresentano bellissimi ornamenti verdi, coltivate in vaso sul terrazzo e sul balcone. L’Hebe fiorita, spesso confusa con la Veronica per la somiglianza delle infiorescenze, si distingue perché è un arbusto, mentre la Veronica è una pianta perenne. È disponibile in molteplici specie e forme e tra le più particolari menzioniamo l’Hebe ochracea ‘James Sterling’ e l’Hebe Golden Nugget’, entrambe con folta vegetazione e foglie simili alle conifere, dal colore gialloverde dorato che d’inverno diventa giallo bronzeo. Nelle altre specie, il fogliame è comunemente rotondo e vi è una grande varietà di colori, forme e grandezze. Le foglie dell’Hebe pinguifolia Pagei’, ad esempio, sono notevoli per la colorazione grigio-blu, quelle dell’Hebe buxifolia hanno il colore verde cupo e, come indica il nome della specie, ricordano il fogliame del bosso. Molto interessante è l’Hebe pimeloides, un arbusto basso, quasi tappezzante, con foglie di colore grigio-blu intenso. Le cultivar ‘Mdsummer Beauty’ e Nicolas Blush’, invece, hanno il portamento eretto, molto ramificato, e possono raggiungere un’altezza di 1,25 m. Il fogliame della’Red Edge’ si colora di rosso in primavera. La maggior parte di questi arbusti ha il portamento molto compatto; in primavera si può eseguire la toelettatura accorciando i rami troppo lunghi. Si distingue tra le diverse specie coltivar di Hebe anche in base al colore delle infiorescenze a spiga. Dell’Hebe albicans, originariamente a fioritura bianca, sono disponibili cultivar con fiori blu, viola, marroni e rosa pallido. L’Hebe macrocarpa brewfolia si riveste da agosto ad ottobre di inflorescen-ze q spiga rosse, l’H. ‘Summer Blue’ porta fiori azzurri, le Nicolas BlusW e ‘Pink Paradise’ fioriscono in rosa. L’Hebe buxifolia produce fiorellini bianchi, lo stesso colore delle inflorescenze delle specie ochracea, cupressoides, larkii e pinguifolia, mentre l’Hebe salicifolia presenta una bella fioritura lilla. L’Hebe ama il caldo, una posizione soleggiata e un suolo poco calcareo, ben drenato. Per proteggere le radici da un eccesso di calcare, si consiglia di scavare una buca piuttosto ampia e riempirla di torba da giardino prima di mettere a dimora la pianta. L’Hebe ha buona resistenza al freddo invernale e può svernare in una posizione riparata. Le specie tipiche, come ad esempio l’H. ochracea e l’H. sutherla e le piante coltivate in pien’aria sono più resistenti alle gelate delle specie ottenute dall’ibridazione, ad esempio l’H. buxifolia, e delle piante in vaso, che trascorrono l’inverno preferibilmente in serra, nella veranda o nel locale lavanderia. Anche se è una pianta poco vistosa, l’Hebe vanta un gran numero di appassionati, di cui alcuni hanno fondato la “Hebe Society”. Questo club promuove la produzione di Hebe e di altri generi spontanei soltanto nella Nuova Zelanda con lo scambio di talee, la pubblicazione di un notiziario trimestrale e un sito Internet. La “Hebe Society” è nata in Gran Bretagna ed ha associati in tutta l’Europa, nel Nord America e nella stessa Nuova Zelanda.

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Tempo di fucsie. La nostra vita oltre ad essere scandita dagli anni trova motivo di diletto nel susseguirsi delle stagioni caratterizzate dal variopinto sbocciare dei fiori. Anche  se le coltivazioni in serra alterano questo sistema anticipando o ritardando alcune di queste. Con giugno, sono la fucsia con i loro fiori penduli di colore vario soprattutto rossi e viola e con il fogliame dalla colorazione verde intenso a colorare i balconi. Appartenente alla famiglia delle Enoteracee, il genere Fucsia o migliore Fuchsia non ha altri parenti famosi eccezione fatta per la castagna d’acqua che cresce sul Po, ma da solo acquista un importante collocazione come pianta da  appartamento e, anche se meno apprezzata, come pianta da giardino. Quanto detto è forse restrittivo perché le fucsie sono delle piante molto versatili e oltre al classico vaso fiorito è possi­bile costituire dei cestini o basket pensili con varietà a fogliame ricadente che, con il loro fiore bicolore e il verde fogliame, formano delle autentiche cascate di colore. Altro sistema per valorizzare queste piante è quello di obbligarle a una crescita ad alberello oppure sistemare la parte aerea a forma piramidale con varietà come la “Cascade” riconoscibile per i fiori a calice bianco e la corolla rossa. Resta beninteso che per educare la pianta alle varie forme è necessario ricorrere a varietà diverse per le quali conviene farsi consigliare dal fiorista presso cui si provvede all’acqui­sto.  Poche ma molto importanti sono le norme da seguire per la coltivazione di fucsia sia in appartamento che in giardino e tengono conto che queste sono delle piante  perenni, cioè che vivono più anni, e che non amano gli eccessi nè di luce né di ombra.  In considerazione di quanto detto, le piante non devono essere esposte in balcone come solitamente si fa per i gerani ma vanno posizionate in modo che il sole diretto venga ridotto a poche ore e per motivi diversi durante i mesi invernali vanno tenute in luogo riparato in quanto temono le gelate invernali e le brinate tardive primaverili per cui l’esposizione all’aperto va effettuata quando le condizioni termali sono del tutto stabili. Il substrato in cui vanno coltivate deve essere ben drenato sistemando possibilmente una manciata di argilla espansa o ghiaia nel fondo del vaso e ricco di humus. Durante il periodo della fioritura oltre agli apporti di azoto che devono essere costanti durante tutta la coltivazione, l’ag­giunta di potassio diventa indispensabile per avere una fioritura molto intensa e protratta. Proprio al fine di protrarre al massi­mo il periodo di fioritura è consigliabile eliminare le corolle avvizzite con una forbice sottile in modo da esaltare la colora­zione. Diverse sono le varietà presenti in commercio e tra queste la Fucsia fulgens alta fino al metro di altezza e con fiori molto lunghi (7-8 cm) e la magellanica con fiori a gruppi di due o tre con calice di colore cremisi e corolla porpora-violetta. Quelle più ricercate restano le varietà a fiori bianchi e a fiore doppio come  la “Igloo Maid” oppure sempre a corolla doppia, bianca e calice rosso la varietà “Swintime”.

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Le Marantacee sono piccole piante ornamentali cespito­se rizomatose con foglie colorate disposte a rosetta (Gen. Calathea) oppure con brevi steli (gen. Maranta), originarie delle zone caldo-umide del Sud America, utilizzate per la decorazione di interni da sole oppure in composizione con altre specie. Diverse sono le  specie coltivate e tra queste  Maranta leuconeura e la Calathea Makojana  o anche Maranta Makoyana. La  Calathea è originaria del Brasile e si presenta con numerose foglie a portamento eretto che si dipartono da un corto rizoma, il lembo fogliare è lungo fino a 25 cm con picciolo di 30-35 cm; la colorazione è verde oliva lucente al bordo, più sfumato al centro con macchie verde scuro sulla pagina superiore e marrone su quella inferiore. È la specie più apprezzata e diffusa. La particolarità che la contraddistingue è data dal fatto che al crepuscolo porta le foglie in posizione eretta tanto da sembrare che prega da qui il nome dato da alcuni di “pianta della preghiera”. Tutte le marantacee richiedono ambiente di coltura caldo-umido ed ombreggiato con  temperature ottimali  comprese tra 20 e i 28°C, umidità relativa molto elevata (80-90%) e bassa intensità luminosa (9-10.000 lux). Queste caratteristiche la rendono adatte a riempire gli angoli meno illuminati dell’appartamento o le stanze esposte a est o ovest notoriamente le meno illuminate dai raggi del sole. Per avere delle belle piante in casa occorre coltivare su un substrato organico grossolano, molto poroso e permeabile, pH tra 5 e 6 utilizzando preferibilmente un miscu­glio di terra di brughiera e foglie di faggio indecomposte in parti uguali. Se si vuole “viziare” la Calathea occorre concimarla con sangue secco al 5 per mille ogni 2-3 mesi  e fertirrigare ogni 15-20 a concentrazioni inferiori all’1 per mille. Durante la crescita si consiglia di bagnare regolarmente e mantenere elevata l’umidità dell’aria per non provocare l’arrotolamento delle foglie ed il disseccamento dei margini.
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Nella coltura occidentale l’orchidea è considerata un fiore raro e prezioso e da sempre viene apprezzato per la durata e la raffinatezza dei colori adatto per essere regalato in particolari occasioni anche in considerazione del notevole prezzo di mercato. Questo perché in passato la coltivazione era riservata a pochi “eletti” che ne conoscevano le caratteristiche di coltivazione ed erano attrezzati con impianti serricoli atti a matenere un ambiente idoneo. Le esigenze delle Orchideacee in genere si discosta tra l’altro notevolmente dalle altre specie da fiore e non solo per quanto riguarda le esigenze climatiche ma in particolare per il substrato di coltivazione trattandosi di piante epifite e che quindi devono il loro nutrimento a radici aeree oltre al sistema radicale posto alla base. Questo e altri fattori ha fatto si che per la coltivazione si pensasse che tali piante potessero crescere in modo soddisfacente solo in serra e che solo giardinieri di comprovata abilità riuscissero a ottenere fioriture soddisfacenti. Questo è vero solo in parte in quanto alla famiglia delle Orchideacee appartengono circa 750 generi con più di 20.000 specie dai quali sono derivati una quantità notevole di ibridi e varietà che hanno la caratteristica di svilupparsi non solo sugli alberi e arbusti senza peraltro parassitarli come le specie epifite anzidette ma di tante altre che vivono e si sviluppano nel terreno. E’ però vero che la gran parte di quelle coltivare dall’uomo sono specie epifite che hanno la peculiarità di formare dei germogli dal rizoma principale che sta sulla superficie del vaso e sviluppa le radici verso il suo interno e che successivamente ad intervalli forma dei pseudobulbi che a loro volta danno vita a foglie. Questi pseudobulbi fioriscono in genere una sola volta mentre se ne continuano a formare altri che a loro volta produrranno foglie e quindi fiori. Il problema maggiore per la coltivazione è la preparazione di un giusto miscuglio che prevede l’utilizzo in parti uguali di terra grassa fibrosa, terriccio di foglia o torba, muschio di fagno a pezzi e sabbia grossolana o perlite. In passato era molto utilizzato, visto i notevoli risultati, terriccio e fibra di Osmunda ma dopo l’eccessivo sfruttamento dei depositi naturali di questa felce si è rischiato di estinguerla e pertanto è diventata una specie protetta al pari delle stesse orchidee spontanee presenti in Italia su quasi tutto il territorio nazionale. L’affinarsi delle tecniche di coltivazione ha però permesso di sostituire l’Osmunda con altri substrati di origine naturale come la scorza grossolana di pino. Per coloro che intendono regalare quello che in Tailandia, uno dei maggiori produttori di questo fiore al mondo, viene chiamato “fiore del sorriso”, nella scelta delle piantine o del fiore reciso deve tener conto di alcuni fattori importanti come la freschezza del prodotto, la brillantezza e la consistenza del fiore e malgrado le convinzioni comuni va considerato il numero dei fiori aperti e non quello della lunghezza dello stelo.


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ll papiro è una delle più antiche specie erbacee conosciute risalente, come tutti sanno all’antico Egitto, da cui deriva il nome, traduzione di “il regale”. Il destino passato e la fama, sono strettamente collegati all’utilizzo della pianta per la produzione della carta, di cui primi gli Egiziani e successivamente le popolazioni mediterranee ne fecero uso prima che venisse soppiantato dalla pergamena e successivamente, con il Medioevo, dal nuovo procedimento di fabbricazione della carta ad opera dei Cinesi. La maggior parte delle specie del genere Cyperus di cui il papiro fa parte, vive rigogliosa in luoghi paludosi o acquitrinosi formando ciuffi di numerosi fusti esili, simili a giunchi e senza nodi alti fino a cinque metri che terminano alla sommità con strette brattee disposte a raggiera con infiorescenze simili a quelle delle graminacee. Le foglie si trovano invece alla base formando delle guaine appena visibili che avvolgono il fusto. In Europa è possibile trovarlo allo stato naturale solo in Sicilia alla foce del fiume Ciane presso Siracusa mentre la coltivazione in casa è frequente un po’ dovunque per la bellezza e la rigogliosa vegetazione.
Il Cyperus papyrus è però la specie più difficile da coltivare in casa visto la necessità di caldo umido, ma in condizioni ottimali, raggiunge i due-tre metri d’altezza con fusti triangolari e grossi fino a due-tre cm e con colorazione verde intensa. Ne esiste anche una varietà nana quasi in miniatura che raggiunge solo i 50-60 cm di altezza. Prende impropriamente il nome di papiro ma il più coltivato in casa è il Cyperus alternifolius alto 1-1,20 metri circa con fusti sottili e quasi triangolari e con ombrella comprendente 12 brattee simili a foglie leggermente penduli e flessibili. Di questa specie ne esiste una varietà, la Gracilis che ha un aspetto quasi a miniatura rispetto alla precedente con brattee verde scuro e rigide. Per coltivare in casa con successo un Cyperus occorre un vaso con un terriccio ricco di sostanza organica preferibilmente proveniente da composta. Una volta trapiantate una o più piantine occorre mantenere una temperatura mai al di sotto di 10C° salvo per il Cyperus papirus che richiede temperature minime di 15-18C°. Per assicurare il giusto grado di umidità, occorre sistemare il vaso dentro un sottovaso tenuto costantemente riempito d’acqua mentre per stimolare la crescita durante il periodo vegetativo va somministrato un normale fertilizzante ogni quattro settimane. L’epoca migliore per procedere alla propagazione è la primavera scegliendo fra due possibilità: suddivisione del cespo oppure facendo radicare delle talee. Nel primo caso dopo aver svasato la pianta va tagliata la zolla dall’alto in basso incidendo inizialmente il terreno con un coltello fino a quando non è possibile inserire le dita e effettuare il completo distaccamento ; una pianta può essere suddivisa anche in più parti a seconda del cespo radicale. Si può anche sfruttare la capacità rizogena dell’apice della pianta che una volta tagliato e spuntate le brattee va posizionato capovolto in una terrina e tenuto fino all’avvenuta emissione delle radici in acqua. Una volta radicato la nuova piantina può essere trasferita in vaso, inizialmente di 10 cm, con terriccio.

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Piante rizomatose acauli appartenenti alla famiglia delle Agavacee caratterizzate da foglie a superficie piana o cilindrica coriacee e fibrose, originarie dell’Africa tropicale. Sono apprezzate per la loro elevata resistenza in appartamento e per l’adattamento alla formazione di composizioni.
Terricci0 – Anche se esiste la tendenza ad allevare la sansevieria in grossi vasi, si tratta in pratica di piante con apparato radicale abbastanza ridotto e quindi non sono richiesti grandi volumi di substrato. Il substrato adatto alla specie è quello composto da terra limosa mista a terriccio di foglie e integrato con concimi a base elevata di potassio.
Esposizione – Nonostante sia una pianta grassa ha poca esigenza di luce e si adatta a condizioni diverse di luminosità, proprio per questo notevole adattamento si rende molto interessante dal punto di vista della coltivazione in casa .
Propagazione – Si propagano per talea di foglia o per separazione dei germogli presenti nelle piante adulte. Nel primo caso vanno messe a radicare sezioni trasversali di foglie di 10 cm di lunghezza lasciate qualche giorno ad asciugare , in modo che si formi il callo di cicatrizzazione, con substrato di torba e perlite. La separazione delle piante adulte consente ovviamente di ottenere più velocemente una o più piante nuove a seconda dello sviluppo della pianta di provenienza.
Irrigazioni – Non si deve eccedere con le annaffiature e in particolare occorre che il terreno venga lasciato asciugare prima di intervenire con una nuova irrigazione mentre durante l’inverno vanno distanziate maggiormente. Come tutte le piante grasse, inoltre, vanno assolutamente evitati i ristagni d’acqua e pertanto sul fondo del vaso va predisposto un buon drenaggio.
Malattie – Non esistono in pratica problemi parassitari legati alla coltivazione di questa specie se non quelli provocati da una eccessiva irrigazione o umidità del substrato che può provocare attacchi di fusariosi.
Curiosità – Nella propagazione per talea molte volte le piante ottenute perdono la tipica colorazione gialla sul bordo delle foglie per cui i vivaisti tendo a propagare le piante di sansevieria per coltivazione di piccole parti terminali della pianta (apici vegetativi)

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La pianta dello Spathiphyllum è originaria delle zone tropicali del Centro e del Sud America e delle isole dell’Asia sud orientale. A questo genere appartengono 35-36 varietà che si differenziano sia La pianta è composta da molte foglie che partono da terra e variano da una forma ovoidale a una forma lanceolata. Il fiore è di colore bianco e solitamente ha origine da una gemma ascellare di una foglia. Queste piante amano dei terricci ben drenati ma necessitano d’irrigazioni costanti. Le temperature non devono scendere al disotto degli 8-10 gradi. Durante il mese estivo è necessario abbondare nelle irrigazioni, mentre nel periodo umido diminuire la frequenza mantenendo comunque il composto sempre leggermente umido. Le concimazioni sono di fondamentale importanza sia per la fioritura che per il fogliame. Per concimare lo Spathiophyllum è preferibile utilizzare un concime moderatamente azotato, con le giuste proporzioni di macro elementi per garantire fiori grandi e fioriture durature. La frequenza della concimazione varia in base al periodo vegetativo (nei mesi più caldi somministreremo meno concime ma più frequentemente, mentre nei mesi freddi ridurremo le concimazioni a due volte al mese
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Dicembre è indubbiamente il mese in cui si concentrano molte aspettative: l’anno vecchio ormai al termine lascia il posto quello nuovo in arrivo. Un mese ricco di feste quasi una sorte di dispetto alla natura che dopo fasti estivi e i colori di inizio autunno adesso riposa anch’essa in attesa della propria festa che coincide con l’arrivo della primavera. Ciò non toglie che nonostante i traguardi tecnologici notevoli raggiunto anche in questo mese la tradizione la fa da padrone e pertanto in ogni casa non mancherà l’albero di natale, il muschio nel presepio, la strenna con l’agrifoglio e l’immancabile stella di Natale.
La Poinsettia o Stella di Natale (Euphorbia pulcherrima) in questi ultimi anni, in particolare, vive un interesse crescente anche per il fatto che il Natale è la festa in cui prevale il colore rosso e le brattee della Poinsettia il più delle volte confuse con il fiore rispondono a questa richiesta di mercato. La pianta in natura in effetti ha un portamento arbustivo e raggiunge anche i due metri di altezza. Nelle coltivazioni sotto serra, in coltura intensiva, viene invece trattata con ormoni nanizzanti che oltre ad ridurne l’altezza ne migliorano l’impalcatura dei rami. L’utilizzo di ormoni tra l’altro ha coinciso con un utilizzo diverso della pianta che fino a circa un decenni fa veniva utilizzata come pianta da fiore reciso. La bellezza della pianta è data dalle brattee colorate rosse, rosa, arancio e bianco a seconda delle varietà che vengono tale volta scambiati, a torto, per i fiori che invece anche se riuniti in ciazii sono poco vistosi. Per chi si appresta ad acquistare una Stella di Natale va ricordato che la qualità della pianta è da individuare dalla vivacità dei colori, dal rigoglio vegetativo e dal numero di steli. Vanno scartate le piante che si presentano con fogliame ingiallito e non uniforme. Verificare che l’attaccatura degli steli sia ben salda e le infiorescenze ancora non completamente aperte. Le piante vanno tenute lontane da fonti di calore ed all’immediato contatto con termosifoni e camini accesi mentre va verificata l’umidità dell’ambiente in quanto l’aria eccessivamente secca provoca la perdita delle foglie delle piantine. Poche sono le esigenze colturali della pianta tenuta in ambiente chiuso: irrigazioni  regolari una volta verificata che il substrato contenuto nel vaso sia asciutto e una concimazione con concime completo disciolto in acqua all’1% con cadenza quindicinale. Una volta completata la fioritura la pianta incomincerà a perdere le foglie (fine gennaio circa) e quindi successivamente va potata molto corta e sistemata in luogo fresco e poco illuminato; le irrigazioni vanno diradate. Si effettuerà, così, lo svernamento della pianta che successivamente in piena primavera verrà portata gradualmente in piena luce ed all’aperto per iniziare un nuovo ciclo.

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La Zantedeschia o più comunemente calla è una Aracea originaria del Sud Africa e in Italia è diffusa soprattutto la Zantedeschia aethioica. La bellezza di questa pianta consiste soprattutto nella grande spada bianca che avvolge lo spadice gialliccio molto in risalto sul vivace fogliame verde. Le foglie come anche il fiore sono sostenute da un lungo picciolo e sono sagittate o lanceolate, appuntite e con margine intero. Nel suo ambiente naturale e nelle regioni più calde dell‘Italia fiorisce da dicembre ad aprile in condizioni molto diverse di  esposizione che vanno dalla penombra al pieno sole. Durante il periodo vegetativo il terreno va mantenuto costantemente umido mentre nel periodo di riposo che nella nostra regione coincide con il periodo invernale va mantenuta più asciutta senza che il terreno si asciughi completamente e riparata dal freddo. Per evitare gravi danni durante la stagione invernale i tuberi presenti in giardino vanno coperti con uno strato di paglia o con un telo di tessuto non tessuto. Al contrario di molte altre specie da vaso fiorito preferisce un miscuglio semi-pesante ma con buona presenza di sostanza organica ben decomposta. Un terreno ideale per la coltivazione in vaso di tale pianta prevede un miscuglio a base di compost, terra da giardino, torba e sabbia. Durante l’estate la calla può restare all’aperto ma a partire dall’autunno riportarla in casa e all’apparire dello scapo fiorale mantenerla a 10°C. circa dopo la comparsa dello scapo tenere la pianta più al caldo. Per propagarla operare suddividendo i tuberi e impiantandoli in nuovo vaso durante il periodo di riposo vegetativo.

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Alberi

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Generalità: l’Abete è una conifera sempreverde, originaria dell’America settentrionale; si tratta di un albero a crescita abbastanza lenta, mediamente longevo, che può raggiungere i 15-25 metri di altezza, ed i 3-8 metri di larghezza. Gli esemplari giovani hanno la classica chioma di forma conica, con l’età questo abete assume una forma più allungata, a candela. Il fusto è eretto, e presenta ramificazioni orizzontali, solo i rami vicino al suolo tendono leggermente verso il basso; il fogliame è costituito da aghi, lunghi 4-7 cm, di colore verde-bluastro, spesso rivolti verso l’alto. In primavera produce infiorescenze femminili e maschili, di colore diverso, seguite da pigne legnose, che cadono dall’albero in autunno, rilasciando i semi. Albero molto adatto come esemplare singolo, necessita di molto spazio per svilupparsi al meglio; esistono alcune cultivar con aghi intensamente colorati.
Dove si può collocare: preferisce i luoghi soleggiati, o semi-ombreggiati; non teme il freddo. Nelle zone con estati molto calde è consigliabile porre a dimora la pianta di Abete all’ombra, per evitare il calore eccessivo. Questo albero sopporta abbastanza bene il calore, in ogni caso meglio di molti altri abeti.
Annaffiature: l’abete in genere si accontenta delle piogge; può sopportare periodi di siccità anche prolungati.
Terreno: si coltiva in terreno fertile e profondo, molto ben drenato. Si sconsiglia di porre a dimora l’Abete in luoghi che dispongano di terreno poco profondo, nei pressi di scantinati o fondamenta di abitazioni, poiché l’apparato radicale di un albero di dimensioni cospicue può essere molto invasivo.
Parassiti e malattie: può venire colpito dall’afide del cedro e dalla processionaria.
Curiosità: Le foglie, ricche di provitamina A, anticamente venivano utilizzate per curare malattie agli occhi.
L’Olio di Abete è un olio siccativo che trova impiego nella fabbricazione di vernici, diluenti e come combustibile. Il suo legno è molto utilizzato in Giappone per la costruzione di case antisismiche. Usato come profumo (per esempio applicato sugli abiti) aiuterebbe a sentirsi più forti e protetti in situazioni o con persone ostili.

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L’albero di  Natale per eccellenza è l’abete rosso (Picea excelsa o abies) detto anche peccio e da qui il nome di peccete ad indicare le foreste di questa pianta che caratterizzano il paesaggio alpino rendendolo tra i più suggestivi in Europa e forse nel Mondo. L’abete rosso è una pianta molto longeva (vive circa 400 anni) e raggiunge dimensioni ragguardevoli (circa 50 metri) con un fusto eretto e slanciato, una chioma verde scura, la corteccia sottile e rossastra. L’accrescimento è lento nei primi 10-15 anni, successivamente la crescita è sostenuta fino alla tarda età. Le piante di abete rosso hanno un apparato radicale molto superficiale e molte volte il peso della chioma combinato a quello del vento ne può provocare lo sradicamento. Per questo il suo utilizzo nei giardini va ponderato in stretta relazione alla profondità del terreno sottostante al fine di evitare spiacevoli crolli. Nessun problema invece per quanto riguarda la qualità del terreno e il clima visto che le piante si adattano a qualsiasi tipo e sopportano molto bene sia le estati calde che gli inverni molto rigidi. Per essere sicuri di possedere a Natale un rigoglioso abete diventa importante acquistarlo 1-2 mesi prima delle festività da un vivaista serio con pianta preferibilmente certificata. Una volta rinvasato e innaffiato può essere lasciato all’esterno per poi essere gradualmente portato all’interno dell’abitazione possibilmente in un locale non riscaldato. Una volta finito l’utilizzo, sempre gradualmente va riportato all’esterno oppure è possibile donarlo ai Comuni attrezzati al recupero degli alberi natalizi che lo utilizzeranno per il rimboschimento di aree dismesse. Il legno di abete rosso commercialmente definito abete di Moscovia è tra i più ricercati in virtù dell’infinità di impieghi: edilizia, infissi, mobili e fiammiferi. Da alcuni rari esemplari presenti in Trentino si può ottenere la cassa di risonanza per alcuni strumenti musicali.

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23wfnpLa mimosa è originaria del continente australiano. In Italia resistono bene nei climi temperati del centro sud, ma si possono coltivare anche sulle coste dei grandi laghi del nord ove possono beneficiare di temperature più miti. La coltivazione in altre zone deve essere effettuata in vaso o in serra. La pianta di mimosa può raggiungere anche grandezze considerevoli. Le foglie sono composte da tante foglioline poste perpendicolarmente alla nervatura principale. Alcune varietà non presentano le classiche foglie, ma hanno delle foglie trasformate che sono come dei rametti appiattiti che prendono il nome di filladi.
L’infiorescenza è composta da un insieme di capolini globosi da cui si dipartono numerosi stami. La grande quantità di fiori conferisce a questa pianta un fascino tutto particolare.
Il terreno ideale per la fioritura è quello tendenzialmente acido, con una buona struttura che assicura una buona umidità ma allo stesso tempo un buon drenaggio. Si consiglia di apportare sostanza organica (humus) periodicamente (una volta l’anno), è ciò sia la fine di garantire alla pianta l’apporto delle giuste sostanze nutritive che per migliorare la struttura del terreno. Le mimose che presentano filladi sono più resistenti Il periodo migliore per la messa a dimora della mimosa è quello che va da ottobre a marzo. Nelle zone più fredde può essere coltivata in serra con l’accortezza di non far scendere la temperatura al di sotto degli 0 gradi. Il vaso deve essere cambiato circa ogni due anni. Si ricorda che il diametro del vaso non deve crescere eccessivamente, sia per un fattore estetico che per conservare una giusta proporzione tra l’apparato aereo e quello radicale

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Tradotto dal latino, il nome, letteralmente significa aguzzo, acuminato ed è la caratteristica saliente che contraddistingue le foglie degli aceri ed in particolare dell’acero riccio (acer platanoides). Questi, alto fino a trenta metri è tipico delle regioni fredde ed in Italia è presente dalle Alpi agli Appennini centrali, fiorisce da Aprile a Maggio e produce un legname compatto e color avorio. In generale gli aceri vengono suddivisi in indigeni, esotici; entrambi oltre per gli usi industriali destano molto interesse come piante ornamentali. Al gruppo degli aceri indigeni fanno parte oltre all’acero riccio anche l’acero campestre, il monspessulanum, l’opalus e il pseudoplatanus. L’acero campestre detto anche oppio o testucchio, raggiunge i 10-15 metri di altezza, ha una chioma rotondeggiante e vive allo stato naturale nella fascia del Castanetum. Il Castanetum è una delle cinque zone fitoclimatiche ove vive un certo tipo di  vegetazione condizionata dal clima; oltre all’acero vivono in questa fascia farnia, rovere, orniello e carpino. E’ da sapere, inoltre, che  in passato era utilizzato nelle regioni del centro Italia per formare dei filari come sostegno vivente della vite. L’acero monspessulanum, detto più comunemente acero  minore, castracane o cestuccio, è di sviluppo più contenuto rispetto ai precedenti (6-7 metri) ha rami e foglie opposte con foglie a tre lobi interi e raramente dentati originario dell’area del Mediterraneo. Il loppo ( acero opalus) alto fino a 20-25 metri  e più frequente nei boschi mediterranei ha foglie lunghe 4-10 cm con cinque lobi e picciolo con sfumature di rosso. Il pseudoplatanus o acero montano o loppone è sicuramente la specie più diffusa ed è possibile incontrarlo dalle Alpi alla Sicilia dai 200 ai  2000 metri sul livello del mare. Alto 30- 40 metri possiede una chioma imponente, non forma da solo boschi estesi ma vive bene in  zone fredde in mezzo a faggi, castagni e frassini, molto diffuso nei parchi e nei  viali, ottimo per la produzione di  legname per mobilio, lavori di ebanisteria e come legna da ardere. Lo stesso Stradivari, celebre liutaio cremonese, è stato il primo ad utilizzare il legno di acero per formare il ponte che sostiene le corde del violino come anche per il fondo, le fasce laterali e i manici. Al gruppo degli aceri esotici appartiene l’acero negundo o americano che viene utilizzato in Italia solo ai fini ornamentali e in particolar modo la varietà variegatum dalle foglie screziate d bianco. Il Canada utilizzò la foglia dell’acero rubrum (rosso) come emblema nazionale anche se il maggiore interesse in questo paese è per l’acero saccharinum, sfruttato per estrarre dalla linfa zucchero di cui è  molto ricca. Dal punto di vista prettamente ornamentale sono però gli aceri del Giappone a fare da padrone nei giardini. Alcune varietà dell’acer palmatum, infatti, sono state selezionate e non superano i 2-3 metri di altezza con leggera chioma  a foglie dorate (varietà aureum) o, più comunemente, rosse e altre che si caratterizzano per i rami contorti come  l’acer  palmatum dissectum.

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Il bagolaro (Celtis australis L.) è un grande albero spontaneo. Sembra che il suo nome derivi dalla parola bagola, termine dialettale del nord Italia che significa “manico”, per la sua conosciuta bontà nell’utilizzo del suo legno per manici di fruste.
Il suo legno si presenta chiaro, duro, flessibile, tenace ed elastico e di grande durata, è ricercato per mobili, manici, attrezzi agricoli e lavori al tornio. E’ inoltre un ottimo combustibile.
Questa pianta è conosciuta anche con il nome spaccasassi, dovuto al suo forte apparato radicale. Può raggiungere i 25 m di altezza. Il tronco è abbastanza breve, robusto e caratterizzato (in età adulta) da possenti nervature, con rami primari di notevoli dimensioni, mentre quelli secondari tendono a essere penduli. La chioma è piuttosto densa, espansa, più o meno rotondeggiante. Le foglie sono caduche, hanno un picciolo corto (5-15 mm) e una lamina quasi ellittica o lanceolata (2-6 cm x 5-15 cm). Sono caratterizzate da un apice allungato e da base un po’ asimmetrica. La pagina superiore è più scura e ruvida. I fiori sono ermafroditi e unisessuali (maschili), compaiono con le foglie e sono riuniti in piccoli grappoli (ogni fiore misura circa 2-3 mm). La fioritura avviene fra aprile e maggio. I frutti sono drupe subsferiche di circa 8-12 mm. Dapprima di colore giallo o grigio-verde chiaro, con la maturazione divengono scure. Hanno un sapore dolciastro, ma la polpa è scarsa. Un esemplare monumentale di Bagolaro vive nel centro di San Gimignano: è alto 25 m e ha una circonferenza di 4,7 m. Il Corpo Forestale dello Stato segnala a Firenze un altro Bagolaro di notevoli dimensioni: la pianta è alta 32 m e ha una circonferenza di ben 5,5 m.

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potatura-cachi_ng1Con l’autunno la maggior parte delle piante perde le foglie lasciando i rami spogli e privi di colori eccezione fatta per alcune specie che in alternativa alle foglie lasciano ben in mostra dei frutti coloratissimi; frutti gialli che man mano diventano di un invitante color arancione : il cachi. Il Diospoyros kaki o kaki o più semplicemente cachi è una specie proveniente dal Giappone e dalla Cina. In virtù della particolare adattabilità ai vari ambienti è possibile coltivarlo in tutte le regioni d’Italia dove è presente con diverse varietà. Appartenente alla famiglia delle ebanacee di cui si conoscono circa 250 specie del genere Diospirys, forniscono oltre a frutti commestibili anche l’ebano, legno di colore nero, duro, di grana finissima e notevolmente richiesto per la creazione di mobili. Nel Meridione le piante di cachi raggiungono una altezza superiore a 10 metri assumendo una forma conica-piramidale mentre nelle regioni nel Nord Italia le piante assumono un aspetto più contenuto riuscendo lo stesso a superare gli inverni rigidi. La particolarità dei cachi è data dai frutti che possono essere partenocarpici o fecondati. Questo differenza riguarda principalmente le qualità organolettiche dei frutti oltre alla presenza o meno al proprio interno dei semi. Nel primo caso i frutti si presentano al palato sodi, ricchi di tannino e di conseguenza fortemente astringenti e pertanto per consumarli è necessario un certo periodo di ammezzimento che può richiedere 1-2 mesi. Questo processo di maturazione in ogni caso può essere velocizzato ponendo i frutti a contatto con delle mele in luogo caldo e in poco tempo le bacche assumeranno il tipico colore giallo aranciato intenso e consistenza molle. Ciò è possibile in quanto le mele come le arance immettono nell’aria etilene, elemento naturale che accelera la maturazione. Nel secondo caso, i frutti fecondati si riconoscono per la presenza di semi e nonostante una certa consistenza della polpa possono essere consumati anche all’invaiatura senza necessità di ulteriore maturazione. Altra particolarità che contraddistingue le piante di cachi è data dalla colorazione delle foglie. Queste possiedono picciolo corto, lamina di colore verde intenso sulla pagina superiore e quasi argenteo in quella inferiore e alla caduta assumono una colorazione giallo rossastra con sfumature che vanno fino al rosso rendendo la pianta piacevole alla vista e caratteristica, tanto da essere stata adottata in parecchi giardini ove i suoi colori e i suoi frutti trovano spazio tra le altre piante ornamentali. Il trapianto può risultare abbastanza semplice se si prelevano da una pianta adulta i polloni radicali che una volta completamente radicati verranno innestati a marza l’anno successivo.

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Rousseau non era considerato un amante della buona cucina ma su di esso erano le ciliegie ad esercitare un fascino particolare addirittura erotico. Anche il “nostro” Salvatore Di Giacomo non era insensibile a tale frutto “una tira altra” scriveva “come i baci” e alcune sue opere come “Era di  maggio” ed “E ‘ccerase” decantano le doti delle rosse ciliegie. Il ciliegio, albero molto noto anche per la compattezza del legno ricercato per la produzione di mobili e di lavori di ebanisteria, appartiene alla famiglia delle Rosacee genere, Cerasus della quale fanno parte numerose specie. Tra queste quelle di importanza notevole per le coltivazioni sono il Cerasus avium o ciliegio dolce e il Cerasus vulgaris o ciliegio acido. Il primo è un albero di notevoli dimensioni poco adatto per essere impiantato in un giardino di modeste dimensioni mentre diventa più interessante l’utilizzo di  piante del tipo acido o amaro che da vita alle amarene o di ciliegio dolce innestato su amarene. In quest’ultimo caso le piante ottenute sono di modeste dimensioni e possono trovare con facilità collocazione in giardino ove sarà possibile raccoglierne i frutti senza doversi arrampicare troppo in alto e inoltre difficilmente lo sviluppo della pianta sarà tale da creare problemi di eccessiva ombra all’abitazione o ai piani alti della casa. Il bello di possedere in giardino degli alberi di ciliegie consiste non solo nella bontà dei frutti  prodotti  ma anche dal fascino che queste piante hanno durante il periodo della  fioritura. Sicuramente il ciliegio è uno dei simboli della primavera insieme alle piante appartenenti alla famiglia delle Rosacee e in particolare a quelle che i botanici  raggruppano nei Prunus con i quali si identificano alberi che si accomunano per avere dei frutti  con  un solo nocciolo (drupe). Albicocco (Prunus armeniaca), pesco (Prunus persica) e il susino o pruno (Prunus  domestica) si assomigliano e si accomunano per la bellezza dei fiori di vari colori e tonalità dal bianco al rosaceo al rosso che con la loro cascata di fiori annunciano l’inizio della primavera. La bellezza di queste piante può essere ancora ammirata per il caratteristico portamento eretto e di notevoli dimensioni dalla corteccia dal colore  rosso-bruno e rossastro. Il fascino di questi alberi non è circoscritto alla sola primavera ma prosegue con l’arrivo dell’estate quando gli alberi si caricano di frutti dal giallo al rosso talora  tanto scuro da sembrare nero nelle ciliegie, rosso violaceo, giallo verdastro, blu scuro nei frutti dei susini durante l’estate e infine con l’arrivo  dell’autun­no e  la  caduta delle foglie si  manifestano gli ultimi giochi di colore. Per chi infine, non possiede il  giardino e non vuole lo stesso rinunciare alla bellezza dei Prunus può ricorrere a quelli in miniatura: i  bonsai.

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imagesLa farnia (Quercus robur L.) è un albero a foglie decidue appartenente alla famiglia delle Fagacee. Essa è la specie tipo attraverso cui il genere Quercus è definito. È la quercia più diffusa in Europa, e il suo areale è alquanto vasto. Questa pianta è caratterizzata da notevoli dimensioni, crescita lenta (cosa che ne determina il raro impiego come pianta ornamentale) e da rinomata longevità. Se lasciata crescere in autonomia può vivere sino a qualche secolo, mentre con interventi di potatura o di taglio alla base del fusto la vita può estendersi in maniera rilevante. Si calcola che alcuni esemplari viventi superino i 1000 anni di vita. Alcuni esempi: a Stelmužė, in Lituania, c’è un esemplare che si dice superi i 1500 anni (sarebbe la quercia vivente più vecchia d’Europa); a Jægerspris in Danimarca l’età di un altro esemplare, chiamato Kongeegen (Quercia Re), è stimata attorno ai 1200 anni. Distribuzione ed ecologia. Sovente la farnia è chiamata semplicemente “quercia” oppure “rovere”, termine che in realtà corrisponde all’affine Quercus petraea, quercia propria dei boschi montani. La farnia è invece un albero tipico delle pianure, che dal livello del mare giunge sino ad 800 m di quota ed inoltre ha foglie e ghiande con alcuni caratteri opposti a quelli della rovere. La farnia predilige le aree a clima temperato, le condizioni di piena luce ed i suoli ricchi di nutrienti, poco acidi o neutri, ben dotati d’acqua ed è in grado di sopportare periodiche sommersioni. Ha un vasto areale che dalla Spagna si estende sino agli Urali ed al Caucaso e dalla Scandinavia giunge in Italia Meridionale. In passato quest’albero era la specie dominante della grande foresta di latifoglie della pianura padana: il cosiddetto querco-carpineto, in cui l’altra essenza arborea caratteristica era il carpino bianco (Carpinus betulus).Usi passati ed attualiAnche nel nostro passato mondo contadino la farnia godeva di un certo riguardo. Le “roveri” fornivano pregiato legname da opera che localmente era impiegato per produrre travi per i tetti, tavole per soffittature, serramenti, porte e portoni, alberi dei mulini, componenti di carri agricoli, ballatoi, mobili ed i cosiddetti calastàr, ossia delle particolari travi che venivano poste sui pavimenti delle cantine per sostenere le botti. Quest’ultime a volte erano fatte con “rovere di slavonia”: legno di farnia di provenienza non locale o addirittura estera. Le parti dell’albero non utilizzabili come materiale da opera fornivano un’ottima legna da ardere. Il frutto (la ghianda) veniva talvolta raccolto per ingrassare i maiali e di rado anche i conigli e le oche.Tutt’oggi la farnia fornisce un pregiato legname da opera e da ardere. I suoi boschi sono piuttosto luminosi ed ospitano diverse forme di vita: dalle colonie di licheni che si insediano sui tronchi e sui rami più alti degli alberi a svariate specie di insetti, uccelli e mammiferi tra cui in questi ultimi anni è ricomparso il capriolo.

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Fraxinus è un genere di piante della famiglia delle Oleaceae che comprende circa 65 specie di alberi o arbusti a foglie decidue, originarie delle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Hanno generalmente una crescita rapida, riuscendo a sopravvivere in condizioni ambientali difficili come zone inquinate, con salsedine o forti venti, resistendo bene anche alle basse o elevate temperature; le specie più diffuse in Italia sono il Fraxinus excelsior conosciuto col nome comune di Frassino maggiore; il Fraxinus ornus noto come Orno o Orniello, utilizzato per la produzione della manna e chiamato comunemente anche Frassino da manna o Albero della manna; Fraxinus angustifolia noto col nome di Frassino meridionale.
1)Coltivazione: Il Frassino gradisce generalmente esposizione in pieno sole o mezz’ombra, si adatta a qualunque tipo di terreno purché profondo e fresco, sopporta bene i terreni umidi e con scarso drenaggio. È importante prevedere per le specie coltivate, come piante ornamentali, un buon apporto idrico nella stagione secca e la lotta contro i frequenti parassiti. La moltiplicazione avviene con la semina e il trapianto di piantine di 2-4 anni.
2)Problemi:
• Le foglie possono subire attacchi da parte di insetti adulti e larve di coleotteri e lepidotteri.
• La corteccia può subire notevoli danni per le “gallerie” scavate dai coleotteri del genere Lepersinus.
• Le foglie e i rametti vengono facilmente attaccati dall’Oidio o Mal bianco.
• Il legno può subire attacchi molto gravi dai funghi della Carie del legno che distruggendo la lignina danneggiano irreparabilmente il legname, con enormi danni economici.
3)Proprietà medicinali:
• I frutti le foglie le radici e la corteccia di frassino hanno proprietà leggermente lassativa, diuretica, antinfiammatoria, antireumatica, antiartritica.
• Dalla linfa che sgorga dalle ferite del tronco di alcune specie, come il F. maggiore ed in special modo il F. orno/orniello, si estrae una sostanza chiamata Manna con proprietà lassative e con utilizzo officinale come dolcificante adatto a bambini e diabetici.
4)Il legno di frassino: Il legno di frassino è largamente utilizzato perché è robusto e nello stesso tempo leggero e flessibile. In passato era impiegato per la realizzazione dei raggi delle ruote in legno dei carri agricoli a trazione animale, attualmente con il legno di frassino si fabbricano racchette da sci, eliche per aeroplani, vari utensili per giardinaggio, manici per martelli, strumenti musicali e molte altre cose che richiedono un legno forte e resistente. Il legno di frassino è inoltre un ottimo combustibile e i tronchi di questa pianta possono ardere bene anche quando sono ancora freschi, perché contengono una sostanza infiammabile. In Italia, si trova il frassino maggiore che abbonda nei boschi e produce ottimo legname. È noto anche il frassino orniello, dalla cui corteccia si ricava la manna.

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Dafne era una ninfa dei boschi che per sfuggire all’ardente passione di Apollo si fece tramutare in lauro e il Bernini  riprodusse in marmo la scena con una scultura  custodita nella  Galleria Borghese di Roma. Il lauro (laurus nobilis) detto anche alloro nel corso dei millenni si è ritagliato addosso molti simbolismi legati anche alla possibilità di un suo  utilizzo  come pianta medicinale. Nella antichità era ritenuta una pianta profetica, infatti con il crepitio delle sue fiamme sprigionava buon augurio e nel fumo era possibile  intravedere il futuro, inoltre era consacrata al sole, segno di vittoria per gli atleti della antica Grecia e per i generali romani ritornati in Campidoglio. Petrarca fu laureato in Campidoglio con una corona di lauro cui lui stesso aveva dedicato sonetti allegorici e per molto tempo la pianta del lauro è stata simbolo della poesia. Agli inizi di agosto a Regalbuto in provincia di Enna è ancora possibile vedere “‘a sfilata d’addauru” ove cavalli e cavalieri insieme a scalzi devoti sfilano tra le vie del paese in onore del Santo patrono Vito portando rami di alloro in segno di devozione. Arbusto o piccolo albero raramente il lauro raggiunge i dieci metri  di altezza, ed ha delle foglie sempreverdi con un  piccolo picciolo,  lanceolate  o ovato-oblunghe a margine ondulato. La presenza di cellule mucipare e oleifere presenti nella corteccia e principalmente nelle foglie tra cui tannino e cineolo fanno si, che i il lauro insieme a molte altri generi della famiglia delle lauracee a cui appartiene sia particolarmente aromatico e genera il crepitio del fuoco acceso. Non poteva essere trascurata la bellezza ornamentale delle piante di alloro che trasmettono  ai giardini con il loro fogliame lucido e coriaceo il portamento decisamente eretto. General-mente le piante vengono utilizzate da sole in modo di esaltarne la forma oppure a gruppi in  modo da formare una zona cespugliosa molto intensa che maschera angoli troppo chiusi o copre muri con imperfezioni vistose. Molto interessante può anche risultare la formazione di siepi tra lauro e lagerstroemia utilizzando due-tre piante del primo alternate a una-tre della seconda. Se  invece in un giardino si sente la necessità di  formare macchie voluminose di colore è possibile  intervenire con la formazione di una zona cespugliosa mista con laurus  nobilis, rosa rugosa, cornus alba tappezzato da cotoneaster e  Hypericum calycinum. Per la propagazione basta staccare  dalle piante  i polloni basali durante il periodo di stasi vegetativa, che generalmente sono provvisti di radici: una volta ridotti di due terzi possono essere trapiantati avendo cura di comprimere bene il terreno circostante e successivamente bagnare abbondantemente. Diverse sono le soluzioni riscontrabili in giardino ma in generale si constata la necessità di possedere la pianta forse in virtù dei simbolismi sopra accennati oppure per poter utilizzare le foglie come stomachico in infuso per sedare le coliche dei  più piccini possibilmente insieme ad alcune bucce di limone, o infine per aromatizzare la carne.

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images-1Centomilioni di anni, circa ovviamente, ma a prescindere dal conteggio esatto è una età del tutto invidiabile per uno dei generi di piante più aggraziate dai fiori vellutati e nello stesso tempo resistente al freddo intenso: le magnolie. Alcune particolari caratteristiche botaniche riscontrate sulla specie come la struttura degli stami, del polline e dei semi hanno dimostrato che la famiglia delle Magnoliacee di cui le magnolie e i liriodendri fanno parte, sono una delle prime Angiosperme comparse sulla terra durante il cretaceo superiore, finito ormai da circa sessantacinquemilioni di anni e di cui Parigi ospita ampi depositi del calcare bianco (craie) che ha dato nome al periodo geologico e che ha visto nascere tra l’altro l’attuale Oceano Atlantico. Al genere magnolia appartengono 80 specie di alberi e arbusti a foglie persistenti o caduche con fiori molto decorativi bianchi o rosati, generalmente profumati. Originarie del Nordamerica, Cina e Giappone, secondo fonti storiche, la prima magnolia arrivata in Europa fu nel 1740 su richiesta di Luigi XIV ed era una magnolia grandiflora. Questa specie è una delle più diffuse e raggiunge i 15-25 metri di altezza con delle foglie molto coriacee, ovate, lucide, lunghe 8-20 cm con picciolo pubescente e con una diversa colorazione fra le due pagine fogliari: quella superiore infatti e verde, mentre quella inferiore è di colore ruggine. Il fiore bianco-avorio, molto grande, ovale, vellutato e profumato compare nel periodo giugno-luglio; i frutti, ovoidali e inseriti su un asse longitudinale contengono semi profumati. In giardino la M. grandiflora si è creata un posto di tutto rispetto, visto la sua diffusa presenza, data anche dalla grande possibilità di effettuare pregevoli accostamenti con altre specie con contrasti che possono essere anche di grande effetto come per esempio con il sorbus aria dalle foglie pelose e biancastre. Se gli spazi disponibili in giardino sono limitati e si vuole lo stesso apprezzare i fiori delle magnolie è possibile indirizzarsi verso specie più basse come la magnolia soulangiana alta 1- 5 metri a foglie caduche e a fioritura di inizio estate. Esistono anche specie come la li liliflora alte 3-4 metri con fiori di di colore rosso-porpora che sbocciano in primavera prima ancora della comparsa delle foglie e sono coltivati ti in numerosi parchi e giardini. Il liriodendro (Liriodendron tupilifera) meglio conosciuto come albero dei tulipani si distingue dal genere magnolia per le caratteristiche foglie con le estremità troncate, oppure rientrante o decisamente incise con la base del lembo cuoriforme, arrotondata o troncata. Il liriodendro, pianta alta fino a 30-35 metri, insieme ad alcune specie di magnolia è anche apprezzato per il legname di colore chiaro, facile da lavorare. Durante l’inizio di luglio è possibile effettuare la propagazione delle magnolie per talea; i rami lunghi 8-10 cm ridotte delle foglie che eventualmente possono essere tagliate a metà vanno interrati in sabbia e tenuti a temperatura di 20 gradi circa e successivamente fatte svernare all’aperto.

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1)Kiwi, Avocado, Annona, Mapo sono nomi di frutta entrati ormai nella terminologia di tutti i giorni mentre, di altri, si è perso l’uso tanto che ai nostri giorni è molto difficile che un adulto e ancor di più un bambino conosca o  abbia mai visto un frutto di Azzeruolo, Sorbo o varietà di mele come l’Annurca. Di altri frutti invece dopo un certo periodo di relativo disinteresse si è tornati ad interessarsi forse anche per il fatto che la pianta è stata riscoperta come pianta ornamentale e da giardino. E’ il caso del melograno o granato che in virtù del pregevole fogliame e dei vivaci colori dei suoi fiori ha riavuto in quest’ultimo periodo una certa rivalutazione. Conosciuto in epoche lontanissime, il melograno, veniva chiamato dai Latini malum punicum, melo fenicio perché si pensava provenisse dall’area siro-fenicia. In pratica è originario dall’Iran e si è diffuso un po’ ovunque nel bacino del Mediterraneo dove si è pressoché naturalizzato. Il portamento naturale è arbustivo cespuglioso, con chioma irregolare ed espansa ma le potature possono modificarlo in portamento arboreo dalle dimensioni contenute, generalmente 3-4 metri; pregevole è il fusto che tende ad essere sinuoso e contorto con corteccia grigio-brunastra. Albero a foglia caduca presenta picciolo corto, foglie piccole, di colore verde chiaro e lucide. I fiori, caratteristici, sono con calice coriaceo, rossastro, allungato e a tubo portanti petali dal colore rosso acceso che spiccano sul fogliame verde e fitto. Il frutto (balaustio) che matura nel periodo ottobre-novembre è stato da sempre considerato simbolo di fecondità e  apprezzato  fin dall’antichità. All’interno è diviso in logge dove i semi angolosi e traslucidi assumono una colorazione granato e da qui il nome che lo caratterizza  in  alcune regioni. Le piantine ottenute da seme o da talea seminate in vaso e scalarmente  durante  l’anno,  se poste in serra fredda durante  l’autunno, tendono  ad  effettuare  una seconda fioritura che mostra la propria bellezza nel periodo invernale. Le dimensioni ridotte e  la  resistenza  alle  potature rende le piantine molto versatili nell’utilizzo; infatti, le piante nane di melograno risultano gradite per la formazione di siepi e bordure dove nello sviluppo finale non superano il metro di altezza mentre i fiori sterili cadranno senza formare fruttificazione. Abbastanza semplice risulta la propagazione della pianta  che può essere effettuata sia per riproduzione agamica (talea, propaggine e margotta) che per semina. Nel primo caso le talee di legnose o semilegnose  possono essere sistemate per la radicazione prima della ripresa vegetativa o nel periodo di maggio-giugno utilizzando rami con uno spessore di pochi cm e lunghi 10-15 cm. Saranno interrati per i 3/4 in un substrato di sabbia-torba 1:1 e tenuti in luogo ombreggiato e umido. Nel caso di utilizzo dei semi questi devono essere stratificati in un luogo freddo sotto alcuni cm di sabbia in modo di effettuare la vernalizzazione e appena nate, le piantine devono essere poste in vasi contenenti terriccio e alla pien’aria. Il melograno pur essendo una pianta da pieno sole ha una buona resistenza  al freddo la qual cosa permette un buon adattamento in tutte le regioni italiane.

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Anche il campo floricolo segue i dettami della moda. La ricerca e la sperimentazione in campo vegetale determina la scoperta e l’utilizzo di nuove specie e varietà che si caratterizzano per la qualità dei fiori e la loro colorazione e per la capacità che hanno alcune specie di rifiorire  in epoche in cui la disponibilità di fiori è limitata. Questo è il caso del melograno (Punica granatum) una volta rilegato come pianta da frutto il cui interesse dei consumatori sembrava diminuire ma le nuove sperimentazioni su varietà nane ne hanno fatto riscoprire l’utilizzo sia come pianta da vaso fiorito che come pianta da bordura.  L’interesse dei ricercatori si è soffermato sulla colorazione tipica assunta dalla pianta in epoca di fioritura che va  dal verde del fogliame al rosso delle  infiorescenze  e inoltre  alla  possibilità che offre la specie di  fornire fioritura  nel periodo natalizio in cui questi colori per tradizione sono particolarmente graditi. Le cultivar nane infatti presentano in forma ridotta tutta la  bellezza  delle  piante di  melograno determinate dal fogliame ricco di foglie oblunghe, piccole, lisce e lucenti e dalle infiorescenze a gruppi di due-tre con calice coriaceo, rossiccio e petali di colore rosso acceso. Il  frutto (balaustio) maturo nel periodo ottobre-novembre è stato da sempre considerato simbolo di fecondità e apprezzato fin dalla antichità. All’interno il frutto è diviso in logge dove i semi angolosi e traslucidi assumono una colorazione granato e da qui il nome che lo caratterizza in alcune regioni. Le piantine ottenute da seme o da talea seminate scalarmente durante l’anno,  se poste in serra fredda, durante l’autunno, tendono ad effettuare una seconda fioritura che mostra la propria bellezza nel periodo invernale che fino ad alcuni anni orsono era regno incontrastato della Stella di Natale. Le dimensioni ridotte e la resistenza alle potature rende le  piantine molto  versatili nell’utilizzo; infatti le piante nane di melograno risultano gradite per la formazione di siepi e bordure dove  nello sviluppo  finale non superano il metro di  altezza. Abbastanza semplice risulta la propagazione della pianta che può essere effettuata sia per riproduzione agamica (talea, propaggine e margotta) che con l’utilizzo dei semi. Nel  primo caso le talee di legnose o semilegnose possono essere sistemate per la radicazione  prima  della  ripresa vegetativa o nel periodo di Maggio-Giugno  utilizzando rami  con uno spessore di pochi cm e lunghi 10-15. Saranno interrati per i 3/4 in un substrato di sabbia-torba 1:1 e tenuti in luogo ombreggiato e umido. Nel caso di utilizzo dei semi questi devono essere stratificati in un luogo freddo sotto alcuni cm di sabbia in modo di effettuare la vernalizzazione e appena nate le piantine poste in vasi di terriccio  e poste alla pien’aria.

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La colomba liberata da Noè portò all’arca un ramoscello di olivo e  questi comprese che il diluvio fosse finito e da allora cristiani, ebrei ed musulmani identificarono nella pianta il simbolo della rinascita, della pace e della prosperità. Questo  non  è sicuramente l’unico motivo per cui la coltivazione dell’olivo  sia  gradualmente risalita nella penisola  tanto  che nella provincia  di Bergamo viene vista ormai  come  una  pianta perfettamente  adattata  e nelle colline  limitrofe  viene  ormai coltivato  con  buoni  risultati per la produzione  di  olio.  Ma l’emigrazione  di  questa  pianta non è  rimasta ristretta  alla coltivazione per i soli fini alimentari ma è riuscita a  colonizzare i giardini dei più esigenti creando un fiorente mercato come ben  noto ai vivaisti. Coloro che hanno potuto  ammirare  queste piante  nel  loro  habitat naturale hanno  potuto  apprezzare  la maestosità  degli  alberi  che nonostante i  loro  tronchi  cavi, l’aspetto contorto infondono con le loro fronde mai troppo fitte un senso di pace e di tranquillità e lasciano sempre filtrare  un tenue sole. Il riferimento cui sopra è caratteristico delle piante (olea europea sativa) coltivate, mentre se lasciate a se stesse tendono ad assumere una forma conica determinata dal comporta­mento  basitono della vegetazione. Inoltre alla base del  tronco tendono  a cacciare numerosi polloni, nella zona del colletto  e dalle grosse radici i quali, se staccati, possono essere utilizzati per la riproduzione. Grande fascino assumono le coltivazioni presenti  nelle tortuose zone costiere del  Cilento  dove  nelle scoscese scarpate l’uomo con molta fatica è riuscito a ritagliare spiazzi di terreno ove imponenti ulivi si affacciano  nell’acqua di uno dei tratti di mare più belli d’Italia che finisce  con Capo Palinuro. Nei giardini  è possibile avere piante con un discreto  sviluppo, visto la buona adattabilità della pianta ai vari tipi di terreno, se  non per quelli fortemente sabbiosi o argillosi  con  notevole ristagno di acqua. Molta attenzione va invece posta nelle operazioni  di  potatura e nella difesa fitosanitaria. Chiome troppo fitte provocano facilmente lo sviluppo di cocciniglie tra cui  il mezzo grano di pepe e sulla melata prodotta da questi si  instaurano  facilmente ammassi di funghi neri epifite, che danno vita alla  fumaggine. Una buona impalcatura della pianta  che  preveda come  nel caso della forma a vaso policonico la presenza  di  3-4 branche principali può risultare molto adatta alle zone del  Nord con estati in cui l’umidità relativa, molto elevata, favorisce lo sviluppo di crittogame. Pertanto alle cure di rito, concimazioni, irrigazioni che accompagnano un pò tutte le piante, all’ulivo va aggiunta una potatura di sfoltimento annuale,  anche  allo scopo di mitigare l’alternanza di produzione a cui certe  varietà sono facilmente portate, e un trattamento  preventivo  autunnale con  poltiglia bordolese all’1-1,5%. Tale trattamento disinfetta le parti verdi e il tronco da muschi e parassiti vari che tendono  a svernare sotto la corteccia e inoltre è stato riscontrato che da un positivo effetto al rigoglio vegetativo.

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Nel vicino oriente l’albero per antonomasia è la palma. Dopo le graminacee, le palme  sono le piante più utili all’umanità  in grado di soddisfare quasi tutte le necessità umane  da quelle alimentari a quelle ornamentali. Da esse si ricava frutta, gemme commestibili, farine alimentari, zucchero e ancora, se sottoposte a trattamenti, è possibile ricavare vino, liquori, burro e infine legname, fibre tessili stuoie, carta e medicinali. Innegabile è la sua utilità e, a scorrere la storia dei popoli dell’antichità, diverse sono le simbologie che richiamano a questa pianta equiparata, per il fatto di essere dioica (solo con fiori maschili o femminili), all’uomo. Le più note sono sicuramente le palme da dattero, frutto stranamente consumato principalmente durante il periodo natalizio, ma molto curiose sono le palme da cocco per la loro capacità di resistere alla violenza degli uragani grazie alle loro radici elastiche e molto sviluppate. E’ stato calcolato che una pianta di medio sviluppo ne possiede dalle 7 alle 8.000 poste tutt’intorno alla pianta raggiungendo anche i 10 metri di profondità. Sempre nell’ordine delle curiosità, in Amazzonia la palma Jnaja ha foglie lunghe anche 15 metri con una larghezza di 4. Indubbiamente un albero maestoso che deve sicuramente la propria bellezza alla verticalità del tronco dal quale si dipartono a raggiera le foglie. Nel Cantico dei Cantici lo sposo paragonava la bellezza della sua compagna dicendo: “la tua statura assomiglia ad una palma e i tuoi seni ai datteri” che poco potrà dire di romantico alle nuove generazioni mentre era sicuramente un complimento  usato in passato nell’aria mediterranea. Le specie più coltivate in appartamento appartengono ai generi: Chamaedorea, Howea, Cocos, Phoenix e Chamaerops.
Le specie del genere Chamaedorea  sono piante piccole che generalmente non superano i 6 metri e sono caratterizzate da foglie pennate e apparato radicale a stoloni per cui spesso crescono a gruppi. La più apprezzata specie è la Chamaedorea elegans dai sottili fusti rigidi, coperti da fitti anelli lunghi al massimo due metri dai quali alla base si dipartono radici avventizie. Le foglie sono leggere e formano degli archi morbidi e appena ricadenti. Proveniente dal Messico, cresce bene in casa se tenuta preferibilmente all’ombra e a temperatura intorno ai 20 gradi e riesce a vivere anche dieci anni risultando una delle più resistenti palme da interno. Ai fini dell’acquisto, oltre allo stato generale  della pianta in vaso occorre accertarsi che vi sia all’interno dello stesso  quattro-cinque piantine  e che siano ben disposte. La Chamaedorea elegans è anche l’unica palma di appartamento che fiorisce, va rinvasata ogni due anni, innaffiata regolarmente in modo da tenere il substrato costantemente umido e senza che vi sia, in ogni caso, ristagno di acqua. A tal proposito l’utilizzo di una manciata di argilla espansa alla base del substrato evita di incorrere in tale inconveniente.
Al genere Howea, appartengono due specie, comunemente chiamate Kentie e che devono il proprio nome alla provenienza dall’Isola di Lord Howe ad est dell’Australia. Più adatta alla vita al chiuso è l’H. forsteriana in quanto rispetto all’H. belmoreana riesce a sopportare bassa luminosità e  ha un fusto più robusto. Entrambe però si distinguono per la  bellezza delle foglie lunghe circa 20-30 cm e larghe 2-3 e la relativa facilità di coltivazione. Per ottenere piante alte intorno ai due metri occorrono circa cinque anni e va tenuto conto anche delle dimensioni del vaso che deve essere all’incirca di trenta-quaranta cm. Le Kentie vengono vendute generalmente a gruppi di tre ceppi per vaso numero ottimale per ottenere una forma rotondeggiante. Al contrario della Chamaedorea, la Kentia non ama le annaffiature abbondanti per cui occorre fare asciugare bene il terriccio prima di somministrare altra acqua di irrigazione. Come le Chamaedoree, però, anche le Kentie si aggiovano di nebulizzazione fogliari con acque non calcaree specialmente durante il periodo invernale in cui i riscaldamenti rendo l’aria interna molto secca. Durante le nebulizzazioni, per evitare di bagnare il pavimento, può risultare utile riunire le piante su un tappeto di fibra vegetale intrecciata, che raccoglie le goccioline d’acqua e si asciuga velocemente.
Al genere Cocos appartiene una sola specie che è la Cocos nucifera nota soprattutto per i suoi frutti, le noci di cocco. Il nome proviene proprio dai suoi frutti dal greco cocos=bacca e dal latino nucifera=che produce noci. L’utilizzo di questa specie è principalmente alimentare ma esemplari giovani vengono sovente utilizzati come piante d’appartamento. Allo stato naturale la palma da cocco germina da quella grande noce, dopo aver galleggiato sul mare, riesce anche a colonizzare atolli sperduti nel mare e una volta approdata sulla spiaggia. Sistemata in vaso dà vita ad un lungo ciuffo di foglie con forma slanciate e portamento contenuto. Molte volte però si constata una breve vita della specie in vaso e ciò è dovuto non alla mancanza di annaffiature, bensì alle poco costanti nebulizzazioni di acqua sulle foglie che la pianta di solito richiede.
Tra le specie appartenenti al genere Phoenix due sono quelle che destano particolare interesse  e sono la palma da dattero (Phoenix dactilifera  e la palma delle Canarie (Phoenix canariensis). Alcuni dei motivi di distinzione dai generi sopra descritti sono: hanno una crescita più rapida e un maggiore numero di foglioline  mentre gli stipiti delle vecchie foglie formano il fusto, nella parte centrale dell’apice  è sempre presente un ciuffo di giovani foglie che via via si aprono formando nuova chioma. Attenzione a questa parte in quanto è l’unica zona generatrice della pianta stessa e in caso di lesioni o tagli viene compromessa l’esistenza della pianta.
In ultimo il genere Chamaerops  merita attenzione in particolare per la specie humilis più semplicemente conosciuta come palma nana. Questa specie, infatti è l’unica a vivere spontanea in Italia e più precisamente in Sicilia e Sardegna in virtù della predilezione a luoghi caldi e soleggiati. Esemplari con fusti eretti alti intorno al metro si possono osservare con facilità in Sardegna a Capo Caccia e nella riserva dello Zingaro presso Palermo.

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acacia-ombrelle-israel-mimosa-688poQuando è stata portata in Europa nessuno, forse, poteva pensare che pochi semi avrebbero conquistato l’Europa. Dopo la scoperta dell’America arrivarono in Europa da questo nuovo continente diverse specie vegetali che a vario scopo vennero coltivate nei giardini delle corti delle grandi monarchie Europee. Il francese Robin importò per conto del re di Francia diverso materiale da riproduzione proveniente dal Nuovo mondo tra cui quella che venne chiamata Acacia americana robinii in onore del suo scopritore. Linneo mise fine a questo antico errore di classificazione botanica battezzandola definitivamente Robinia pseudoacacia o falsa acacia. E’ una essenza ormai naturalizzata e dalla alta capacità competitiva rispetto a tante altre specie e grazie al rapido accrescimento e alla veloce disseminazione riesce in pochi anni a costituire fitte boscaglie. L’uomo ha contribuito notevolmente alla diffusione, in quanto la velocità di crescita e l’adattamento a terreni marginali dava la possibilità di ottenere in pochi anni notevole quantità di legname da ardere e non solo. La notevole resistenza alla capitozzatura e la capacità di sviluppare ricacci nella parte basale ne ha fatto una pianta di primaria importanza economica. Il Pianura padana il notevole bisogno di legna da ardere ha fatto sì che la specie prendesse il posto di parecchie specie autoctone. Durante il periodo fascista è stata molto utilizzata per rinforzare scarpate sia di strade sia ferrovie in virtù del notevole apparato radicale. Anche in città la robinia, grazie alla resistenza agli agenti inquinanti, si è creata una nicchia di tutto rispetto come pianta ornamentale. Di questa specie c’è però da dire che in molte occasioni è diventata una presenza molesta in quanto ha stravolto le caratteristiche di alcuni ambienti tipici di flora e fauna autoctona alterando la fisionomia tipica del paesaggio. Lungo i corsi dei fiumi, ad esempio, questa pianta ha sostituito, a tratti completamente, le specie autoctone come ontani, frassini, salici e pioppi e, in alcune zone della Pianura Padana, si è sostituita a farnie e carpini bianchi che una volta costituivano vaste foreste. La pianta raggiunge i 20-25 metri con portamento sia arboreo che arbustivo con foglie caduche, dal lungo picciolo, composte, imparipennato. I fiori a grappolo presentano le caratteristiche tipiche delle Leguminose, emanano un piacevole profumo attrattiva di molte api che producono con il polline il tipico miele di robinia e possono anche essere utilizzati per preparare delle squisite frittelle se vengono rotolati in una pastetta di uova e farina. Al fine dell’utilizzo ornamentale sono state selezionate delle varietà dalle particolari caratteristiche, come la semperflorens rifiorente in primavera-estate, la bessoniana con forma arrotondata e rami quasi rivi di spine adatta per alberature e infine, se si vuole avere dei fiori rosa, occorre orientarsi sulla Robinia hispida.

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Quando il giardinaggio non era ancora un hobby, la tendenza comune era quella di coltivare per lo più specie di notevole utilità economica. I filari dei campi erano piantumati con pioppi, necessari a fornire pali e legname da opera, oppure platini e robinie per la produzione di legna da ardere. Attorno alle abitazione di campagna esistevano piante da frutto, qualche aromatica e l’orto, indispensabile a fornire ortaggi per gli usi domestici e immancabile, almeno in passato, era una pianta di sambuco. I bambini lo usavano per ricavare cerbottane e fischietti, gli adulti invece per tingere con la corteccia stoffe di nero, di verde con le foglie, per il blu si utilizzavano i fiori ed infine le bacche per il  caratteristico viola. Inoltre dai rami lunghi, flessibili e cavi,  tagliati durante l’inverno e dopo una breve stagionatura, si ottenevano dei leggeri manici di forconi e pale. I tirolesi lo chiamavano “farmacia degli dei” in quando dai germogli si ricava un decotto  per curare le nevralgie, con impacchi di foglie si curavano malattie della pelle, dai  fiori si otteneva un tè depurativo e dalle bacche uno sciroppo utile per infiammazioni bronchiali: una vera miniera di utilità. Presso le popolazioni germaniche “l’albero di Holda”, come veniva chiamato, era talmente rispettato tanto che, passando, al suo cospetto i contadini si toglievano il cappello. I Celti  in virtù dei frutti che si conservano fino alla fine dell’anno hanno identificato con quest’albero il tredicesimo mese  lunare  che si conclude proprio nei giorni del solstizio d’inverno. Tante altre leggende possono essere citate a testimonianza di un interesse della popolazione rilevante per una pianta da cui l’uomo ne trae notevoli benefici. Originario del Caucaso è diffuso in tutta Italia visto la buona adattabilità ai diversi ambienti. E’ possibile trovarlo lungo le sponde dei fiumi e radure, in prossimità di case e cascine abbandonate, con preferenza per le zone in cui vi è una buona fertilità del suolo e in particolare di azoto. La buona diffusione è determinata dalla notevole capacità pollonifera che la pianta possiede e per questo generalmente è difficile trovarlo sotto forma arborea ma più facilmente in forma arbustiva con ampia chioma tondeggiante. Alto al massimo 7-8 metri, presenta una corteccia grigio brunastra e al suo interno i rami presentano un midollo spugnoso molto sviluppato. Le foglie caduche possiedono 5-7 foglioline con apice acuminato e margine dentato. I fiori ermafroditi, cioè che possiedono sia la parte maschile (stami) che quella femminile (pistilli) sono molto piccoli, possiedono un calice ridottissimo e sono riuniti in ombrelle molto grandi che possono raggiungere facilmente i 20 cm. Accanto al Sambucus nigra  è presente anche il sambuco rosso o racemoso diffuso principalmente in boschi di collina e montano inferiori ai 1.000 metri consociato  a frassini, olmi, aceri, sorbi e noccioli
Sambucus è un genere appartenente alla famiglia delle Caprifoliacee(da caprifoglio) che comprende specie arbustive di medio-grandi dimensioni, tra cui il Sambuco. Esso talvolta si presenta in forma di piccolo albero, comunissimo lungo le siepi campestri, nei boschi planiziari e submontani e presso i casolari di campagna, nonché alla periferia delle città, dove rappresenta un relitto della vegetazione spontanea. Presenta rami con midollo molto grosso, bianco, leggerissimo e compatto, che viene raccolto ed usato per includere e poi sezionare parti vegetali da osservare al microscopio. Inoltre questo tipo di legno viene utilizzato per costruire le palline formanti un pendolino elettrico; viene scelto questo tipo di legno per la sue estrema leggerezza. La corteccia dei rami stessi presenta rade e grosse lenticelle. Le foglie sono opposte, imparipennate, di solito con 5 foglioline ovato-lanceolate ed appuntite, seghettate ai margini. I fiori sbocciano in primavera-estate, sono piccoli, odorosi, biancastri, a 5 lobi petaliformi, riuniti numerosissimi in infiorescenze ombrelliformi molto ampie. Essi maturano numerose piccole bacche globose nero-violacee che contengono un succo di colore viola-porporino scuro che viene impiegato per colorare vini e come esca per la pesca dei cavedani. I fiori del sambuco trovano impiego in erboristeria per la loro azione diaforetica.

Ecco ora qui di seguito elencate, per la gioia dei lettori più interessati,le specie principali:
-Sambucus ebulus, detto ebbio o nibbio (pianta)
-Sambucus nigra
-Sambucus racemosa, detto sambuco rosso .
SAMBUCUS EBULUS O EBBIO
Descrizione: a questa specie vi appartengono piante erbacee e perenni, alte sino a 150 cm, dall’odore sgradevole, presentano un fusto con coste chiare longitudinali, midollo bianco;
le foglie sono opposte imparipennate, a 5-9 segmenti seghettati, glabri e verde scuro di sopra, pubescenti e chiare di sotto;
I fiori si raggruppano in corimbi ampi rivolti in alto, corolla bianco-rosea con lacinie di 4 mm e antere violette, fiorisce da maggio a luglio;
Il frutto è una drupa piriforme, di 4-6 mm, lucida e nera a maturità. Habitat: Cresce lungo le siepi e le strade campestri, nei luighi incolti e ruderati.0-1300 m. Maggio luglio.
Curiosità: questa pianta trova largo uso in campo farmaceutico.

SAMBUCUS NIGRA
Il Sambucus nigra è una pianta angiosperma dicotiledone legnosa a foglie decidue. È una specie molto diffusa in Italia soprattutto negli ambienti ruderali (lungo le linee ferroviarie, parchi, ecc.), boschi umidi e rive di corsi d’acqua.

Descrizione: è un arbusto alto 4-6 m. I rami portano delle foglie composte, di colore verde scuro, lunghe 10-30 cm. Le foglie sono imparipennate con margine dentato-seghettato; la forma delle foglioline è lanceolata con apice acuminato, la fillotassi è opposta. I fiori sono ermafroditi e portati in infiorescenze (corimbi) molto vistose, larghe 10-23 cm. I singoli fiori sono formati da 5 petali fusi alla base (fiori gamopetali), calice anch’esso gamesepalo, ovario infero, 4 stami sporgenti. Fiorisce tra aprile e giugno. I frutti sono delle bacche nerastre, lucide. Usi: Il sambuco presenta proprietà medicinali-erboristiche riscontrabili nei frutti e nei fiori. Tutto il resto della pianta (semi compresi) è velenosa poiché contiene il glicoside sambunigrina . Le bacche sono eduli solo dopo cottura e vengono impiegate per gelatine e marmellate. La pianta viene utilizzata anche a scopo ornamentale, mentre dal legno del tronco si ricava un legno duro e compatto, utilizzato come combustibile e per lavori al tornio; il legno dei giovani rami al contrario è tenero e fragile e non trova applicazioni pratiche.

SAMBUCUS RACEMOSA
Queste piante non temono il freddo e quindi si possono coltivare in giardino in qualsiasi periodo dell’anno. Queste piante sono da considerarsi come orticole, quindi in caso di parassiti si utilizzano antiparassitari per l’agricoltura; prima di raccogliere foglie delle piante trattate attendiamo che il prodotto utilizzato non sia più attivo.Pianta che necessita di almeno alcune ore al giorno di irradiamento solare. Generalità:
Queste piante sono arbusti. Questa pianta in primavera assume una colorazione arancio verde ; è di taglia media e può raggiungere i 4,5 m di altezza. Non mantiene la foglia in inverno. Lo sviluppo è eretto, tendono a crescere sia in altezza, sia in larghezza, dando origine ad un arbusto arrotondato. Concimazione:
Ogni 15-20 giorni mescoliamo all’acqua delle annaffiature del concime per piante verdi, ricco in azoto e in potassio. Annaffiatura:
Ricordiamo che è possibile raccogliere le piante aromatiche, essiccandole o congelandole, in modo da poterle utilizzare durante i mesi freddi. Annaffiare con regolarità, ogni 2-3 settimane , bagnando il terreno in profondità con 2-3 bicchieri d’acqua , attendendo sempre che il terreno sia ben asciutto prima di annaffiare; evitare di lasciare acqua stagnante. Trattamenti:
Con l’innalzarsi delle temperature diurne, all’inizio della primavera, è bene praticare un trattamento preventivo, con un insetticida ad ampio spettro, da praticarsi quando nel giardino non sono presenti fioriture. Prima che le gemme ingrossino eccessivamente è consigliabile anche praticare un trattamento fungicida ad ampio spettro, per prevenire lo sviluppo di malattie fungine, il cui dilagare è favorito dall’elevata umidità ambientale. Terreno:
Queste piante medicinali necessitano di un terreno leggermente pesante, che trattenga un poco l’umidità.
Per favorire lo sviluppo di foglie particolarmente grandi, ogni inverno riducete tutti i rami del sambuco a due-tre coppie di gemme. Ben presto cresceranno getti vigorosi che raggiungeranno 1,8-3 m di altezza in una sola stagione. Questo tipo di potatura può essere molto utile negli spazi ridotti, perché il sambuco così trattato non si espande troppo in larghezza; come contropartita, però, l’arbusto non fiorisce né fruttifica.

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Arbusti

Abelia
Agave
Azalea
Agrifoglio
Bambù
Bosso
Camelia
Erica
Glicine
Hebe
Ibisco
Leucothoe
Ligustro
Oleandro
Passiflora
Rododendro
Rosa
Sambuco
Skimmia

Abelia

GENERALITA’:comprende 15-20 arbusti sempreverdi, o semi-sempreverdi, originari della Cina, del Giappone e del Messico; la specie generalmente coltivata in giardino è un ibrido di specie originarie della Cina, A. grandiflora. Ha portamento tondeggiante e gli esemplari di alcuni anni raggiungono l’altezza e la larghezza di 100-120 cm; i lunghi fusti, scarsamente ramificati, sono rossastri e tendono ad arcuarsi allungandosi. Le foglie sono ovali, dentellate, di piccole dimensioni, cuoiose, di un bel verde scuro e lucido; le nuove foglie sono color bronzo, e in autunno tutta la pianta assume questo gradevole colore. In estate produce una profusione di piccoli fiorellini a trombetta, di colore bianco-rosato, che persistono fino ai primi freddi; il frutto è un achenio legnoso, contenente un singolo seme.
ESPOSIZIONE: questa preferisce le posizioni in pieno sole, o a mezz’ombra; non teme il freddo e si sviluppa senza problemi in giardino in piena terra, anche se preferisce posizioni riparate dai freddi venti invernali. Volendo si può scegliere di potare drasticamente la pianta alla base in autunno, per favorire uno sviluppo più compatto e vigoroso la primavera successiva.
ANNAFFIATURE: le giovani piante necessitano di annaffiature regolari; le piante adulte possono invece sopportare alcuni giorni di siccità senza problemi; nel periodo che va da marzo a ottobre annaffiare sporadicamente, una volta a settimana; con l’arrivo dei freddi diminuire drasticamente le annaffiature, senza però sospenderle del tutto, essendo l’abelia una pianta sempreverde. Nel periodo vegetativo fornire del concime per piante da fiore sciolto nell’acqua delle annaffiature almeno una volta ogni 15 giorni.
TERRENO: le abelie crescono senza problemi in qualsiasi terreno, anche in terra da giardino; sicuramente però una fioritura più abbondante e uno sviluppo più rigoglioso si avranno in terreno ricco di materia organica e molto ben drenato. Nel mettere a dimora una abelia ricordarsi di preparare una buca ampia, ponendo sul fondo della sabbia a grana grossa, del buon terriccio bilanciato e del concime organico ben mescolati, in modo da favorire un attecchimento rapido.
MOLTIPLICAZIONE: avviene per seme, in primavera; le abelia grandiflora si moltiplicano invece per talea, prelevando delle porzioni di fusto in primavera, che vanno fatte radicare in un miscuglio di sabbia e torba in parti uguali; le nuove piante vanno coltivate in contenitore per almeno un paio di anni prima di poter essere messe a dimora.
PARASSITI E MALATTIE: queste piante sono di solito molto rustiche e non vengono attaccata da parassiti o da malattie.

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Agave

“L ‘agave che s’abbarbica al crepaccio dello scoglio e sfugge al mare da le braccia d’alghe” scriveva il Premio Nobel per la letteratura, Eugenio Montale, in una poesia di Ossi di Seppia. Generalmente, però, l’agave (Agave americana) siamo abituati a vederla non solo allo stato selvaggio addossata a pendii rocciosi e assolati ma anche in uno stato quasi di addomesticamento in giardini e viali di ville o all’entrata di quest’ultimo su grossi vasi ai lati di imponenti cancelli.  Il significato di agave (agavos in greco) è “splendido e meraviglioso”; secondo gli Aztechi, senza questa pianta, il sole avrebbe potuto essere mai imprigionato e solo una pianta a forma di stella avrebbe potuto avere il privilegio di legare a se lo splendore del sole.  Sempre secondo la leggenda azteca, la condanna data dal Dio Sole alla pianta, colpevole di essere riuscita nell’intento grazie alle sue lunghe foglie, è stata quella di poter fiorire una sola volta e con la fioritura trovare la morte. La leggenda in ogni caso ingigantisce unicamente l’interesse dell’uomo verso questa spettacolare pianta reputata molto preziosa dai marinai che con le fibre, dette sisal, producevano i cordami per le navi e ne diffusero la coltivazione in tutto il mondo compreso il Bacino del Mediterraneo. Inoltre dalla fermentazione del liquido zuccherino che sgorga per essudazione dal taglio della gemma fiorale è possibile ottenere bevande alcoliche come il pulque e il mescal Dal punto di vista botanico l’agave appartiene alla famiglia delle agavacee, comprendente circa 300 specie provenienti da zone aride o semi aride. Una delle specie più diffuse è l’agave americana molto diffusa e inselvatichita nell’area mediterranea con foglie basali carnose lunghe anche due metri e larghe circa 15-20 cm con numerose spine ad uncino nei margini fogliari che si restringono fino nella parte superiore ove una spina molto robusta e appuntita protegge l’apice. Generalmente il ciclo di questa pianta si completa intorno ai dieci anni quando dalla parte centrale si sviluppa lo scapo che reca le infiorescenze nella parte terminale dalla caratteristica colorazione verdastro-giallognolo. La fioritura si completa nell’arco di pochi mesi, in genere nella tarda estate e la pianta diventa attrattiva per insetti di tutti i tipi e curiosamente anche per i bovini allo stato brado che ingaggiano autentiche lotte per potersi accaparrare un boccone delle parti fiorali precedentemente fatte cadere a terra con l’ausilio delle corna. La riproduzione della pianta in ogni caso è possibile, oltre con i semi prodotti, anche con i numerosi polloni basali.  Proprio con il prelievo di questi è possibile incominciare l’allevamento in casa o giardino di questa specie che essendo una pianta grassa va trattata come tale. Pertanto il substrato deve essere molto poroso per evitare ristagni idrici e non deve contenere sostanza organica. Un buon miscuglio può essere ottenuto mischiando terra limosa e sabbia non calcarea in parte uguali e aggiungendo attorno al colletto della pianta sabbia grossa e ghiaia. I vasi di terracotta sono sicuramente da preferire a quelli in plastica.

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Azalea
L’azalea è una pianta appartenente al genere Rhododendron e possiede fiori dai vari colori e grandezza. Pianta decisamente da esterno sopporta solo per poco tempo la vita all’interno dell’appartamento a causa di aria troppo secca e calda. Pertanto le piante in vaso dopo la fioritura vanno portate all’aperto e mantenute in posizione con luce diffusa e preferibilmente lontano dai raggi diretti del sole. Prediligono un substrato decisamente acido a base di torba e terriccio di foglie e traggono notevole beneficio dalla pacciamatura con aghi di pino che oltre a proteggere l’apparato radicale rilasciano acidità al terreno e sostanza organica. Le piante provenienti da fioriture forzate generalmente non fioriscono l’anno successivo ma soltanto dopo due anni. Durante la fioritura, in ogni caso, occorre annaffiare la pianta giornalmente tenendo elevato il tenore dell’umidità dell’aria e in caso di avvizzimento dei fiori e delle foglie è bene immergerla nell’acqua fino al vaso lasciandolo fino a quando non scompaiono le bollicine di aria. Pochi gli interventi cesori su questa specie come tra l’altro come tutti gli arbusti. Si ricorre, in genere alla potatura solo quando la pianta assume delle forme strane o tende a sbilanciarsi con la chioma, oppure per sopprimere rami secchi o malati. Poche le avversità che colpiscono questa specie da rilevare principalmente qualche attacco di ragnetto rosso che va combattuto con un prodotto acaricida.

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Agrifoglio


L’agrifoglio insieme all’abete e alla Stella di Natale è uno dei simboli del Natale e insieme agli altri ha tradizioni antichissime e anche per questo è uno degli  arbusti più resistenti e più coltivati al mondo. Allo stato spontaneo e in buone condizioni di clima e di terreno l’agrifoglio può raggiungere i 20 m di altezza mentre in genere viene coltivato come arbusto e non supera i  4-5 metri. E una pianta  dioica cioè esistono le piante maschili e femminili, quest’ultime si possono evidentemente riconoscere dalla presenza di bacche molto decorative e rosse che coprono la pianta già dall’autunno e rimangono presenti sulla pianta durante tutto l’inverno.
Le piante di agrifoglio possono essere impiantate in giardino  in esemplari singoli oppure in gruppo ma si possono anche ottenere siepi molto suggestive  disponendo le piantine a circa 70 cm l’una dell’altra. Esse sono molto resistenti e necessitano di poche cure e di scarse irrigazioni. Solo negli esemplari coltivati in vaso si ricorre ad due-tre irrigazioni settimanali e ad una concimazione, con concime liquido,una volta al mese.
La messa a dimora di nuovi esemplari in giardino va effettuata preferibilmente ad inizio autunno o primavera acquistando esemplari in vaso che possiedono un buon apparato radicale. Da evitare l’acquisto di piantine a radice nuda che sicuramente presenteranno problemi di attecchimento.
Nelle regioni fredde come quelle padane le piante di agrifoglio vanno collocate sempre in pieno sole e, nel caso di inverni particolarmente rigidi, sarà opportuno ricorrere alla pacciamatura in modo da proteggere l’apparato radicale. La pacciamatura inoltre manterrà fresco il terreno sottostante durante il periodo estivo e non ultimo eviterà lo sviluppo di erbe infestanti che per la presenza di spine nell’apparato fogliare basale risulterebbero di difficile estirpazione. Gli agrifogli sono piante  decisamente robuste, che raramente si ammalano e solo in questi ultimi anni si sono notati esemplari attaccati fortemente da cocciniglie. In questi casi occorre intervenire con olio minerale associato ad insetticida. Il trattamento va eventualmente ripetuto per debellare completamente i vari stadi  del parassita.Le foglie dell’agrifoglio caratteristiche per il colore molto lucido quasi fosse verniciato hanno la particolarità di avere bordi spinosi nei primi metri dal suolo come difesa dagli erbivori mentre negli strati più alti le spine non sono più presenti.

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Bambù

Il bambù viene considerato per molti versi la pianta del futuro. Secondo alcuni studi, infatti, l’utilizzo di questa pianta in diversi settori può essere valido per aiutare nella crescita economica in diverse aree del Terzo Mondo. La notizia di per se stesso può sembrare eccessivamente ottimistica ma a detta degli esperti le applicazioni pratiche sull’utilizzo di questa pianta sono innumerevoli. Basti pensare all’utilizzo per la costruzione di biciclette e ponti, frangivento o ancora come baluardo vivente per consolidare scarpate e rive di fiume. Ciò, è evidente, non è riferito alle varietà di bambù che vengono generalmente utilizzate come pianta ornamentale ma ad altre che si caratterizzano per la notevole capacità di accrescimento che in talune specie può arrivare in condizioni ottimali di crescita anche vicino al metro giornaliero. I culmi di bambù molto leggeri, duttili e allo stesso tempo molto resistenti possono formare il telaio delle bici e adattarsi ai terreni accidentati delle strade sterrate che caratterizzano alcuni Paesi oppure legati opportunamente sempre con materiale vegetale oppure possono essere utilizzati per la costruzione di ponti e sono in grado di sostenere pesi inimmaginabili, tali da permettere anche il passaggio di mezzi di trasporto. L’indiscusso vantaggio di questa “pianta” monocotiledone è dato anche dal fatto che vegeta con condizioni ambientali molto diverse, ed anche se con varietà diverse  è presente in tutti i Continenti.
Pianta appartenente alla famiglia delle Graminacee, il bambù, viene definita pianta più per le dimensioni raggiunti dai suoi culmi che per l’effettiva consistenza del proprio caule. In Italia è presente l’Arundinaria japonica di chiara provenienza giapponese diffusa per lo più a scopo decorativo ornamentale. I culmi sono a sezione circolare, verdi–ocracei alti 3-5 metri con foglie avvolgenti, lamina lanceolata e molto lunghe (20-30 cm). Se poste in luoghi umidi sono capaci di formare fitti boschetti che attraggono merli e tordi i quali, al proprio interno, trovano un ottimo riparo sia dagli agenti meteorologici avversi che come luogo di nidificazione. Sempre proveniente dal Giappone viene coltivata in Italia la Bambusa pygmaea che come si intuisce dal nome presenta uno sviluppo contenuto, culmi molto brevi al massimo 30-40 cm, tozzi di colore verdastro, La Phyllostachys nigra, invece, raggiunge tranquillamente i 6-7 metri con culmi di notevole diametro ed è capace di creare autentiche barriere antivento e in particolari ambienti può essere utilizzata come siepe perimetrale. Caratteristica che accomuna un po’ tutte le specie di bambù è la predilezione di terreni freschi, profondi e umidi mentre per quanto riguarda il resto si adattano abbastanza facilmente a quasi tutti gli ambienti climatici italiani ad esclusione delle zone montane. I culmi di questa pianta sono molto utilizzati come materiale di sostegno per molte specie volubili tra cui i Ficus grazie al ridotto diametro e alla notevole resistenza alle marcescenze. Facile risulta anche la propagazione per talea basale provvista di radici.

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Bosso

L’uso del bosso in giardino risale ad alcuni secoli fa.  L’esempio più significativo lo si trova nei giardini di Versailles e di Villa Madama a Roma, dove è tuttora usato come elemento decorativo e per la realizzazione di forme geometriche. Dopo un lungo periodo di assenza, negli ultimi anni il Buxus sempervirens gode di un rinnovato interesse, soprattutto per la coltivazione in vaso sul balcone, sul terrazzo e nei giardini  grazie al suo carattere rustico, alla facilità di coltivazione e alle possibilità di ottenere forme sagomate.  Il bosso è spontaneo in tutto il Mediterraneo dove cresce nel sottobosco, è resistente alle basse e alle alte temperature e solo le gelate intense  possono danneggiare il fogliame ma la pianta si riprende facilmente e se non viene potato può raggiungere diversi metri di altezza. Cresce sia in una posizione soleggiata che ombreggiata, su tutti i tipi di suolo, anche su quelli calcari e poco fertili. L’unica esigenza che pone quest’arbusto sono le annaffiature: la terra non deve mai asciugarsi completamente. Questo vale soprattutto per gli esemplari coltivati in contenitore, perché l’apparato radicale è grande e fine e richiede una grande riserva di terra. Tra le diverse cultivar di Buxus sempervirens, la più diffusa è la ‘Rotundifolia’, dal fogliame più grande e rotondo, di colore verde scuro ma esistono anche la ‘Suffruticosa’, una variante nana che non supera il metro di altezza ideale per i bordi delle aiuole e dei vialetti, e il Buxus microphylla, una specie a foglia piccola e dal portamento compatto. Molte sono le cultivar a foglia variegata, come ad esempio la ‘Elegans’, con portamento basso e fogliame bordato di bianco, la ‘Aureovariegata’, con foglie leggermente più grandi e rotonde, screziate di giallo o interamente di questo colore. La fioritura dei bosso, anche se poco significativa, ha luogo da Aprile a Maggio, con fiori verdognoli che attirano le api. Il bosso è ideale come siepe bassa per delimitare il giardino o le aiuole, come siepe divisoria e anche per la coltivazione in vaso ove può essere facilmente potato e sagomato. Queste operazioni vanno eseguite in Giugno o in Agosto e, in ogni modo, in giornate poco assolate per evitare scottature al fogliame. Si possono inventare innumerevoli forme diverse, basta usare la fantasia, procurarsi un paio di forbici affilate, del filo di ferro e armarsi di molta pazienza visto che per creare una forma stabilita occorrono anche diversi anni. Chi non ha tempo da dedicare all’arte topiaria, può rivolgersi ai garden, dove sono disponibili bossi a sfera, a piramide, a spirale, a rettangolo e inoltre sagomati con forme di orso, lepre, pavone e tanti altri animali.  La coltivazione di queste forme particolari richiede, come già detto, diversi anni e notevole pazienza e pertanto le piante sagomate dal vivaista hanno prezzi piuttosto elevati. Per coloro che vogliono in proprio prodursi delle piantine, occorre dire che tale pratica è relativamente semplice e dà discreti risultati: da Maggio a Ottobre si possono prelevare le talee dalla pianta e trattarle, preferibilmente, con ormoni radicanti. Le talee così preparate vanno messe a radicare in della spugna per fiori, precedentemente bagnata. Ad avvenuta radicazione, due-tre settimane circa, le piantine vanno trasferite in vasetti con torba e successivamente devono trascorrere l’inverno in luogo riparato a temperature non inferiori ai 15°C; in primavera possono essere trasferite all’aperto.

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Camelia

Pare che la Camelia sia arrivata in Inghilterra a seguito di un inganno che i cinesi, gelosi della loro Camellia sinensis, nome botanico della pianta del tè, attuarono sostituendola con la Camellia japonica o camelia ornamentale. La parentela stretta tra le due piante, dall’utilizzazione diversa, ha permesso cos che in Europa arrivasse un arbusto dalle pregevoli caratteristiche e dal grande fascino che per la bellezza dei fiori ha fatto paragonare la pianta alla rosa e da qui il nome rosa del Giappone. Pianta arbustiva, eretta alta fino a 6 metri, sempreverde e ad accrescimento lento ha goduto in passato una larga popolarità. I fiori solitari o riuniti a due-tre all’apice dei rami o alle ascelle hanno sei petali o più, carnosi di colore vario e predominanza del rosa. La bellezza dei fiori induce il più delle volte a coltivarla in casa ma indubbiamente l’ambiente ideale per la coltivazione è il balcone o il giardino dove si possono ottenere con poche piante un accostamento pregevole di fiori con colori e dimensioni diverse. Ciò non toglie che anche in casa la pianta è possibile coltivarla anzi è consigliabile quantomeno durante il periodo della fioritura per ripararla dall’eventuale freddo sistemandola in vaso smaltato di ceramica che esalta la lucentezza delle foglie. Nel giardino le piante preferiscono una zona in semiombra riparata dal sole nelle ore più calde della giornata. Il terreno, visto che si tratta di pianta acidofila, va integrato con torba o sostanza organica e le le irrigazioni preferibilmente con acque non calcare. A tale scopo per coloro che hanno un giardino di discreta estensione è consigliabile raccogliere l’acqua piovana delle grondaie che può, successivamente, essere utilizzata sia per l’irrigazione di piante che richiedono Ph acido, sia per la nebulizzazione fogliare delle piante che richiedono alta umidità e tenute in casa. Per chi si accingesse ad acquistare una pianta di camelia è molto importante che nella scelta vengano preferite piante con un buon sviluppo, alte 0.80-1 metro, che non mostrino abrasioni o necrosi sui rami e le foglie, verificando possibilmente che l’apparato radicale riempia completamente il vaso o quantomeno che lo stesso non sia troppo grande rispetto alla dimensione della pianta. Se invece si vogliono riprodurre piante già esistenti è conveniente attuare una riproduzione per propaggine in quanto le talee sono di difficile radicazione. La propaggine si ottiene interrando ramificazioni basali di diametro non superiore a 1 cm. Dal momento della effettuazione è necessario che trascorrono due anni prima dell’avvenuta e completata radicazione e dopo la quale è possibile staccare la piantina ottenuta dalla pianta madre e trasferirla in vaso o altro.

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Erica arborea

L’Erica arborea è un arbusto sempreverde, dalla corteccia rossastra, a portamento eretto, appartenente alla famiglia delle Ericaceae.
Descrizione: ha numerosi rami, anch’essi a portamento quasi sempre eretto. Le foglie sono aghiformi, persistenti e coriacee, verde scuro, normalmente in verticilli di quattro, con margine dentellato. I fiori sono piccoli, penduli, molto numerosi, riuniti in ricche infiorescenze terminali, dal colore bianco-crema e profumati. Fioritura: marzo-maggio
Frutti: capsule contenenti numerosi piccoli semi. Nome comune:  Radica . Distribuzione: in Africa settentrionale e centro-orientale, Europa meridionale, e nelle Canarie.
In Italia ha distribuzione peninsulare con popolazioni presenti anche oltre lo spartiacque appenninico; è presente anche nelle isole (tipico elemento della macchia mediterranea). Usi: le ramificazioni di eriche legate in fascina sono utilizzate per fare scope, e un tempo potevano costituire le coperture e le pareti di abitazioni povere e capanni. Per ottenere i bozzoli per la filatura della seta, i bachi erano posti, spesso, su rami di erica.
La parte inferiore della ceppa, era “cotto” (combustione interrotta) nella carbonaia nel bosco, per ottenere un carbone in grado di sviluppare molto calore. Il carbone da legno d’erica era richiesto nelle officine dei fabbri per la forgiatura del ferro. Il legno rossiccio di erica arborea è duro e pregiato, ed è il materiale più utilizzato nella costruzione dei fornelli da pipa. La parte utilizzata per ottenere la pipa è quella nodosa della base, in angolo, il cosiddetto “ciocco”.

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Glicine

“Il trionfo della primavera” si manifesta secondo la dicitura ricorrente con la fioritura del glicine. La fioritura di alcune specie vegetali caratterizza la fine dell’inverno come quella del bucaneve e successivamente quelle delle primule, le pratoline, poi, annunciano l’arrivo, in tutto il suo splendore, della stagione dei  fiori e dei colori in cui le specie vegetali per riprodursi fanno  sfoggio di colori per attirare api e bombi che con la loro azione, poco appariscente ma molto concreta e con un lavoro paziente e continuo, passano da un fiore all’altro il polline. Anche il glicine si è fornito di variopinti colori per catturare l’interesse di tali insetti e nello stesso  tempo con i suoi grappoli dal bianco al lilla ricchi di inebriante profumo vive giorni da protagonista nei giardini primaverili. In alcuni casi come la cultivar giapponese Wistaria floribunda “Macrobotrys” la lunghezza dei grappoli può raggiungere il metro, con colorazioni rosso-violaceo. Appartenente al genere Wistaria il glicine Wistaria sinensin proviene dalla lontana Cina e annovera parenti vegetali molto importanti. Infatti alla famiglia delle Papilionacee sottofamiglia di leguminose, di cui il glicine fa parte, appartengono anche ginestre, erba medica, fave, piselli, lenticchie e ceci molto importanti ai fine dell’alimentazione umana.  In giardino le piante di glicine, molto vigorose e resistenti alle basse temperature, in virtù dei rami lunghi (anche 12-13 metri) e volubili sono l’ideale per costituire spalliere fiorite, ombrosi gazebo oppure, appoggiate ad un vecchio muro per coprire la rusticità e le imperfezioni dello stesso. I rami di questa pianta possiedono anche una forza invidiabile per cui è consigliabile tenerli distanti da eventuali reti di recinzione o ringhiere perché finirebbero con il torcere le sbarre. Poche sono le esigenze sulla natura del terreno e degli apporti idrici per cui è possibile allevare piantine di glicine un po’ in tutti gli ambienti e con diverse esposizioni visto che la pianta vegeta bene anche in condizioni di bassa luminosità. Molta cura invece va posta durante la potatura se si vuole ottenere delle abbondanti fioriture. Pertanto la potatura deve essere effettuata ogni anno all’inizio dell’inverno per le varietà a fioritura tardiva in modo da eliminare i rami vecchi e nello stesso tempo favorire la fuoriuscita di germogli laterali da quelli che determinano la struttura generale della pianta o altrimenti definiti portanti. Le varietà a fioritura precoce invece vanno potate alla fine della fioritura asportando i rami che hanno fruttificato e diradando il resto per consentire il rafforzamento dei due-tre rami che caratterizzano la struttura principale della pianta.  Altro intervento per migliorare la parte estetica è quello di permettere l’intreccio iniziale dei rami principali che formerà una caratteristica treccia.

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Hebe

Piccoli arbusti dall’emisfero australe
L’Hebe, un piccolo arbusto sempreverde, è indigena nelle terre verdeggianti della Nuova Zelanda, dove crescono spontanee diverse specie di piante, uniche al mondo, tra le quali l’Hebe è il genere più ricco. I maggiori garden italiani propongono una vasta gamma di questi arbusti provenienti dall’emisfero australe, fioriti e sempreverdi, ideali per la coltivazione in giardino, sul terrazzo e sul balcone.
L’Hebe sempreverde e le sue cultivar è molto usata nelle aiuole, nelle scarpate e per la formazione di bordure, mentre le varietà nane sono ottime nei giardini rocciosi e rappresentano bellissimi ornamenti verdi, coltivate in vaso sul terrazzo e sul balcone. L’Hebe fiorita, spesso confusa con la Veronica per la somiglianza delle infiorescenze, si distingue perché è un arbusto, mentre la Veronica è una pianta perenne. È disponibile in molteplici specie e forme e tra le più particolari menzioniamo l’Hebe ochracea ‘James Sterling’ e l’Hebe Golden Nugget’, entrambe con folta vegetazione e foglie simili alle conifere, dal colore gialloverde dorato che d’inverno diventa giallo bronzeo.
Nelle altre specie, il fogliame è comunemente rotondo e vi è una grande varietà di colori, forme e grandezze. Le foglie dell’Hebe pinguifolia Pagei’, ad esempio, sono notevoli per la colorazione grigio-blu, quelle dell’Hebe buxifolia hanno il colore verde cupo e, come indica il nome della specie, ricordano il fogliame del bosso. Molto interessante è l’Hebe pimeloides, un arbusto basso, quasi tappezzante, con foglie di colore grigio-blu intenso. Le cultivar ‘Mdsummer Beauty’ e Nicolas Blush’, invece, hanno il portamento eretto, molto ramificato, e possono raggiungere un’altezza di 1,25 m. Il fogliame della’Red Edge’ si colora di rosso in primavera. La maggior parte di questi arbusti ha il portamento molto compatto; in primavera si può eseguire la toelettatura accorciando i rami troppo lunghi.

Si distingue tra le diverse specie coltivar di Hebe anche in base al colore delle infiorescenze a spiga. Dell’Hebe albicans, originariamente a fioritura bianca, sono disponibili cultivar con fiori blu, viola, marroni e rosa pallido. L’Hebe macrocarpa brewfolia si riveste da agosto ad ottobre di inflorescen-ze q spiga rosse, l’H.  ‘Summer Blue’ porta fiori azzurri, le Nicolas BlusW e ‘Pink Paradise’ fioriscono in rosa. L’Hebe buxifolia produce fiorellini bianchi, lo stesso colore delle inflorescenze delle specie ochracea, cupressoides, larkii e pinguifolia, mentre l’Hebe salicifolia presenta una bella fioritura lilla. L’Hebe ama il caldo, una posizione soleggiata e un suolo poco calcareo, ben drenato. Per proteggere le radici da un eccesso di calcare, si consiglia di scavare una buca piuttosto ampia e riempirla di torba da giardino prima di mettere a dimora la pianta. L’Hebe ha buona resistenza al freddo invernale e può svernare in una posizione riparata. Le specie tipiche, come ad esempio l’H. ochracea e l’H. sutherla e le piante coltivate in pien’aria sono più resistenti alle gelate delle specie ottenute dall’ibridazione, ad esempio l’H. buxifolia, e delle piante in vaso, che trascorrono l’inverno preferibilmente in serra, nella veranda o nel locale lavanderia. Anche se è una pianta poco vistosa, l’Hebe vanta un gran numero di appassionati, di cui alcuni hanno fondato la “Hebe Society”. Questo club promuove la produzione di Hebe e di altri generi spontanei soltanto nella Nuova Zelanda con lo scambio di talee, la pubblicazione di un notiziario trimestrale e un sito Internet. La “Hebe Society” è nata in Gran Bretagna ed ha associati in tutta l’Europa, nel Nord America e nella stessa Nuova Zelanda.

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Ibisco

Il genere Hibiscus abbraccia circa 300 specie e tra queste il syriacus è l’unica con sufficiente resistenza al freddo tale da poter essere usata in giardino nelle regioni con clima rigido. L’ibisco è tra gli arbusti con fioritura estiva più spettacolare ed è molto apprezzata perché riveste di colore il giardino e il terrazzo proprio quando pochi altri arbusti sono in fiore. Dalla piena estate all’autunno inoltrato, produce ininterrottamente fiori, che arrivano ad un diametro dai sette fino ai dodici cm.  L’Hibiscus syriacus, chiamata anche arbusto altea per la somiglianza dei fiori a quelli dell’Althea rosea, può raggiungere un’altezza di due metri e mezzo e deve il suo nome al suo paese natio, la Siria, dove cresce nelle zone desertiche.  Ama quindi una posizione soleggiata e calda ma cresce bene anche alla leggera ombra.  Questa pianta si adatta a tutti i tipi di suolo, purché sia fresco, leggero e ben drenato, ma è sensibile alla siccità estiva ed è necessario annaffiare regolarmente, soprattutto nella fase iniziale di coltivazione e nei periodi di siccità prolungata.  In giardino, risalta sia in una posizione isolata sia in gruppo con  preferenza per gli esemplari ad alberello o sagomati a forma di piramide. Per favorire la produzione di nuovi boccioli, in primavera occorre praticare un’energica potatura tagliando completamente i germogli cresciuti sui rami durante l’anno, perché solo i germogli nati dopo la potatura producono fiori. Per le dimensioni non troppo grandi e la necessità di potature annuali, questa pianta è molto adatto alla coltivazione in vaso in terrazzo o in balcone  dove porta un tocco di eleganza qualora venga allevata  ad alberello con un fusto intorno al metro di altezza.

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Leucothoe

La Leucothoe “Zeblid”, nativa in America e appartenente alla famiglia delle Ericaceae è un arbusto nano sempreverde, dal portamento quasi sferico che può arrivare ad un metro circa di altezza. I rami elegantemente arcuati portano foglie oblunghe, con apice allungato e margine seghettato. Le foglie giovani hanno un colore bronzeo, che muta in verde durante la maturazione; in autunno il fogliame si tinge di un vistoso rosso scarlatto, tendente al porpora cupo, stesso colore dei getti. I fiori, riuniti in piccoli racemi penduli, sono bianchi e appaiono in aprile-maggio. La Leucothoe è ottima come coprisuolo in giardino, in vaso in terrazzo o come fronda recisa. Come tutte le piante da sottobosco richiede un terreno acido, piuttosto umido ma ben drenato, e ricco di sostanze organiche. La pianta tollera sia un suolo argilloso sia sabbioso ma non calcareo. La “Zeblid” è molto resistente al freddo ma non tollera le gelate, che possono danneggiare le radici. Nelle regioni a clima rigido, gli esemplari in vaso devono svernare in un luogo riparato e fresco. Ama una posizione luminosa o anche leggermente ombreggiata; la luce, comunque, favorisce la colorazione del fogliame.  La “Zeblid” tollera molto bene il trapianto e, pur avendo la crescita piuttosto lenta, dopo il trasferimento i rami si allungano facilmente; se diventano troppo lunghi, possono essere accorciati.  Questa operazione favorisce, inoltre, la produzione di nuovi getti. Tra le piante che formano un bel contrasto con il fogliame rosso porpora della Leucothoe vi sono la Skimmia japonica “Fructo-alba” e la Gaultheria mucronata “Wintertime”, entrambe con bacche bianche, e la Lonicera purpusii, un arbusto sempreverde con fioritura invernale, che produce piccoli grappoli profumati di fiori bianchi.

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Ligustro

Si è ormai agli sgoccioli per la messa a dimora di piante per la formazione di siepi anche se in teoria con l’utilizzo di piante in vaso  ciò è possibile tutto l’anno. Oltre alle più classiche siepi di lauroceraso, nei vivai sono presenti molte altre specie come berberis, photinia, carpino, piracanta, pittosporo, bosso e ligustro. Queste specie possono essere utilizzate da sole oppure alternate in modo che la bellezza del fogliame, molto diverso, crei scenari molto colorati, come nel caso di utilizzo di photinia e berberis o con colorazioni decisamente più classiche e uniformi con bosso e lauroceraso. Il ligustro è una di quelle specie che, generalmente, viene utilizzato da solo in quanto proprio così dà un tocco molto particolare per il suo fogliame fitto e dal verde intenso. La notevole resistenza alle potature, fa inoltre sì, che venga utilizzato sia per la creazione di siepi per aiuole  di piccola dimensione sia per dar vita ad autentiche barriere perimetrali. Originario dell’Europa, il Ligustrum vulgare in Italia è diffuso in tutte le regioni, spingendosi fino a 1.200 metri di quota assumendo una forma a portamento arbustivo alta fino a raggiungere i 4-7 metri di altezza, con chioma espansa e cespugliosa e foglie caduche. A seconda delle varietà può avere fusti eretti con rami ad andamento eretto, orizzontale o prostrato e corteccia grigiastra. Esistono inoltre varietà a foglie, caduche o persistenti, semplici, con inserzione opposta al ramo tramite con un piccolo picciolo. I fiori bianchi e piccoli con quattro petali riuniti in infiorescenze a pannocchia si sviluppano all’apice dei rametti nella primavera-estate (maggio-luglio) e sono intensamente profumati. L’apparato radicale del ligustro ha una notevole capacità rizomatosa che le permette il diffondersi rapidamente. Per questa caratteristica e per la rusticità il Ligustro è considerato una essenza colonizzatrice di terreni aridi e ricchi di calcare e molte volte viene sfruttato per rinsaldare terre instabili come le scarpate di strade. Nei giardini viene generalmente impiegato nella costituzione di siepi, come pianta ornamentale da sola in piena terra oppure, vista l’adattabilità alla coltivazione “in contenitore” di una certa dimensione, può essere adatto ad abbellire verande o terrazzi aperti. Alcune varietà di ligustro a portamento contenuto e compatto vengono utilizzati nell’arte topiaria caratteristica dei tipici giardino all’italiana. Per ottenere una splendida siepe di ligustro occorre orientarsi su varietà a sviluppo contenuto come il Ligustrum ovalifolium, a foglie dorate, adatto sia per la formazione siepi che solitario in forma libera. Le piantine vanno sistemate in una trincea preventivamente scavata e letamata, in giornate asciutte, alla distanza di circa 45-50 cm. Per una crescita omogenea e compatta i successivi tagli di potatura devono essere effettuati asportando circa un terzo della nuova vegetazione prodotta.

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Oleandro

Erigone, Aretusa, Berenice, quale di voi accompagnò la notte d’estate con più dolce melodia tra gli oleandri lungo il bianco mare?   Così incomincia il D’annunzio nella poesia Alycone e da questo poemetto prese il nome l’opera Sodalizio dell’oleandro” che associa la figura della pianta a quella classica dell’estate mediterranea calda e secca ma ricca di fioriti oleandri che caratterizzano le fiumare e più recentemente alcuni tratti degli spartitraffico delle autostrade del Sud. La presenza di queste piante nei fiumi e nei tumultuosi torrenti ne ha determinato il nome; infatti il primo termine del nome botanico, Nerium  oleander, in greco significa acqua a sottolineare la necessità di una richiesta notevole di acqua per il suo ciclo vitale.   L’interesse per gli oleandri come pianta ornamentale è sicuramente molto recente, in quanto in passato la pianta era considerata, non solo in Italia, pianta funeraria tanto che in alcune regioni la utilizzavano per addobbare i carri funebri.  Nel Medioevo al contrario era considerata una pianta portatrice di buoni propositi e una leggenda evangelica sostenevano che dal bastone di San Giuseppe fosse fiorito proprio un oleandro.  La discreta adattabilità a diverse condizioni ambientali ha fatto si che, da pianta spontanea delle regioni calde, si sia ritagliata un discreto successo anche al Nord Italia e sulle rive del lago di Garda ove cresce anche spontanea. L’oleandro è un albero o arbusto sempreverde che deve la sua bellezza alla notevole quantità e alla nutrita varietà di colori dei propri fiori semplici e doppi che vanno dal bianco al roseo, dal rosso al giallo e dal profumo intenso. I pareri riguardo a quest’ultimo aspetto sono molto discordanti visto che alcuni lo definiscono inebriante mentre in Campania è tristemente noto col nome di “fitiente” (puzzolente); a prescindere dai pareri divergenti la pianta, da giugno a settembre, tra le foglie opposte, lunghe, ellittiche, lucide e scure si riempie di una ricca fioritura che ha la caratteristica di avere i petali tossici come tra l’altro anche le foglie. La velenosità è data dalla presenza d’eterosi (oleandrina, neriina). Gli oleandri possono essere coltivati in vaso con la tipica forma a cespuglio oppure in piena terra e essere impostato a alberello. Generalmente  le  nuove  piantine vengono trapiantate in primavera e poste  in una posizione molto assolata. Con la ripresa vegetativa (aprile) va innaffiato frequentemente e abbondantemente vista la notevole massa traspirante. Dopo la fioritura i rami portatori di fiori vanno leggermente accorciati e vanno allo stesso tempo diradati i rami laterali lasciandone eventualmente qualcuno che successivamente rimpiazza eventuali rami vecchi e rovinati.  Prima della fioritura è anche possibile ottenere nuove piante di oleandro effettuano una moltiplicazione per talea. Le talee, lunghe 20 cm circa, radicano bene sia in acqua che in sabbia nell’arco delle tre-quattro settimane a condizione che siano posizionate in ambiente ombreggiato. Durante i mesi invernali le piante in vaso vanno protette dal freddo.

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Passiflora
Il simbolo vegetale della Passione di Cristo nasce da un arbusto rampicante a stelo gracile ed è il fiore della passiflora o “fiore della Passione”. La pianta originaria dal Messico è stata importata in Europa da un padre agostiniano che rimase colpito dai fiori, ermafroditi, posti singolarmente e caratterizzati da più piani di simmetria e che nella parte centrale ricordano la corona di spine mentre le altre parti, come lo stilo al centro, la colonna della flagellazione e con un poco di fantasia gli stammi diventano i chiodi, lo stame la spugna imbevuta di fiele e aceto, le cinque macchie rosse sulla corolla le cinque piaghe. Da questi fiori al tempo stesso belli e pieni di significato si formano dei frutti (bacche) eduli di colore giallo-arancio a maturazione. La passiflora è una pianta rampicante il cui fusto raggiunge la lunghezza di 6-8 metri e che necessita di sostegno qualsiasi ma robusti essendo formato da viticci molto sottili. Le foglie possono essere sempreverdi, semplici, con inserzione alterna, inserite sui sottili rametti mediante un picciolo lungo qualche centimetro. La lamina fogliare, palminervia, è costituita da 5-7 lobi profondamente incisi e raggiunge la lunghezza di 15 centimetri. Introdotta in Italia a scopo ornamentale e si è diffusa spontaneamente nelle regioni settentrionali temperate arrivando a colonizzare ruderi e pietra. Predilige esposizioni in pieno sole o parzialmente ombreggiate ed è di facile coltura per la rusticità; resiste egregiamente alle basse temperature ed in caso di danni possiede una notevole capacità di ricaccio basale. Non possiede particolari esigenze pedologiche, anche se ama i suoli fertili e ben drenati. La Passiflora può essere impiegata per rivestire pergolati anche di giardini pensili e quindi messa a dimora in contenitori. La pianta può essere propagata per talea in estate prelevando dal fusto apici lunghi 10 cm circa che vanno privati delle foglie basali e immersi in un preparato a base di ormoni che ne stimola la radicazione. Una o più talee così preparate possono essere sistemate in vaso contenente torba e sabbia in parti uguali e tenuti in luogo ombreggiato e fresco fino  a completa radicazione (tre-quattro settimane circa). Le piantine così ottenute possono essere trapiantate in piena terra preferibilmente l’anno successivo alla radicazione in modo che per il primo anno di vita trascorrono l’inverno al coperto e con temperatura non inferiore ai 10°C. Le piante giovani trapiantate in primavera si aggiovano di una potatura molto drastica che lasci la pianta accorciata ai primi 15-20 cm dalla base, allo stesso modo possono essere potate le piante con più anni di permanenza all’aperto, in ogni caso tale potatura non è mai dannosa. Infine, pochi sono i danni che possono essere creati da parassiti vegetali mentre si può riscontrare in qualche annata delle infestazioni di afidi, di mosca bianca e di ragnetto rosso ma in genere non tali da giustificare l’intervento con prodotti chimici che in ogni caso riescono a controllare perfettamente lo sviluppo di questi parassiti.

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rododendro
Tra la fine di maggio e i primi di giugno è possibile ammirare presso il Rhododendron Park di Brema la fioritura della pianta a cui il parco deve il nome: il rododendro. La costituzione del parco risale alla fine degli anni Trenta e in esso sono coltivate circa 700 delle 1000 specie di rododendro conosciute al mondo. Il nome Alpenrosa ( rosa delle Alpi) con cui i tedeschi identificano queste piante è significativo delle esigenze e delle caratteristiche che contraddistinguono questi arbusti che vivono ad altitudini rilevanti fino a duemila metri sulle Alpi. Al genere Rhododendron appartengono anche le azalee che si distinguono dai rododendri veri e propri principalmente per le foglie caduche e il portamento basso della pianta; alla stessa famiglia appartengono anche le eriche e i mirtilli per un totale di circa settanta generi e 1900 specie. Piante spontanee, i rododendri mal si adattano ai locali chiusi dove ben presto si manifesta l’ingiallimento e la successiva caduta delle foglie e pertanto la collocazione in giardino è sicuramente la migliore. Infatti la pianta è molto resistente alle basse temperature e se la è in riposo vegetativo resiste bene anche a temperature di 10 gradi al disotto dello zero mentre al momento della ripresa vegetativa della pianta molta attenzione va posta ai ritorni improvvisi di freddo o alle gelate tardive. In giardino il rododendro deve essere posizionato in luogo semi-assolato visto che le temperature ottimali per la crescita durante il giorno devono essere preferibilmente comprese tra i 18 e i 22 gradi le risulta fondamentale, ai fini della fioritura, che la pianta soddisfi un certo fabbisogno di freddo. La pianta necessita un ph prevalentemente acido compreso tra 4,5 e 5; terra di bosco, torba e aghi di pino sono, tra i substrati, quelli che riescono meglio a soddisfare le caratteristiche nutrizionali e chimiche della piante che possiede un apparato radicale fibroso ma superficiale e delicato. Questo comporta anche una certa cura nelle irrigazioni che devo essere frequenti e con acque prive di salsedine e di calcare. La presenza di calcare o in ogni caso di acque molto dure provoca fenomeni di clorosi ferrica che provocano accentuate necrosi marginali. L’impiego di chelati di ferro sciolti in acqua e somministrati in buche superficiali prontamente ricoperte garantiscono il miglior utilizzo di questo microelemento molto termolabile. Non esistono malattie degne di menzione che colpiscono i rododendri forse dovuto al fatto che le foglie molto tossiche scoraggiano i parassiti. Se si espletano queste poche ma importanti attenzioni colturali, da aprile in poi è possibile ammirare i suoi fiori simili alle rose ed è proprio da questa somiglianza che dal greco deriva il suo nome: ròdon-rosa e dèndron-albero, in pratica “albero delle rose”. Qualora si volesse propagare tale piante per talea il periodo ottimale è da Luglio a Settembre.

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Rosa
La rosa è la regina dei fiori e il suo regno non è stato ancora scalzato da nessuna “repubblica” in virtù delle svariate tonalità di colori dei suoi fiori profumatissimi e dell’adattamento a diverse condizioni ambientali e pedologiche. Per ottenere delle belle rose non basta possedere un buon terreno, condizioni climatiche ottimali o una buona varietà ma occorrono soprattutto interventi di potatura regolari e ben eseguiti. L’epoca migliore per la potatura dei rosai è il periodo gennaio-febbraio ma può essere prolungato in quelle località in cui l’inverno tarda a lasciare il posto alla primavera. In genere le nuove varietà di rosa fioriscono sui rami prodotti nello stesso anno e quindi su legno nuovo mentre i rosai sarmentosi e rampicanti tendono a portare fiori sul legno dell’anno precedente.
Nel primo gruppo a cui fanno parte gli ibridi di tea, di floribunda e i rosai a cespuglio lo scopo della potatura sarà quello di formare una struttura circolare rada al centro in modo di garantire una ottima esposizione ai raggi solari. Si procede asportando inizialmente tutti i rami morti, deperiti o colpite da forme parassitarie nella precedente stagione. Il ramo va reciso in una zona in cui il legno da garanzie di tessuti sani e vigorosi altrimenti la branca va asportata completamente. Allo stesso modo vanno eliminati tutti i rami deboli e sottili e quelli che si incrociano eliminando in questo caso ovviamente il più debole. Dopo questi primi interventi dovranno rimanere cinque-sei branche di un certo spessore che vanno raccorciate. Sul numero di branche principali o sulla natura dell’accorciamento delle stesse possono essere fatte diverse considerazioni che tengono conto di diversi fattori e che in misura rilevante vanno legate all’esperienza di potatura. In piante poco vigorose danneggiate eccessivamente da fattori ambientali il numero di branche principali può ridursi a due-tre e l’accorciamento delle stesse può avvenire dopo la prima o seconda gemma; in piante vigorose, in ottimali condizioni ambientali e su certi tipi di rosai di notevole vigoria il numero di branche può aumentare vistosamente e l’accorciamento essere meno drastico ed effettuato dopo la quarta-quinta gemma. Una attenta osservazione sullo sviluppo e sulla produzione  di fiori durante l’anno può in ogni caso dare ottime indicazioni sulle reali esigenze della pianta specialmente in tutti quei casi in cui il potatore è armato di buona volontà ma di scarsa esperienza. Per quanto riguarda invece i rosai rampicanti occorre eliminare i ramoscelli sfioriti, tutti i rami vecchi e improduttivi, quelli deboli e successivamente accorciare le ramificazioni principali evitando di toccare quelle dell’anno in quanto fioriranno l’annata successiva. Infine una regola valida per tutte le specie è quella di eliminare dopo la prima caduta di petali le rose sfiorite accorciandola al di sotto di due tre foglie ed evitare sempre la formazione di capsule di semi (cinorrodi) perché sottraggono eccessive energie alla pianta.

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L’interesse invece manifestato per le specie a mazzetti e uniflore a fiore piccolo sta nel fatto che è possibile ottenere con queste un prodotto a basso prezzo e più di massa.  L’aspetto che i genetisti hanno molto curato e la floribundità della specie cioè la capacità di una produzione elevata di fiori vendibili e i brevetti di nuove varietà si sono succeduti con la stessa rapidità con cui si è accresciuto  negli  ultimi anni l’interesse dei  consumatori  che hanno  fatto  delle  rose il fiore di  tutte  le  occasioni. All’occasione si regaleranno rose rosse per rendere esplicito un messaggio di amore ardente e un manifesto segno d’attrazione, rose gialle quando la gelosia dell’amore tradito accomuna in n silenzio reciproco e rose bianche in omaggio all’innocente fanciulla. Resta beninteso che le rose rosse arrivate alla mamma per il suo compleanno possono anche significare perdono per la brutta pagella che il figlio ha portato a casa.   Rosai, rampicanti, antiche, a mazzetti. Rosse e rosa sono una delle tante soluzioni per il giardino e sulla collocazione non vi è mai il rischio di sbagliare vista l’estrema adattabilità della pianta e la capacità di abbinarsi a qualsiasi contesto e contrasto di colori che il giardino più austero può presentare. Una buona concimazione e un buon terreno sono ovviamente premessa per una fioritura  duratura ed  abbondante. Molta cura va invece posta per la potatura che deve tenere conto del portamento della pianta e delle caratteristiche. Vanno potate basse con tagli netti e lisci le specie da rosai ad aiuole mentre sfoltire e mantenere rami sempre giovani sarà la prerogativa da tener conto per quelle rampicanti.

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Rosmarino
Il rosmarino (Rosmarinus officinalis) è un arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.
Originario dell’Europa, Asia e Africa, è vive nell’area mediterranea nelle zone litoranee, garighe, macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell’entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare, ma si è stanziato anche nella zona dei laghi prealpini e nella pianura padana nei luoghi sassosi e collinari.
Il rosmarino è una pianta arbustiva che raggiunge altezze di 50-300 cm, con radici profonde, fibrose e resistenti, ancorante; ha fusti legnosi di colore marrone chiaro, prostrati ascendenti o eretti, molto ramificati, i giovani rami pelosi di colore grigio-verde sono a sezione quadrangolare.
Le foglie, persistenti e coriacee, sono lunghe 2-3 cm e larghe 1-3 mm, sessili, opposte, lineari-lanceolate addensate numerosissime sui rametti; di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca; hanno i margini leggermente revoluti; ricche di ghiandole oleifere.
I fiori ermafroditi sono sessili e piccoli, riuniti in brevi grappoli all’ascella di foglie fiorifere sovrapposte, formanti lunghi spicastri allungati, bratteati e fogliosi, con fioritura da marzo a ottobre, nelle posizioni più riparate ad intermittenza tutto l’anno. Ogni fiore possiede un calice campanulato, tomentoso con labbro superiore tridentato e quello inferiore bifido; la corolla di colore lilla-indaco, azzurro-violacea o, più raramente, bianca o azzurro pallido, è bilabiata con un leggero rigonfiamento in corrispondenza della fauce; il labbro superiore è bilobo, quello inferiore trilobo, con il lobo mediano più grande di quelli laterali ed a forma di cucchiaio con il margine ondulato; gli stami sono solo due con filamenti muniti di un piccolo dente alla base ed inseriti in corrispondenza della fauce della corolla; l’ovario è unico, supero e quadripartito.
L’impollinazione è entomofila poiché avviene tramite insetti pronubi, tra cui l’ape domestica, attirati dal profumo e dal nettare prodotto dai fiori.I frutti sono tetracheni, con acheni liberi, oblunghi e lisci, di colore brunastro. Richiede posizione soleggiata al riparo di muri dai venti gelidi; terreno leggero sabbioso-torboso ben drenato; poco resistente ai climi rigidi e prolungati.Si può coltivare in vaso sui terrazzi, avendo cura di porre dei cocci sul fondo per un drenaggio ottimale, rinvasando ogni 2-3 anni, usando terriccio universale miscelato a sabbia, concimazioni mensili con fertilizzante liquido miscelato all’acqua delle annaffiature, che saranno controllate e diradate d’inverno.In primavera si rinnova l’impianto cimando i getti principali, per ottenere un aspetto cespuglioso, senza dover ricorrere ad interventi di potatura.Si moltiplica facilmente per talea apicale dei nuovi getti in primavera prelevate dai germogli basali e dalle piante più vigorose piantate per almeno 2/3 della loro lunghezza in un miscuglio di torba e sabbia; oppure si semina in aprile-maggio, si trapianta in settembre o nella primavera successiva; oppure si moltiplica per divisione della pianta in primavera.
Il Rosmarino viene utilizzato:
• In cucina o nell’industria degli insaccati come pianta aromatica
• Come pianta ornamentale nei giardini, per bordure, aiuole e macchie arbustive, o per la coltivazione in vaso su terrazzi
• Le foglie, fresche o essiccate, e l’olio essenziale, come pianta medicinale
• Nell’industria cosmetica come shampoo per ravvivare il colore dei capelli o come astringente nelle lozioni; nelle pomate e linimenti per le proprietà toniche.
• Come insettifugo o deodorante ambientale nelle abitazioni, bruciando i rametti secchi
• In profumeria, l’olio essenziale ricavato dalle foglie, viene utilizzato per la preparazione di colonie, come l’Acqua d’Ungheria
• I fiori sono particolarmente melliferi

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Sambuco La farmacia degli dei
Quando il giardinaggio non era ancora un hobby, la tendenza comune era quella di coltivare per lo più specie di notevole utilità economica. I filari dei campi erano piantumati con pioppi, necessari a fornire pali e legname da opera, oppure platini e robinie per la produzione di legna da ardere. Attorno alle abitazione di campagna esistevano piante da frutto, qualche aromatica e l’orto, indispensabile a fornire ortaggi per gli usi domestici e immancabile, almeno in passato, era una pianta di sambuco. I bambini lo usavano per ricavare cerbottane e fischietti, gli adulti invece per tingere con la corteccia stoffe di nero, di verde con le foglie, per il blu si utilizzavano i fiori ed infine le bacche per il caratteristico viola. Inoltre dai rami lunghi, flessibili e cavi, tagliati durante l’inverno e dopo una breve stagionatura, si ottenevano dei leggeri manici di forconi e pale. I tirolesi lo chiamavano “farmacia degli dei” in quando dai germogli si ricava un decotto per curare le nevralgie, con impacchi di foglie si curavano malattie della pelle, dai fiori si otteneva un tè depurativo e dalle bacche uno sciroppo utile per infiammazioni bronchiali: una vera miniera di utilità. Presso le popolazioni germaniche “l’albero di Holda”, come veniva chiamato, era talmente rispettato tanto che, passando, al suo cospetto i contadini si toglievano il cappello. I Celti in virtù dei frutti che si conservano fino alla fine dell’anno hanno identificato con quest’albero il tredicesimo mese lunare che si conclude proprio nei giorni del solstizio d’inverno.
Tante altre leggende possono essere citate a testimonianza di un interesse della popolazione rilevante per una pianta da cui l’uomo ne trae notevoli benefici.
Originario del Caucaso è diffuso in tutta Italia visto la buona adattabilità ai diversi ambienti. E’ possibile trovarlo lungo le sponde dei fiumi e radure, in prossimità di case e cascine abbandonate, con preferenza per le zone in cui vi è una buona fertilità del suolo e in particolare di azoto. La buona diffusione è determinata dalla notevole capacità pollonifera che la pianta possiede e per questo generalmente è difficile trovarlo sotto forma arborea ma più facilmente in forma arbustiva con ampia chioma tondeggiante.
Alto al massimo 7-8 metri, presenta una corteccia grigio brunastra e al suo interno i rami presentano un midollo spugnoso molto sviluppato. Le foglie caduche possiedono 5-7 foglioline con apice acuminato e margine dentato. I fiori ermafroditi, cioè che possiedono sia la parte maschile (stami) che quella femminile (pistilli) sono molto piccoli, possiedono un calice ridottissimo e sono riuniti in ombrelle molto grandi che possono raggiungere facilmente i 20 cm. Accanto al Sambucus nigra è presente anche il sambuco rosso o racemoso diffuso principalmente in boschi di collina e montano inferiori ai 1.000 metri consociato a frassini, olmi, aceri, sorbi e noccioli.

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Skimmia

Bellezze con bacche di fuoco
La Skimmia reevesiam, in novembre eletta a “Pianta del Mese” e in vendita presso i maggiori garden italiani, è una pianta arbustiva a foglia persistente. Questa specie di Skimmia, dal portamento basso, non supera un’altezza di 80 centimetri ed ha un alto valore ornamentale in tutte le stagioni. Già in autunno appaiono i boccioli rosso cupo, che sbocciano all’inizio della primavera, quando la pianta si veste interamente di piccoli fiori bianchi, lievemente profumati, raccolti in pannocchie terminali. In settembre-ottobre i fiori lasciano spazio a ricchi grappoli di splendide bacche cremisi, che durano per molte settimane. li loro colore acceso è messo in risalto dal verde cupo del fogliame, lanceolato, dal tipico profumo aromatico.
Alcune specie di Skimmia sono dioiche, vale a dire che vi sono piante con fiori maschili e altre con fiori femminili; per indurre la fruttificazione, è necessaria la vicinanza di individui femminili e maschili. La S. reevesiana è l’unica specie monoica, cioè porta sia fiori maschili sia femminili, è dunque autofertile e basta acquistare una sola pianta per avere una profusione di bacche tutti gli anni. La Skimmia reevesiana è particolarmente versatile, adatta per la coltivazione in giardino, solitaria o in gruppi, la formazione di bordure, nei giardini d’erica, e in vasi e fioriere sul terrazzo e balcone. La pianta di questo mese, grazie alla lunga durata e alla facile manutenzione, è ottima anche per il cimitero e può addirittura trascorrere alcune settimane negli interni, soprattutto a Natale le sue bacche rosse e foglie verdi si inseriscono bene nell’addobbo festivo della casa. 1 rami, largamente usati nell’arte floreale, si possono recidere con facilità e rappresentano un valido complemento di mazzi misti. Specialmente la varietà ‘Ruby King’, che presenta lunghi steli con boccioli rosso cupo, si presta bene a questo tipo d’utilizzo.
La Skimmia, indigena nell’Asia orientale, fu importata in Europa nella metà dell’Ottocento. Considerati l’habitat naturale e la crescita lenta, questo arbusto è ideale per la coltivazione nelle zone umide e ombreggiate del giardino. Vuole un suolo ricco di sostanze organiche e assolutamente poco calcareo. Foglie ingiallite indicano un grado di pH troppo basso; occorre intervenire con l’ampliamento della buca d’impianto e l’aggiunta di torba attorno all’apparato radicale. La terra deve, inoltre, avere buone capacità di drenaggio e d’assorbimento dell’acqua; un eccesso d’acqua può provocare scottature sul fogliame e la clorosi, vale a dire la perdita progressiva del colore.
Pur resistendo al freddo invernale, la Skimmia reevesiana non tollera le gelate e, nelle regioni a clima rigido, deve svernare in un ambiente riparato dal gelo, dal pieno sole e dal vento, che causano facilmente la disidratazione e danni alle foglie. In queste regioni è più indicata la Skimmia japonica, che è una specie dioica e ci vuole quindi la vicinanza d’individui maschili e femminili, per favorire la fruttificazione.
La Skimmia reevesiana non è l’unica pianta con cui colorare il giardino e il terrazzo nei mesi invernali. Per ottenere una composizione multicolore, la possiamo ad esempio abbinare a suo “fratello” Skimmia japonica ‘Fructo Alba’, che produce bacche bianche. Tra le molte altre specie con fiori o frutti invernali sono particolarmente valide la Sarcococca confusa, con fogliame lanceolato verde brillante e piccoli fiori bianchi e profumati, e la Gaultheria mucronata, a foglia verde cupo lucente e bacche di colore cremisi, che si scurisce durante la maturazione diventando porpora cupo. La cultivar ‘Winter Time’ di quest’ultima specie porta bacche bianche ed è ottima da combinare ad altri arbusti.

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