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By potatore

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Protocollo di Kyoto. Un punto di partenza e non di arrivo.

ge.ni.
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Il 16 febbraio, data dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, resta per noi una giornata di festa. L’accordo, per cominciare, diventa operativo senza la partecipazione del maggior inquinante, gli Stati Uniti, responsabili di oltre il 36% delle emissioni mondiali di gas serra; fin dall’inizio, inoltre, esso impegnava soltanto i 38 paesi più industrializzati e lasciava fuori i paesi in via di sviluppo, che oggi incidono, Cina e India in testa, con una quota sempre più considerevole nell’inquinamento dell’atmosfera. Altre riserve riguardano l’aggravarsi della situazione: le riduzioni sono infatti rapportate al 1990, ma dal 1997, anno del patto, le emissioni globali sono aumentate, cosicché anche il rispetto degli impegni di Kyoto (e sempre che tutti li rispettino), in termini assoluti, avrà un’incidenza ridotta rispetto al previsto. Per non parlare, poi, delle riserve sul “minimalismo” dell’approccio che già nel 1997 suscitò il Protocollo di Kyoto.
Eppure, nonostante gli innegabili limiti, vogliamo rallegrarci. Intanto, perché c’è chi sperava (ed ha lavorato) affinché anche un accordo così limitato fallisse; poi, perché la malconcia salute del nostro pianeta non può permettersi altra indifferenza; e infine perchè vogliamo vederlo non come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza.
Probabilmente le riduzioni concordate a Kyoto non riusciranno a guarire il pianeta. Però è fondamentale che la salute della Terra sia considerata un obiettivo da parte dei governi del mondo, che non possono restar passivi di fronte ad un fenomeno immane qual è il riscaldamento del pianeta. Il Protocollo costituisce un’assunzione di responsabilità, il riconoscimento dei guasti arrecati al pianeta da parte dell’uomo e l’ammissione che è giunto il momento di rimboccarsi le maniche e di lavorare per rimuoverli. Anche se ciò comporta dei costi.
Semplicemente vergognose, al riguardo, sono state le obiezioni al trattato. Sia quelle di chi, creando ad arte alibi pseudo-scientifici, è giunto a negare le responsabilità umane nei cambiamenti climatici. E sia quelle di chi, non osando arrivare a negare l’evidenza scientifica, ha sollevato obiezioni di mero ordine economico. Queste voci le abbiamo risentite anche in Italia: industriali, economisti, ENEL, politici, sono in tanti a piangere per i costi, i rischi per la “ripresa”, i punti di PIL, la perdita di competitività che il rispetto degli impegni di Kyoto comporterebbe. Cari signori, il vostro parere di esperti ci interessa, ma vogliamo sentir come ridurre al meglio le emissioni di gas serra, non come ignorare il problema e continuare incoscientemente ad inquinare.
Siamo cresciuti nel mito dello sviluppo continuo, della crescita illimitata, dimenticando che la Terra ha i suoi limiti, di risorse e sopportabilità. Ecco, la riflessione sui cambiamenti climatici dovrebbe portare a questo: a comprendere che per salvare la natura (e con essa gli uomini) è necessario cambiare la direzione di marcia, rivedere il modello fondato sullo sviluppo (anche quando sia spacciato per sostenibile) e riscoprire, al contrario, il fondamentale concetto di limite.
Kyoto non è ancora questo. Gli Stati che vi hanno aderito si impegneranno nel ricercare le migliori soluzioni tecniche, ma nessuno intende mettere il discussione il modello di sviluppo. E’ ancora un compromesso tra la cruda realtà dei mutamenti climatici e le illusioni della crescita illimitata. Ed anche sul piano delle riduzioni concordate, non riuscirà ad essere risolutivo per la salute del pianeta. Eppure, segna un passo fondamentale, perché esprime la volontà di non essere indifferenti né passivi rispetto al riscaldamento del pianeta.
Il riscaldamento del pianeta costituisce un problema epocale, che va oltre le forze dei singoli Stati. La complessità del problema ci ha inibiti, finché, a Kyoto, si è deciso l’intervento di gruppo. Il forfait degli Stati Uniti, nominatisi gendarme planetario quando in ballo ci sono i loro stretti interessi, poteva farci ricadere nella passività. E’ prevalsa invece la volontà di reagire, di affrontare il problema. Un segno di speranza.